Il Lions Club Imola Host e le Scuole medie imolesi, in collaborazione con Polizia Postale e delle Comunicazioni, Google, Telefono Azzurro, Università di Bologna (CIRSFID) e Adiconsum, hanno organizzato due incontri per genitori ed insegnanti sul tema della educazione all’uso dei nuovi media.
Calendario degli incontri:
Data: 14 marzo 2012 ore 17:00 – Luogo: Imola, Palazzo Sersanti
Data: 21 marzo 2012 ore 17:00 – Luogo: Imola, Sala BCC ex Cinema Centrale
Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fino ad esaurimento dei posti liberi
Per informazioni: michele.martoni@unibo.it
Link dell’evento sul sito del CIRSFID – Università di Bologna
La necessità di tutelare la protezione dei dati personali dei cittadini e il timore che si possano utilizzare strumenti di profilazione personale per scopi diversi, ha spinto il Ministro della Difesa dei Consumatori e dell’Agricoltura della Germania federale a richiedere, ai ministri dei 16 Stati che compongono la Germania, delle restrizioni sull’uso di Facebook:
la ministro per la Difesa dei consumatori e l’agricoltura tedesca, signora Ilse Aigner (…), in una circolare interna a tutti i ministeri federali, a tutti i governi dei 16 Stati (Bundeslaender) della Repubblica federale, a enti locali ed enti pubblici in generale, ha diffidato dall’inserire sui loro siti il link di Facebook. Insomma, quella specie di ostracismo pubblico al social network creato proprio da un giovane di origine tedesca, Mark Zuckerberg, ostracismo che all’inizio era stato deciso solo nel piccolo Stato settentrionale dello Schleswig-Holstein, adesso diventa scelta precisa a livello nazionale.
(…)
La notizia è stata rivelata dal settimanale Der Spiegel online che evidentemente ha intercettato la circolare interna
(…)
E’opportuno, scrive la ministro Ilse Aigner (…) che ministeri ed enti pubblici tolgano il link con Facebook dai loro siti, e se ancora non lo hanno inserito si guardino bene dal farlo.
“Dopo un approfondito studio giuridico, sono giunta alla conclusione che è assolutamente opportuno che Facebook non sia utilizzabile su alcuno dei nostri siti governativi”, scrive Frau Aigner. E chiede ai suoi colleghi e subalterni anche di evitare di creare siti o links di fan, i quali potrebbero essere strumentalizzati da aziende pubblicitarie o da altri terzi per appropriarsi dei dati personali di chi li è iscritto a Facebook e li utilizza navigando in rete.
(…)
Prossimamente, rivela la signora Aigner, “mi recherò negli Stati Uniti, e incontrerò i responsabili di Facebook, per chiedere loro di uniformarsi alle rigorose regole e leggi europee e tedesche di protezione dei dati personali”.
(…)
La Germania sottolinea di avere buone ragioni per questa dura, severa scelta: il suo passato, con due dittature (il Terzo Reich e poi la Ddr) che fondarono il loro potere totalitario anche sulla sistematica violazione del diritto dei cittadini all’inviolabilità della loro sfera privata. Prima la Gestapo e il famigerato “Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich”, cioè la suprema autorità repressiva nazista, poi nella Ddr la temuta Stasi, la polizia segreta, accumularono milioni e milioni di dossier sui dati dei cittadini
Come si apprende da un articolo di Repubblica,
“Nel Bundesland (Stato federale) dello Schlewsig-Holstein, il più settentrionale della Germania, il garante della privacy ha messo al bando l’opzione ‘mi piace’ per istituzioni e imprese.
(…) Secondo Thilo Weichert, il garante della privacy nel piccolo Stato federale con capitale Kiel, Facebook viola le leggi sulla protezione dei dati personali in Germania e nell’Unione europea, e chi utilizza la celebre funzione col pollice in alto Continua a leggere→
La storia narrata nell’articolo “Casa devastata. Bufera su Airbnb“, di Alessandro Longo per Repubblica, fa percepire come il settore della responsaiblità del provider si stia espandendo progressivamente, così come l’esigenza dei provider medesimi di offrire non la semplice intermediazione tecnica (l’interfaccia o la piattaforma UGC di social netowork tematica), ma anche l’attività supplementare di controllo dei contenuti o dell’affidabilità degli utenti che la piattaforma fa mettere in contatto.
