Risarcimento danni

Privacy, foto di minore e Gruppo di Facebook che inneggia al tiro al bersaglio contro i bambini down. Prospettive risarcitorie

Ha fatto discutere molto in questi giorni il Gruppo di utenti attivato su Facebook con il titolo “Giochiamo al tiro a bersaglio con i bambini down”.

I media ne hanno dato molto risalto.

Vorrei condividere alcune riflessioni in proposito. Sono diverse, inizio dalla prima, rimandando ad altri post le ulteriori annotazioni sull’argomento.

Nel riportare la notizia del Gruppo su Facebook contro i bambini down, molti media (testate cartacee e on-line, blog, TG, etc.) hanno riportato la triste immagine che campeggiava sull’homepage del gruppo, in cui v’era un primissimo piano di un bambino down in tenera età, riconoscibile, con la scritta “scemo” in stampatello sulla fronte ed una didascalia: “E’ l’unica fine che meritano questi parassiti”.

L’ansia di dare notizia spesso trascura le norme poste a difesa dei diritti fondamentali della persona, tra i quali è da annoverare il diritto alla protezione dei dati personali (privacy), considerato spesso a torto un orpello eccesivo o un inutile impedimento di natura burocratica. Ovvio che la dignità di quel bambino, già profonadmente lesa, deve essere salvaguardata fino in fondo, anche dalle testate giornalistiche che riportano la notizia criticando pesantemente i fatti.

Tra i diversi illeciti perpetrati con la creazione del Gruppo in questione, v’è sicuramente anche quello relativo al trattamento illecito dei dati personali, che ha una sua primaria rilevanza in sede civile con il riconoscimento al risarcimento dei danni anche non patrimoniali ai sensi e per gli effetti dell’art. 15 Codice privacy.

Il trattamento illecito del dati relativi al minore ritratto il foto e denigrato pubblicamente con scritta diffamatoria, è però da apprezzare sotto diversi aspetti.

Innanzitutto l’illecito mi sembra perpetrato indiscutibilmente dai fondatori e amministratori del sito, per ora noti come “Il signore della notte” e “Il vendicatore mascherato”.

Non mi pare possibile, allo stato, ravvisare una responsabilità anche del provider (società americana che gestisce Facebook), dato che, salvo non emergano diversi elementi, la rimozione dei contenuti è avvenuta tempestivamente, nel giro di un giorno lavorativo se non erro.

C’è però dell’altro sotto il profilo risarcitorio.

Nel riportare la notizia, infatti, il diritto di cronaca non può spingersi fino alla reiterazione parziale dell’illecito, tramite la diffusione dell’immagine in questione, considerata come illecito maniera espressa anche dal codice deontologico dei giornalisti relativo al trattameno dei dati personali (cfr. art. 7), ma ovviamente già desumibile dall’impianto normativo primario posto a tutela i dati personali e, direi, anche dell’onore e della reputazione della persona, anche se minore.

La normativa penalcodicistica ha una parte importante con riferimento all’ipotesi della diffamazione, più che dell’ingiuria (a cui fa invece riferimento il Garante per la privacy nel comunicato stampa riportato di seguito).

Basti pensare che sull’argomento è stato necessario un intervento ad hoc del Garante per la privacy che ha invitato a non rendere visibile il volto o ad “oscurarlo” tramite alterazione dei pixel.

Mi sembra utile riportare l’intero comunicato del Garante per la protezioen dei dati personali, al fine di darne più ampio risalto, visto che ad oggi le immagini continuano a circolare in rete:

Gruppo choc su Facebook: Garante privacy, anche quella foto lede la dignità della persona

L’Autorità Garante per la privacy prende atto che il gruppo choc su Facebook contro i bambini down è stato doverosamente e tempestivamente oscurato.

