Dichiarazioni di Sarah Scazzi ad “Antonio” sul profilo Facebook “Sarah Buffy”. Lui conferma

Sul Messaggero di oggi 7 settembre 2010, in versione cartacea, compare a pagina 12 un bell’articolo a firma di Raffaella Griggi, dal titolo “Sarah su Facebook: voglio scomparire”.

Dall’analisi del profilo facebook di Sarah Scazzi in cui la quindicenne scomparsa usa il nickname “Sarah Buffy”, sarebbero emersi risultati che avallerebbero l’ipotesi dell’allontanamento volontario.

Ai messaggi della ragazza su Facebook fa da eco “Antonio”, che conferma agli investigatori i contenuti delle confessioni di Sarah a lui indirizzate.

Così scrive Raffaella Griggi nel suo articolo:

“Se sparirò non ti preoccupare, ho programmato tutto. Tornerò tra venti giorni”. La risposta migliore potrebbe arrivare da Sarah stessa. In quelle righe che pochi giorni prima di scomparire nel nulla ha scritto a un amico su Internet, in uno di quei profili su Facebook, “Sarah Buffy” che gestiva lei stessa e che usava per parlare con le persone più fidate. I carabinieri infatti non escludono la pista che porta all’idea di una scomparsa organizzata. Magari poi finita nel peggiore dei modi. E si indaga proprio su quegli scambi via Internet che la ragazzina intratteneva con alcune persone e che era solita contattare frequentemente.

Ed ancora:

Sarah avrebbe confessato non più tardi di venti giorni fa i suoi malesseri ai suoi “amici” di Fb, in particolare a un trentenne della zona, Antonio, che lavora nel campo della ristorazione. E lo avrebbe informato prima del tempo su quello che poi è accaduto realmente il pomeriggio del 26 agosto, data della sua scomparsa.

(…)

L’uomo è andato di sua spontanea volontà dai Carabinieri di Manduria, una volta che la vicenda ha fatto il giro d’Italia. “Si è aperta e confidata, la sentivo come una sorellina curiosa. Mi cercava sempre, mandava messaggi”, ha raccontato sconvolto ai militari. Ha raccolto gli sfoghi della ragazzina, registrati dalle forze dell’ordine. “Piccola e incompresa”, così appariva dagli scambi on line. I due parlavano anche con la web cam: Sarah, fino a qualche giorno prima della scomparsa avrebbe prima cercato i consigli dell’uomo, esperto di cucina sulla preparazione di dolci e poi chiesto consigli professionali, in qualità di studentessa dell’alberghiero di Maruggio. Fino ad aprirsi via via sulle gelosie delle amichette e sui malesseri dell’età.

(…)

“Voglio scomparire per sentirmi viva”, ripeteva. Lamentele che lì per lì ad Antonio non significavano nulla. Fino a quando la notizia della sparizione di Sarah è diventata pubblica. “Anche se ho tante persone intorno mi sento sola, vorrei diventare famosa“, era il grido di Sarah on line.

(…)

Ora, si sta verificando se siano attendibili o se non siano invece bluff alcune frasi che la studentessa ha scritto. Tipo: “Se sparirò non ti preoccupare, ho programmato tutto”. “Pensava anche alla foto che avrebbero messo sui volantini per cercarla”, ha ripetuto sbalordito in caserma l’uomo.

Chiaramente il resoconto di “Antonio” verrà analizzato in relazione alla corrispondenza di quanto presente sul profilo Sarah Buffy, ma le verifiche dovranno anche riguardare l’accertamento in ordine all’identità del soggetto che ha scritto su Facebook le parole, apparentemente (e forse probabilmente) riconducibili a Sarah Scazzi.

Fuga organizzata o simulata?