E’ capitato, infatti, che un utente di un social network dedicato all’incontro tra domanda ed offerta di unità immobiliari in affitto anche per pochi giorni, andando in vacanza per una settimana, abbia deciso di affidarsi al servizio Airbnb per dare in affitto l’appartamento lasciato libero per il medesimo periodo di tempo, salvo poi a trovare, in occasione del ritorno dalle vacanze, la casa completamente devastata.
Questa la descrizione dell’accaduto, nella pagina di Alessandro Longo:
E.J., che vive a S. Francisco, aveva pensato di avere avuto un’idea geniale. Partire per un viaggio di una settimana affittando l’appartamento. E così guadagnare senza fatica. Senza nemmeno dover incontrare il proprio inquilino, con cui aveva solo scambiato qualche mail, dopo il contatto tramite il social network. Non sapeva nemmeno se fosse uomo o donna; su Internet si faceva chiamare “Dj Pattrson” (sic). Com’è andata a finire l’ha scritto lei stessa sul
blog: “hanno rubato la mia macchina fotografica, il mio iPod, un portatile e il disco rigido dove avevo memorizzato tutte le mie foto, i diari, insomma… la mia intera vita. Hanno trovato il mio certificato di nascita e la mia carta dell’assistenza sanitaria, che penso abbiano fotocopiato usando la fotocopiatrice che avevo gentilmente messo a disposizione degli ospiti in caso di necessità”. ” La cucina era un disastro: il lavandino era pieno di piatti sporchi, pentole usate e panni bruciacchiati e rovinati. C’era detersivo in polvere sparso dappertutto: sui piani della cucina, sui mobili di legno, sulla bellissima e nuova testiera del mio letto, sulla scrivania, nella stampante”.
Interessanti anche le successive annotazioni:
E.J. accusa Airbnb di non fare una scrematura dei possibili affittuari; di non fare controlli, di non dare garanzie. L’azienda è finita nel mirino delle critiche, sul web, anche per come ha gestito l’incidente. In prima battuta ha cercato di dissuadere E.J. dal pubblicare la storia e solo dopo che il caso è finito sui giornali americani le ha offerto un indennizzo. Ma non è finita: si stanno moltiplicando le storie simili. Troy Dayton, di Oakland, racconta di una casa vandalizzata, per migliaia di dollari di danni. L’azienda si è limitata a offrirgli , a mo’ rimborso, 21 notti gratis in una delle case disponibili sul sito. Dopo lo scandalo del caso E.J., Airbnb promette di aumentare le misure di sicurezza, ma per ora si è limitata a lanciata un supporto telefonico 24 ore su 24 e pacchetti assicurativi.
Il caso di Airbnb sta diventando esemplare di come i servizi low cost via internet possono essere meno sicuri di quelli tradizionali. Il web è comodo e fa risparmiare, va bene. Ma se in cambio ci sono meno controlli e garanzie, val la pena correre il rischio? Adesso se lo staranno chiedendo le migliaia di utenti di Airbnb e dei siti simili nati sull’onda del suo successo.
Fabio Bravo
Colpisce molto ciò che è accaduto in questi giorni al Fatto Quotidiano e al Giornale, anche se c’era da aspettarselo che prima o poi sarebbe accaduto: i quotidiano, com’è prassi per le strategie di comunicazione, hanno un account sui principali social network, tra cui, in primis, Facebook.
A fronte di diverse segnalazioni mirate, effettuate da oppositori di testata (dalla concorrenza? da soggetti colpiti dai servizi giornalistici? da dipendenti infedeli? da burloni? le ipotesi sarebbero tante), gli account sono stati bloccati e, con essi, l’accesso agli articoli raggiungibili tramite social network.
Ecco cosa precisa l’articolo del Fatto Quotidiano:
Da diverse ore non è più possibile condividere i nostri articoli su Facebook e i link ai nostri pezzi sono scomparsi dalle bacheche degli utenti. Probabilmente si tratta di un “attacco” al Fatto Quotidiano e alla libertà di stampa da parte di “ignoti” che hanno mandato al social network una enorme quantità di segnalazioni, che descrivevano i nostri contenuti come offensivi o come spam.
Stiamo chiedendo a Facebook di ripristinare la condivisione. Dateci una mano. Provate comunque a condividere un post e quando vi comparirà la finestra con la scritta “Sono presenti dei contenuti bloccati già contrassegnati come offensivi o spam. Facci sapere se ritieni che si tratti di un errore“, per aiutarci a sbloccare quanto prima la situazione, cliccate “Facci sapere” per segnalare a Facebook il blocco. Più sarete, più in fretta riusciremo forse a rimettere a posto la situazione. Intanto, se volete, segnalate via mail ai vostri amici i link degli articoli che vi sono piaciuti.