Nello spazio utilizzato dal gruppo appariva anche la foto di un neonato con una scritta ingiuriosa sulla fronte. L’immagine è stata ripresa da alcune testate, seppur in un contesto di generale riprovazione di quanto accaduto, senza l’adozione di accorgimenti che la rendessero anonima.

A tale riguardo, l’Autorità invita i mezzi di informazione che intendano documentare questo grave episodio – agenzie di stampa, giornali, quotidiani on line, Tg – ma anche gruppi attivi su Internet, a non rendere in alcun modo riconoscibile il bambino oggetto dello sfregio, avendo l’accortezza di oscurarne o pixelarne adeguatamente il volto.

La foto, al di là della concreta possibilità di consentire l’identificazione del neonato, è in sé lesiva della dignità della persona.

Il Garante ha deciso, altresì, di inviare ai direttori di tutte le testate giornalistiche, sia dei quotidiani che delle tv, una lettera per richiamare al più scrupoloso rispetto dei principi sanciti dal Codice deontologico dei giornalisti e dalla Carta di Treviso, in particolare quando si tratta di dare notizie riguardanti minori e persone affette da problemi di salute.

Si evince chiaramente, dunque, anche la responsabilità di chi, per darne notizia o per esprimere la propria opinione, ha effettuato a propria volta il trattamento illecito di dati personali del minore ritratto nella foto da cui risulta, a parte lo stato di salute, la scritta denigratoria per di più associata al dato sensibile del soggetto riconoscibile, senza che siano apposte tecniche di oscuramento. Nel caso in cui si sia proceduto successivamente all’oscuramento del volto (anche tramite alterazione di pixel) o alla sostituzione della foto, è chiaro che le prospettive risarcitorie non vengono meno in relazione all’illecito venutosi comunque medio tempore a configurare.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Foto su Internet. Sfruttamento dell'immagine a fini commerciali senza il consenso dell'interessato

Accade spesso che si approfitti della facile reperibilità su Internet (in particolare sui profili di Facebook e di altri social network) delle immagini che ritraggono persone note e non note per acquisirle senza il consenso dell’interessato o dell’avente diritto ed utilizzarle per scopi diversi.

V’è giurisprudenza consolidata che affronta il tema dell’illiceità dell’utilizzazione dell’immagine altrui, senza il consenso dell’interessato, accordando il relativo risarcimento del danno.

Recentemente sul tema si è espresso anche il Garante per la protezione dei dati personali, il quale ha ribadito, per quanto di sua compentenza, il principio secondo cui l’utilizzazione per scopi commerciali dell’immagine di un personaggio noto presa da Internet senza il consenso dell’interessato è illecita, in quanto viola anche le disposizioni in materia di protezione dei dati personali e pertanto va inibita.

Il caso riguardava l’utilizzazione, da parte di uno studio dentistico, di un’immagine di un personaggio noto, prelevata da Internet e riprodotta su 50.000 volantini pubblicitari distribuiti per scopi commerciali.

Ovviamente il Garante per la protezione dei dati personali non ha accordato il risarcimento del danno, in quanto, com’è noto, le decisioni in ordine alle richieste risarcitorie attengono alla compentenza dell’autorità giudiziaria, alla quale l’interessato potrà a tal fine rivolgersi ove intendesse ottenere il dovuto ristoro.

La condotta esaminata dal Garante, si noti, viola contemporaneamente sia le norme del codice civile dediate alla tutela dell’imagine, sia quelle contenute nella legge sul diritto d’autore, sia quelle del codice in materia di protezione dei dati personali.

Riporto di seguito il comunicato del Garante, contenuto nella Newsletter n. 333 dell’11 gennaio 2010:

Sfruttamento illecito dell’immagine: stop del Garante
Non è possibile sfruttare commercialmente l’immagine di una persona, anche se nota, senza il suo consenso.