Inoltre, anche ove si trattasse di fuga organizzata, le apprensioni per la ragazza scomparsa non si attenuano comunque, come ben rappresentato da Raffaella Griggi in chiusura del suo articolo:

Assurdo e possibile tutto. Molto di quel che accade è già avvenuto prima sul web. Le rivelazioni sono ritenute plausibili. Soprattutto, dopo i temi della ragazzina che nascondevano disagi in casa, con la madre. E soprattutto alla luce della scoperta di quel calendario trovato in camera con tutti i giorni del mese di agosto contrassegnati con un pennarello nero fino al 26 agosto. Un conto alla rovescia? Scappata, rapita, tradita? Aiutata? Forse uccisa come temono senza dirlo ad amici e parenti? Gli inquirenti vogliono vederci più chiaro.

La vicenda, comunque, conferma che le soluzioni investigative su questo caso siano destinate a transitare su Facebook.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

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4 risposte a Dichiarazioni di Sarah Scazzi ad “Antonio” sul profilo Facebook “Sarah Buffy”. Lui conferma

  • ambra arena scrive:

    leggendo i pensieri e i commenti riguardo alla scomparsa di Sarah mi viene in mente una possibilità che di questi tempi potrebbe essere la più ovvia, ho anch’io una figlia di 20 anni e vedo che oggi il modo di comunicare e di trovare amici è la rete, specialmente social networks come facebook e altri, mia figlia per esempio, oltre a contattare i suoi amici (reali) ha contattato persone del tutto estranee, uomini per l’esattezza, ho saputo poi che ha anche incontrato qualcuno, i ragazzi di oggi si fidano, o meglio non prendono in considerazione (come non lo facevamo noi) lal possibilità che oltre al nome e a foto inserite in un profilo si possa nascondere un’altra persona, anche più grande, la rete spesso è una finzione….essendo virtuale ci si propone e dipinge per quello che spesso non si è, alla faccia dell’altro risultiamo speciali, unici, per me questi social networks sono molto pericolosi, perchè si rivolgono a ragazzi e ai ragazzi si sa non puoi chiedere di avere la testa di una persona adulta. Mi viene da pensare che Sarah abbia incontrato in rete un uomo che ha poi incontrato o che l’abbia aspettata in strada, purtroppo di pazzi in questo periodo ce ne sono troppi, speriamo non sia così….mi auguro di sbagliare, intanto però mi chiedo, cosa si può fare per i nostri figli? dai gestori della rete mi aspetto più interesse per la sicurezza che è pressocchè inesistente.

  • Fabio Bravo scrive:

    La ringrazio per le Sue riflessioni. Pone l’accento su un tema estremamente delicato e l’apprensione con cui i genitori vivono le scelte relazionali dei giovani e le loro modalità di interazione, basate su social networks, è perfettamente comprensibile. Facebook e altri social network non vanno demonizzati, perché offrono possibilità enormi, ma occorre usarli bene, evitando le insidie che gli stessi possono celare.
    In realtà la riposta al problema da Lei evidenziato, a mio avviso, deve passare innanzitutto per l’educazione e la formazione dei ragazzi al corretto uso degli strumenti telematici. La formazione e l’educazione devono riguardare, però, anche i genitori, perché non tutti padroneggiano il web 2.0 e la strategia di negare l’acquisto del PC o l’accesso a Internet per ritardare l’esposizione ai possibili pericoli della rete non si rivela una strategia vincente: i collegamenti possono essere effettuati fuori casa (da amici, agli internet cafè, in biblioteca, etc.) e, sopratutto, si finisce per privare i ragazzi di un’opportunità incredibile di crescita e di sviluppo della propria personalità. Più che affidarsi all’attenzione dei providers ed all’implementazione di più accorte policies di sicurezza d parte di quelli che Lei chiama i “gestori della rete”, mi sembra più proficuo intavolare, appena possibile con i ragazzi, esperienze condivise di navigazione in rete e di utilizzo, anch’esso condiviso, dei social networks, stimolando un confronto (durevole nel tempo) in cui i ragazzi (generalmente più abili nell’uso delle nuove tecnologie) possono insegnare molto ai genitori meno esperti, ma dove anche i genitori possono cogliere nuove occasioni per dialogare con i figli, responsabilizzandoli all’uso corretto della rete. Occorre che i ragazzi comprendano bene i rischi e imparino quanto prima a riconoscerli, prevenirli e a gestirli da soli. In fini dei conti il compito dei genitori non è dire ai ragazzi cosa devono e cosa non devono fare, ma insegnare loro a “cavarsela da soli” e, dunque, ad adottare da soli decisioni responsabilmente prese. In altre parole, bisognerebbe puntare tutto su una “scommessa educativa” in cui Internet diventa strumento di confronto (anche tra genitori-figli) e di crescita personale, non occasione di scontro e far-west in cui avventurarsi senza dei principi-guida.