Medesima cosa è capitata al Giornale, come risulta da altro articolo di tale quotidiano:
Chiudere la bocca al Giornale.it è facile. Basta un click. Una marea di click e i nostri articoli sono letteralmente spariti da Facebook (guarda qui). Sono ormai diverse ore che non possiamo più pubblicare i nostri post. Riteniamo che, nella pluralità dell’informazione, partecipare al social network più “navigato” del mondo sia fondamentale. Proprio per questo abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti i lettori. Anche qui, basta solo un click: per aiutarci a risolvere il problema, è sufficiente condividere un link qualsiasi del nostro sito. Nel messaggio che apparirà, vi chiediamo di cliccare sull’opzione facci sapere che porta a un form di contatti dove è possibile segnalare a Facebook che si tratta di un errore. Non è la prima volta che un social network prova a mettere il bavaglio. Due giorni fa è successo al Fatto Quotidiano, oggi succede al Giornale.it. Una mossa che ha mandato su tutte le furie i lettori che ci hanno tempestivamente scritto che non solo non erano più in grado di condividere i nostri articoli sulla propria pagina Facebook, ma che gli sono anche spariti i vecchi link. Tanto che sono stati in molti a pensare all’attacco informatico. In realtà, dietro a questo problema, c’è una macchina che agisce in base agli imput che gli arriva dai lettori. Nelle ultime ore, infatti, in molti si sono messi a segnare come spam i nostri link. Il risultato? Facebook ci ha bannati. Stop. Fuori dai giochi.
A parte la richiesta di aiuto alla comunità di lettori per accelerare lo sblocco dei contenuti, emerge ancora una volta con chiarezza quanto sia inadeguato lasciare ai providers la decisione in ordine al blocco o alla rimozione dei contenuti o degli account.
Il sistema deve essere in grado di preservare la libertà di comunicazione, di manifestazione del pensiero, sia con riferimento ai singoli, sia con riferimento alla “stampa”.
I sistemi di blocco o di rimozione dei contenuti on-line presenti nelle piattaforme di UGC (User Generated Content) non sono adeguati per garantire un adeguato rispetto dei diritti fondamentali della persona di rilevanza costituzionale.
Fabio Bravo
Certe volte alla realtà si stenta a credere. C’è qualcosa di irrazionale nei comportamenti umani e occorrerebbe meditare su casi del genere per capire bene il rapporto tra azione criminale e social network.
Come riportato da AdnKronos, un
ladro era entrato nella casa di un giornalista del ‘Washington Post’, Marc Fisher, e aveva rubato due pc portatili, un cappotto invernale e 400 dollari in contanti. E l’avrebbe quasi certamente fatta franca se non fosse stato per la malsana idea che gli è venuta subito dopo. Prima di uscire dalla casa infatti, si è scattato una foto dal computer portatile che aveva rubato con addosso la ‘refurtiva’.
Come se non bastasse poi, ha deciso di pubblicare la foto ‘incriminata’ sul profilo Facebook del figlio della vittima, mostrandola così ad altri 400 ragazzini di Washington.
Queste le impressioni del giornalista, vittima del reato:
“Ho visto molte cose, ma questo è il più stupido criminale che abbia mai visto” ha detto il signor Fisher ad un agente.
Questo l’epilogo della vicenda:
La polizia ci ha messo una decina di giorni a rintracciare il ladro, trovato anche in possesso di una pistola senza la licenza.
A Rodney non è rimasto altro da fare che confessare il crimine.
In realtà casi in parte analoghi, in cui l’autore dell’illecito usa facebook durante la commissione del reato di furto in appartamento, se ne sono già visti.
Questo caso, però, è davvero singolare e la dice lunga sulle reali motivazioni nella commissione di taluni reati. Non ricorda un po’ l’azione di chi “buca” il sistema informatico di proprietà altrui per dimostrare, a se stessi e agli altri, di essere in grado di poterlo fare, a prescindere dal tornaconto economico dell’operazione?
Leggo da un articolo di Repubblica intitolato “Furti di account e vittime vip. Ora Facebook corre ai ripari“, che il noto social network, dopo le vulnerabilità riscontrate negli account di Sarkozy e dello stesso fondatore Mark Zuckerberg, sta approntando nuove misure di sicurezza.
Tra tali misure viene indicata l’ “autenticazione sociale“. Si tratta, in sostanza, di una procedura di verifica basata su elementi “sociali” in ordine all’identità del soggetto che accede all’account ed alla sua legittimità ad accedere e usare il sistema.