Lo ha stabilito il Garante affrontando il caso di una donna di spettacolo, impegnata anche in politica, che aveva casualmente scoperto la sua fotografia su alcuni volantini pubblicitari utilizzati per reclamizzare servizi odontoiatrici. L’interessata aveva diffidato il centro dentistico dal proseguire il volantinaggio ma, dopo aver scoperto che le pubblicità erano ancora in distribuzione presso una delle sedi dello studio, aveva chiesto l’intervento del Garante.

Dagli accertamenti avviati dall’Autorità è emerso che lo studio professionale aveva scaricato la fotografia della donna da un sito web e, senza il consenso dell’interessata, l’aveva poi stampata su 50.000 volantini.

L’Autorità – anche sulla base di quanto stabilito dalla disciplina sul diritto d’autore – ha sottolineato che la riproduzione e la divulgazione del ritratto di una persona nota senza il suo consenso, anche nel caso in cui si tratta di un’immagine liberamente reperibile su internet, è lecita soltanto se risponde a esigenze di “pubblica informazione” e non ad altre finalità, in particolare quelle commerciali.

Essendo stati violati i principi di liceità e correttezza fissati dal Codice privacy, il Garante ha dunque vietato allo studio dentistico l’ulteriore trattamento, in qualunque forma, della foto della donna, inclusa la distribuzione, presso le diverse sedi, dei volantini già stampati.

L’Autorità ha, inoltre, avviato un autonomo procedimento per l’eventuale contestazione delle sanzioni amministrative relative alle violazioni alla normativa sulla privacy commesse dallo studio dentistico.

Qui, invece, è possibile scaricare il provvedimento del Garante, in versione integrale.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Peer-to-Peer. Dopo l'epilogo del caso The Pirate Bay, la FAPAV (Federazione Anti Pirateria Audiovisiva) trascina in Tribunale la Telecom

Sul P2P (Peer-To-Peer), si profilano novità dopo l’epilogo del caso The Pirate Bay, nell’ambito del quale la Cassazione, con sentenza n. 49437/09, si è pronunciata affermando il principio secondo cui l’autorità giudiziaria può ordinare agli ISP (Internet Service Providers) di inibire agli utenti il traffico di rete verso determinati siti utilizzati per la commissione di illeciti penali.

E’ notizia recente che la Federazione Anti Pirateria AudioVisiva (FAPAV) abbia avanzato presso il Tribunale di Roma un ricorso nei confronti di Telecom Italia per ottenere un provvedimento d’urgenza che, stando ad alcune fonti giornalistiche, se accolto costringerebbe la Telecom ad inibire il traffico dei propri utenti verso determinati siti che consentono lo scambio di file mediante P2P.

La FAPAV, secondo quanto riportato da Alessandro Longo per la Repubblica, sembrerebbe voler far valere anche la responsabilità della Telecom:

a) per non aver impedito la condotta illecita dei propri utenti, nonostante fosse stata tempestivamnte avvisata degli illeciti da parte della FAPAV;

b) per aver omesso di denunciare all’autorità giudiziaria gli utenti che abbiano scaricato o scambiato illecitamente file proteti da copyright.

Tuttavia, si precisa nell’articolo citato,

(…) Telecom si sta opponendo alle richieste. Non solo: nella propria difesa presentata al Tribunale, accusa a sua volta Fapav di aver monitorato le connessioni degli utenti Telecom, violandone la privacy. Soltanto con questi mezza la Federazione avrebbe potuto ottenere i dati sui film più scaricati. Secondo l’operatore, è una vicenda simile a quella di Peppermint (azienda discografica tedesca che aveva fatto incetta di dati degli utenti peer to peer italiani). Un caso che si era concluso nel 2007 con la condanna dei discografici, al Tribunale di Roma e da parte del Garante della Privacy. Non si sa in che modo Fapav abbia monitorato il traffico peer to peer, ma forse si è servita di un software ad hoc (Peppermint utilizzava quello di Logistep).