  • Pingback: Avetrana, quando la Rete non è colpevole | LucaGarosi.it

  • internetsociety scrive:

    Apprezzo il Suo post, perché fornisce diversi spunti di riflessione, sia legati alla fattispecie da Lei richiamata, sia ad un livello più generale. Come ben sa, in caso di scomparsa, così come nelle ipotesi in cui si indaga su una determinata questione (e parlo non solo di investigazioni condotte dalle autorità giudiziarie, ma anche delle indagini giornalistiche [ed intendo riferirmi sia al giornalismo professionale che a quello partecipativo] o di altro tipo) non vi sono ipotesi da scartare a priori ma vanno vagliate tutte, per poi essere analizzate e verificate, validate o invalidate. Ogni indizio ed ogni fonte concorre al fine di giungere, a distanza di tempo, ad una data verità, che anch’essa deve essere poi sottoposta a vaglio. Così come per tutte le verità a cui si perviene dopo un’indagine, la verità, a mio avviso, non può considerarsi mai definitiva, potendo una tesi essere nuovamente invalidata allorché ricorrano elementi contrari, anche a distanza di tempo. Del resto, è la base del metodo scientifico suggerito da Popper, secondo cui una data verità scientifica è tale fin tanto che non venga smentita ed il metodo scientifico, così come quello investigativo, presuppongono l’individuazioni di tesi possibili e la loro messa alla prova, come in una sorta di stress test, per essere smentite ove in ciò si riesca.
    Non vedo nulla di strano pertanto se, nei primi giorni dalla scomparsa della quindicenne puglise, siano state vagliate anche le ipotesi legate ai contatti on-line. Il modo di procedere, volto a vagliare l’attività relazionale svolta on-line e tramite telefonia, è ormai prassi investigativa quotidiana (con uso ormai capillare della computer forensics anche al di fuori dei casi di computer crimes, computer related crimes o di cyber crimes). Analizzare l’attività svolta on-line dalla persona scomparsa o dalla vittima, inoltre, non implica necessariamente la demonizzazione della rete o la circostanza che la rete sia piena di aggressori. La rete riflette quello che c’è anche nella realtà, sia in negativo che in positivo.
    Sulla fattispecie da Lei segnalata, a me non stupisce tanto che si siano cercati i responsabili anche nella Rete. Basti considerare, tra l’altro, che nei contatti facebook della ragazza di Avetrana c’era anche la cugina, ora implicata nella vicenda. In ogni caso c’erano gli amici delle due ragazze, le cui “conversazioni” on-line possono assumere un significato nel percorso che porta alla scoperta della verità. A livello investigativo andava monitorato tutto, salvo poi fare le verifiche del caso, le quali, ovviamente, spettano agli addetti ai lavori.
    Allargando il discorso in termini generali, invece, affermare che la Rete non presenti rischi per i minori che si affacciano on-line finirebbe per essere un po’ riduttivo. Sono d’accordo sul fatto che la Rete non sia fatta di solo pericoli, anzi, che sia il luogo dove si celebrano e si attuano le libertà e i diritti fondamentali della persona, con copertura costituzionale, ad iniziare dal diritto all’informazione, declinato nelle sue diverse accezioni (diritto di rievere e ricercare informazioni; diritto di fare informazione e di manifestare liberamente il proprio pensiero), nonché al diritto di riunione e di associazione, e così via, diritti che la carta costituzionale, all’art. 2, riconosce e garantisce anche nelle diverse formazioni sociali in cui è possibile sviluppare la propria personalità e, dunque, anche su Internet, nei social network. La rete consente di ampliare e mantenere i contatti anche con persone che non si conoscono e ciò, per i minori, può essere un bene