Dall’articolo citato si legge che
In caso di sospetta violazione dell’account, il sistema potrebbe richiedere all’utente una verifica ulteriore per confermare la sua identità.
Se ci si è loggati dall’Italia la mattina, dagli Stati Uniti il pomeriggio e dall’Australia la sera ad esempio, il sito potrebbe attivare questa originale misura di sicurezza.
Invece di chiedere la composizione di un captcha, quella serie di lettere da ricopiare per dimostrare di essere una persona e non un computer, Facebook interrogherà l’utente sui suoi amici. Facendo apparire delle foto in cui i propri amici sono taggati, sarà compito dell’utente selezionare il loro nome da una lista.
“Gli hacker dall’altra parte del mondo potranno conoscere la tua password, ma non i tuoi amici” spiega la nota del blog ufficiale.
Nello stesso articolo vengono però evidenziati anche i limiti in ordine all’utilizzo dell’autenticazione sociale:
Questa misura di sicurezza presenta però qualche pericolo se i propri amici hanno l’abitudine di farsi taggare in foto in cui non sono presenti (si pensi alle classiche foto di auguri in cui sono taggate decine di persone), se hanno nel loro profilo molti scatti di quando erano alle elementari o se tra i propri amici c’è qualcuno di cui neppure ci si ricorda o che non si è mai visto prima.
In ogni caso, l’identificazione sociale permette di saltare un paio di foto se non si riesce a riconoscerle.
Bisognerà capire qual è il livello di approfondimento del processo di autenticazione sociale, ossia fino a quale grado di conoscenza sociale il sistema si spingerà per verificare la legittimità all’accesso del profilo.
Per usare un’allegoria, il rischio è che si venga sbattuti fuori casa propria, anche se condotta in affitto o in comodato (essendo la proprieà altrui), solamente perché non viene fornita una risposta esatta sulle relazioni “amicali” intrattenute. E per chi ha centinaia o migliaia di amici, come ad esempio: quei politici che accordano il consenso a tutti; diversi giornalisti; i vip; etc.?
E per quegli account di facebook aperti al fine di perseguire finalità sociali aggregative (es. il gruppo di Facebook sul ritrovamento di persone scomparse, etc.). Gli “amministratori” come faranno a passare l’autenticazione sociale di fronte a migliaia di iscritti?
E inoltre, anche nei profili tradizionali, ristretti a pochi “amici”, se l’accesso abusivo viene effettuato da una persona che è del medesimo contesto sociale, che ha le medesime relazioni, che è tra gli “amici” di Facebook del soggetto di cui viene violato l’account?
Inoltre, quali dati vengono trattati ed esibiti a quel soggetto di cui si sospetta la violazione dell’account? Se l’autenticazione sociale è una procedura che viene attivata proprio in caso di sospetta violazione, occorrerà una certa cautela nella esibizione dei dati personali altrui da utilizzare come test.
Ancora, se la procedura viene attivata in caso di sospetta violazione (come sembra dall’articolo che riporta la notizia), quali sono le misure di sicurezza che fanno maturare i sospetti? Quale investigazione preventiva viene fatta? Sulla base di quali criteri viene maturato il sospetto di violazione dell’account? Solo quelli geografici? E se si utilizzano sistemi proxy? Come vengono trattati i dati del presunto sospetto? A chi vengono comunicati?
Insomma, c’è da riflettere sull’efficacia della misura di sicurezza e sulle modalità con cui viene gestita.
Fabio Bravo
Information Society & ICT Law
Le indagini su Assange, quelle per spionaggio (et similia) e non per stupro, si stanno muovendo.
Nella società dei social networks, di facebook e di twitter, le tecniche investigative partono spesso proprio dall’analisi dei messaggi, dallo studio delle relazioni sociali, dall’esame della rete di contatti privati e delle “amicizie”, dallo scambio di informazioni e dall’analisi degli indirizzi ip.
Si legge, in un articolo recente del Corriere della Sera, intitolaro “Wikileaks, Corte USA ordina a Twitter di fornire dati su Assange e Manning“, che
Twitter dovrà consegnare al Dipartimento di Giustizia di Washington tutti i dati relativi al fondatore di Wikileaks Julian Assange e al militare Bradley Manning, in carcere perché sospettato di aver fornito al sito informazioni riservate. Lo ha stabilito un tribunale distrettuale della Virginia, che ha inviato un’ingiunzione al sito di microblogging, che ha base a San Francisco, con la richiesta di fornire i messaggi e le comunicazioni di Assange e di altre persone.