La fattispecie è assai complessa in quanto presenta molti aspetti in punto di diritto: la responsabilità dei providers, la normativa in materia di diritto d’autore e dei diritti di proptietà industriale, la disciplina del commercio elettronico e del risarcimento dei danni, la protezione dei dati personali su Internet, la disciplina del Peer-to-Peer, la disciplina delle investigazioni digitali e quella delle indagini difensive, e così via.

Seguiremo insieme, nei post di Information Society & ICT Law, anche questo caso, sciogliendo via via i nodi che si presenteranno.

Come di consueto cercherò di far confluire le riflessioni anche in sede scientifica, con i necessari approfondimenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Processo a Google. Non è solo un caso italiano (ovvero il caso Barrichello vs. Google innanzi al Tribunale di San Paolo in Brasile)

Il caso del c.d. “Processo a Google” che si sta celebrando presso il Tribunale di Milano (Vividown vs. Google), su cui siamo intervenuti passo passo, udienza per udienza, con i post di questo blog, non è un caso isolato.

Non è solo in Italia che il fenomeno della responsabilità di Google viene passata al vaglio dell’autorità giudiziaria, come sta avvenendo in quello che è stato definito come il caso “test”, senza precedenti negli scenari internazionali.

Per la verità la responsabilità di Google, con riferimento ai contenuti messi in rete dagli utenti, ha già un altro autorevole precedente in Brasile, ove si è celebrato il processo che ha visto protagonista Rubens Barrichello, noto pilota della Formula 1, contro Google.

Sul social network “Orkut” gestito proprio da Google, molto popolare in Brasile, erano stati immessi contenuti da parte degli utenti che, attivando un falso profilo del pilota, avevano accostato la sua immagine a quella di una tartaruga, per via dell’asserita sua lentezza.

Nel resoconto di Mauro Munafò per la Repubblica (“E’ lento come una tartaruga”. E Google deve risarcire Barrichello), si trova riportato infatti che Rbens Barrichello,

(…) arrivato terzo nell’ultimo campionato di Formula Uno, ha ottenuto da un tribunale di San Paolo che il motore di ricerca Google lo risarcisca di mezzo milione di dollari. Sul social network Orkut, proprietà di Google, ci sono infatti numerosi profili falsi del’ex pilota della Ferrari che ironizzano sulle sue capacità e lo paragonano a una tartaruga, animale di certo non famoso per la velocità.

(…) 

La causa contro Orkut, iniziata nel 2006, potrebbe arrivare a costare fino a 700 mila dollari a Google: il giudice ha infatti stabilito che la multa crescerà di 590 al giorno fino a quando i profili non verranno rimossi. I legali della società Californiana hanno però già annunciato ricorso in appello contro la decisione, affermando che Barrichello, essendo una figura pubblica, è sottoposta a critiche positive e negative, ma che queste non sono riconducibili al motore di ricerca che si limita ad ospitarle.

 

Il caso è interessante, perché ha portato alla individuazione di una responsabilità di chi gestisce la piattaforma su cui vengono ospitati i contenuti che, nella fattispecie che ha interessato Barrichello, riguardavano un social network e non una piataforma di file sharing.

Il quesito che ci si pone è però sempre il medesimo, anche se diverse sono le norme che si invocano nel caso di specie. Quelle relative  al nostrano Processo a Google (vs. Vividown), sono essenzialmente di derivazione comunitaria (tanto con riferimento alle disposizioni in materia di commercio elettronico invocate per regolare i confini della responsabilità del provider, quanto con riferimento alle disposizioni in materia di protezione dei dati personali, la cui applicazione è stata fatta comunque salva in maniera esplicita dalla disciplina in materia di commercio elettronico).

Nell’attesa della prossima udienza del 27 gennaio 2010, può notarsi come il problema della responsabilità dei provider per i contenuti immessi dagli utenti sia un problema percepito su scala mondiale, e probabilmente la casistica non si arresterà in Italia con la sentenza che verrà emessa dal Tribunale di Milano, comunque esso decida.