o un male a seconda di chi si incontra dall’altra parte. Attualmente nelle condizioni contrattuali di Facebook, per poter utilizzare il noto social netork è prevista un’età di 13 anni. Il problema è che per aprire un account, giuridicamente, si conclude un contratto ed un 13enne non ha la capacità di agireper poterlo fare. Problemi ci possono essere anche con la validità in ordine alla fornitura del consenso al trattamenti dei dati personali, che poi vengono trattenuti e divulgati tramite la piattaforma e, in tal modo, gestiti dalla società titolare dei diritti sulla piattaforma e dai terzi che ne hanno accesso. Il capitolo dei rischi a cui sono sottoposti i minori su Internet è particolarmente complesso e non concerne solamente i rischi di aggressioni provenienti dall’esterno, ma anche dalla cattiva gestione dei propri dati personali e da tracce che oggi si lasciano (e che purtroppo rimangono) anche quando un domani si vorrebbero eliminare, perché si diventa più maturi o ci si trova a vivere in contesti non allineati con lo stile di vita o le scelte personali che hanno connotato il periodo di vita pregresso (si pensi alle ripercussioni di immagini, video e informazioni sul colloquio di lavoro che si andrà a fare domani o sulle relazioni affettive di domani). L’uso del social network da parte dei minori, al di là del problema legato alla capacità di concludere il contratto per l’utilizzo della piattaforma, concerne la capacità di controllare l’utilizzo dello strumento, di averne consapevolezza anche per ciò che concerne le conseguenze future. Concerne inoltre la capacità di portare a maturazione quegli skills comportamentali che possono preservare dai rischi attuali e futuri. Fino ad una generazione fa, i genitori erano in grado di fornire ai propri figli gli “anticorpi” per cavarsela (nel mondo reale), anche allorché ci si imbatteva in persone mai viste prima, ad iniziare dal vecchio adagio “non accettare caramelle da sconosciuti” (il che non implicava necessariamente il “non fare conoscenza con gli sconosciuti”). Ora la realtà sociale e tecnologica è profondamente mutata e le relazioni avvengono spesso on-line, tramite social netowrk, ove si propongono e si accettano offerte di “amicizia” tra persone che non si conoscono, che possono anche dichiarare identità fittizie o, in tutto o in parte, false. Oggi, in una realtà in cui molti genitori hanno spesso difficoltà a comprendere cosa sia un social network e non riescono ad offire ai loro ragazzi quei suggerimenti che aiutano questi ultimi a gestire le relazioni in ambiente telematico, i giovanissimi sono tenuti a fare da soli, prendendosi ciò che di bello la rete offre, ma anche esponendosi a rischi che inevitabilmente ciascun ambiente sociale presenta, sia on-line che off-line. Va a mio avviso stimolata questa presa di coscienza nei giovanissimi ed offerti gli strumenti per comprendere quali siano questi skills, individuando le best practice e le malpractice nelle condotte on-line. I programmi sull’e-safety, che prevedono una serie di progetti finanziati anche dall’UE, vanno proprio in questa direzione. Pertanto, rapportandomi alla Sua conclusione, credo convenga con me che il “male”, così come il “bene”, non stia solamente da una parte (on-line o off-line, nell’ambiente telematico o in quello del c.d. mondo reale) ed anche dalle mura della villetta di famiglia, lì accanto, c’era chi navigava su Internet e su facebook. Certo, sono d’accordo con Lei sul messaggio di fondo: va evitata la demonizzazione dello strumento telematico, di per sè tendenzialmente neutro e vanno esaltate anche le straordinarie potenzialità che la Rete offre, anche ai giovanissimi.

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