Si noti come l’accesso ai dati sia stato disposto tramite provvedimento dell’autorità giudiziaria, cosa talvolta nulla affatto scontata nella prassi del panorama investigativo nazionale ed estero.
Fabio Bravo
Information Society & ICT Law
Vi segnalo l’interessante sentenza della Corte di Cassazione, Sez. II Penale, del 18 ottobre 2010, n. 37151, inerente al divieto di comunicazione per chi è posto agli arresti domiciliari, ex art. 276, co. 1, c.p.p.:
La generica prescrizione di non comunicare con persone diverse dai familiari conviventi ex art. 276, co. 1, c.p.p. va intesa nell’accezione di divieto non solo di parlare con persone non della famiglia e non conviventi ma anche di entrare in contatto con altri soggetti dovendosi ritenere estesa, pur in assenza di prescrizioni dettagliate e specifiche, anche alle comunicazioni sia vocali che scritte attraverso internet.
L’uso di internet non può essere vietato tout court ove non si risolva con una comunicazione con terzi comunque attuata ma abbia solamente funzione conoscitiva o di ricerca senza entrare in contatto tramite il web con altre persone.
E’ una sentenza che può far discutere non poco.
Fabio Bravo
Mi sembra sconcertante il caso dell’attivazione del falso profilo Facebook di Sabrina Misseri, riportato dall’ANSA.
Qualcuno avrebbe simulato l’identità della cugina di Sarah Scazzi, attualmente in stato di fermo e, a quanto illustrato dalla fonte sopra citata, in isolamento fino all’udienza di convanida del fermo innanzi al G.I.P.
Sulla pagina intitolata ’500mila fan uniti per trovare Sarah Scazzi’, che ha quasi 55mila iscritti, è comparso (e dopo meno di due ore è stato cancellato) perfino l’intervento di qualcuno che, dopo aver aperto un nuovo profilo, si presentava proprio come Sabrina Misseri e sosteneva di scrivere dal carcere, anche se il fatto che la ragazza sia in isolamento porta ad escludere che ciò sia possibile.
“Io non sono malata – si leggeva nel messaggio di cui è impossibile stabilire con certezza la reale provenienza – ho dovuto farlo per salvare mio padre che non l’ha mai toccata mia cugina! Siamo solo vittime, non capite che se lo meritava?!”.
E ancora: “Mia cugina accusava ingiustamente mio padre! Lui non l’ha mai toccata lo giuro!”.
Rispondendo ai moltissimi commenti di quanti si sono subito chiesti come mai la presunta ‘Sabrina’ potesse scrivere dal carcere, la risposta è stata: “In carcere ci danno la possibilità di comunicare. Io sono in stato di fermo fino al processo e non condannata!”.
Ancora:
E poi, in un altro post, si leggeva: “Ho aperto questo nuovo profilo per difendermi. Nessuno di voi può capire. Credetemi, ho dovuto difendere me stessa e mio padre da colei che voleva la nostra rovina, perdonatemi se potete”.
Parole che hanno provocato commenti infuriati sulla rete. In realtà, risulta che Sabrina Misseri sia in isolamento nel carcere di Taranto (e cioè che non possa comunicare in alcun modo con l’esterno) almeno fino a domani quando si terrà davanti al Gip l’udienza per la convalida del fermo.
Inoltre, il messaggio di stamattina è stato inviato da un Iphone e non risulta che Sabrina l’avesse, tanto meno che possa averlo portato in carcere.
Infine, le foto inserite nel nuovo profilo sono quelle in circolazione da giorni e la pagina di Facebook in questione è già stata usata nei giorni scorsi da mitomani per suscitare attenzioni morbose, ad esempio quando è stata pubblicata una foto falsa del cadavere di Sarah.
Va tenuto presente che:
a) tecnicamente è relativamente facile risalire all’identità del soggetto che ha posto in essere tale condotta, salvo l’uso di accorgimenti tecnici volti ad anonimizzare la navigazione in rete o, come in caso di utilizzo di server proxy, a far apparire un ip diverso da quello effettivamente usato;
b) la condotta, ove effettivamente sia stata posta in essere da un soggetto diverso da Sabrina Misseri, potrebbe ricadere nel reato previsto e punito dall’art. 494 c.p., rubricato “Sostituzione di persona”:
Art. 494 Codice Penale – Sotituzione di persona
Chiunque al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici è punito se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino a un anno.
I profili fake di Facebook sono piuttosto frequenti.
Fabio Bravo
Information Society & ICT Law
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