Avv. Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Privacy, editori e giornalisti. Il Garante interviene sull’Ordine e sulla FIEG

Il Garante per la protezione dei dati personali è intervenuto indirizzando all’Ordine dei giornalisti e alla FIEG (Federazione Italiana degli Editori Giornali) una nota per sensibilizzare entrambe le categorie al rispetto della privacy, con particolare riferimento al corretto utilizzo dei dati estratti dalla rete Internet.

Il problema più sentito riguarda immagini e informazioni tratte da Facebook e altri social network, che vengono utilizzate senza una opportuna verifica.

Nell’ultima Newsletter il Grante, al riguardo, ha precisato che

É necessario che i giornalisti verifichino sempre con attenzione le informazioni personali e le immagini che si possono trovare su Facebook e gli altri social network.

(…) Internet costituisce oggi, infatti, per i giornalisti una ricca fonte di dati.

Tuttavia la facile accessibilità agli stessi non può consentire un uso indiscriminato, senza adeguate verifiche sulla loro esattezza e completezza, oltre che sulla loro pertinenza sui fatti narrati. La scrupolosa verifica delle informazioni è tanto più necessaria se si considera il fatto che gli utenti dei social network non sono ancora pienamente consapevoli del fatto che i dati personali da loro inseriti su Facebook e su altri siti sono facilmente raggiungibili attraverso i motori di ricerca.

(…)

Il Garante, in linea con altre Autorità europee, ha dunque invitato sia l’Ordine nazionale dei giornalisti, sia la Federazione italiana degli editori giornali, a condividere l’opera di sensibilizzazione richiamando i direttori e i giornalisti al più scrupoloso rispetto dei principi “che costituiscono l’essenza di una corretta e professionale attività giornalistica”.

L’attenzione per tale tema, già evidente anche nella Guida del Garante sui rischi legati all’utilizzo dei social network, è tornato alla ribalta di recente dopo che due persone, in distinte occasioni, si erano viste pubblicare la foto estratta dal proprio profilo su Facebook, ma associata alla notizia della “loro” morte, quale vittima di incidente stradale l’una e vittima del terremoto che ha colpito l’Abruzzo, l’altra.

Il tutto, che è dipeso da una superficiatà nella ricerca delle immagini e da una mancata verifica sulla correttezza dei dati a fronte del rischio di omonimia, si traduce in un errore nel trattamento dei dati personali, suscettibile di ricadute sul piano sociale e interpersonale oltre che sul piano dell’identità personale.

Come riferito dal Garante medesimo, tali episodi sono stati trattati a seguito di

segnalazione di due cittadini, i quali avevano visto pubblicata da alcuni quotidiani  la propria immagine presa da  Facebook erroneamente associata a persone omonime decedute. In un caso si trattava di un incidente stradale, nell’altro di una vittima del terremoto avvenuto in Abruzzo.

I nomi pubblicati nei servizi di cronaca erano corretti, ma le fotografie ad essi associate erano state trovate facendo una semplice ricerca su Internet e scaricando l’immagine presente nei profili che i due segnalanti avevano aperto nel famoso  social network.

I giornalisti non avevano, dunque, verificato l’ipotesi che si potesse trattare di semplici casi di omonimia e hanno dato per decedute le persone sbagliate.

Nel caso della vittima del terremoto, la fotografia errata, pubblicata da un quotidiano, era stata riproposta anche da due testate televisive nazionali.

Si osserva la capacità di trasferimento dei dati, che rimbalzano rapidamente da un media ad un altro (social network-giornale-televisione), secondo un effetto che può essere definito “virale” e che porta ad amplificare gli effetti del trattamento illecito, con risvolti in ordine all’entità del danno risarcibile.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

iPhone che "esplodono": ecco le foto

Nel precedente post intitolato “iPhone e iPod che esplodono: tra ipotesi di reato, responsabilità del produttore e garanzia nella vendita dei beni di consumo” ponevo l’attenzione sugli episodi relativi alla “eplosione” di alcuni iPhone e iPod, così come evidenziato dalla stampa, ed accennavo alla disciplina applicabile.

Leggendo gli articoli non sembra si tratti di vere e proprie “esplosioni”, ma di eventi che portano alla frantumazione dell’ampio scermo touch screen e ad un surriscaldamento ecessivo, che può portare anche al rischio di incendio.

Le fotografie diffuse da Repubblica mi sembrano eloquenti.

Per il surriscaldamento mi ha colpito questa foto e quest’altra foto: (ma anche questa rende bene l’idea)  

Per la frantumazione dello schermo, invece, si può vedere questa immegine, che apre la gallery di Repubblica a corredo della quale la testata ricorda che

La Commissione europea ha invitato la Apple a fornire chiarimenti sulla rottura dello schermo di un iPhone che ha ferito delle persone in Francia e in Gran Bretagna. All’incidente si starebbero interessando i Commissari per la tutela dei consumatori, della Salute e per l’Industria. A quanto si apprende, però, ad oggi la Apple non avrebbe ancora inviato alcuna risposta alla Commissione.

Cercheremo insieme di seguirne gli sviluppi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

iPod e iPhone che esplodono: tra ipotesi di reato, responsabilità del produttore e garanzia nella vendita di beni di consumo

In questi giorni si stanno registrando anche in Italia casi di iPhone che «esplodono» o, per meglio dire, casi in cui tale strumento tecnologico riporta una frantumazione dello schermo (touch screen), senza apparenti sollecitazioni dall’esterno.

Alcuni episodi all’estero hanno fatto discutere.

Il Times Online riferisce il caso di una undicenne di Liverpool con l’iPod, ove la casa produttrice avrebbe cercato vanamente di ottenere il silenzio dietro la proposta di risarcimento del danno.

Altri numerosi casi, riportati anche da testate italiane, sono stati registrati in Francia, concernenti sia l’iPod che, in particolare, gli iPhone.

Ora gli episodi si registrano pure in Italia.

E’ notizia recente che sulla questione si sta interessando anche la Procura della Repubblica presso i lTribunale di Torino, che ipotizza reati relativi all’immissione in commercio di prodotti pericolosi.

Infatti, a seguito della frantumazione dello schermo dell’iPhone, alcune schegge avrebbero raggiunto l’occhio del suo utilizzatore.

I danni subiti dalle vittime, dunque, non sono solamente quelli relativi alla perdita patrimoniale, ma anche quelli relativi alla salute.

La casa produttrice avrebbe sostenuto, a quanto consta, che il prodotto non presenta vizi e che i danni riportati nei casi che hanno raggiunto l’onore della cronaca sarebbero dipesi dall’urto dell’apparecchio con agenti esterni.

La casistica nazionale ed estera, intanto, inizia a crescere ed a diventare significativa.

Sarebbe interessante seguirne gli sviluppi, per vedere l’evoluzione delle responsabilità e l’applicazione concreta della normativa, che in ambito civilistico può spaziare ampiamente, fino a ricomprendere non solo la disciplina sulla garanzia nelle vendite dei beni di condumo, ma anche quella sulla responsabillità del produttore, che assicura il risarcimento del danno secondo un regime speciale.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

 

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Intervento di Polizia Postale e Garante per le foto dei pazienti di Udine su Facebook

Come si apprende dal comunicato stampa del Garante per la privacy, in relazione all’episodio relativo alla diffusione su Facebook delle foto di pazienti dell’Ospedale di Santa Maria della Misericordia di Udine da parte di un’infermiera, l’Ospedale ha segnalato il tutto alla Polizia Postale, per quanto di sua competenza, probabilmente anche ai fini dell’eventuale accertamento sull’utilizzo dei computer da cui sarebbe stato effettuato l’up-loading delle immagini.

Anche il Garante ha avviato le indagini.

Dalle dichiarazioni dell’infermiera, questa avrebbe sostenuto di aver utilizzato il computer domestico e di aver comunque provveduto ad eliminare le immagini in questione dal proprio profilo su Facebook.

Il Garante, ad ogni modo, ha precisato che

«da parte sua proseguirà l’attività di accertamento sul rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali, anche ai fini di un’eventuale applicazione di sanzioni nei confronti di chi sarà ritenuto responsabile della violazione dei diritti dei ricoverati e delle altre persone coinvolte».

Qui sorgono questioni interessanti sotto il profilo giuridico, per via delle responsabilità che i pazienti potrebbero eventualmente invocare non solo direttamente nei confronti dell’infermiere, ma anche, ove ne sussistano i presupposti, nei confronti dell’Ospedale presso cui erano in cura.

E’ noto, tuttavia, che per le richieste di risarcimento del danno da illecito trattamento di dati personali non possono essere perorate innanzi al Garante per la protezione dei dati personali, essendo la compentenza riservata in via esclusiva all’autorità giudiziaria ordinaria.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Tutelare la propria immagine e la propria reputazione nel web 2.0

Ci sono dei casi in cui si vorrebbero eliminare i dati personali che l’interessato o altri abbiano diffuso su Internet.

Pensate al Web 2.0, ai blog ed ai social networks, a YouTube ed a GoogleVideo, per esempio, che consentono una profilazione dettagliata, senza precedenti, anche contro la volontà dell’interessato.

Ecco alcuni casi:

1) vecchie foto o video che non ci rappresentano più, soprattutto (ma non solo) in relazione ad esigenze lavorative o legate a nuovi legami sentimentali

In particolare si può pensare a chi ha diffuso o si è visto diffondere via Internet foto e/o video:

a) con i capelli lunghi, piercing, tatuaggi, etc., che non si vorrebbe far vedere al selezionatore delle risorse umane della prestigiosa società commerciale alla quale è stato inviato il CV e con la quale si vorrebbe fare il colloquio di lavoro, rigorosamente in giacca e cravatta, nella speranza di un’assunzione per una posizione dirigenziale;

b) «senza veli», che si vorrebbero dimenticare o far dimenticare con il passare del tempo, per il timore di un’immagine poco seria in ragione della posizione lavorativa o sociale ricoperta;

c) con ex fidanzato o fidanzata (etc.), che possono infastidire nuovi legami sentimentali;

d) e così via.

2) persecuzione digitale

Ricordate lo Human fresh search engine?

Il fenomeno registra un accanimento collettivo perpetrato tramite Internet, con gli strumenti più svariati (blog, forum, etc.), a danni di un soggetto, per l’attenzione che la gente finisce per avere nei suoi confronti. Il fenomeno finisce per degenerare, talvolta, in cyberviolenza ovvero in un accanimento collettivo di persone che, senza un coordinamento verticistico, finiscono:

a) per interessarsi collettivamente del medesimo caso, perché sulla rete la notizia colpisce l’opinione pubblica, rimbalzando da una fonte ad un altra;

b) partecipare attivamente, ciascuno con la propria opinione, alla generazione di un insieme di contenuti negativi ed ostili nei confronti di un soggetto, incapace di reagire individualmente all’insieme dei dati sul suo conto, che minano la sua reputazione.

Gli effetti possono ripercuotersi negativamente su diversi piani:

a) quello lavorativo, perché può incidere sull’opinione del datore di lavoro fino al punto da determinare anche il licenziamento, come avvenuto nel precedente caso inglese riportato da Alessandra Carboni per il Corriere;

b) quello sociale, perché l’opinione negativa diffusa ad ampio raggio incide in senso peggiorativo sulla qualità delle relazioni sociali, nei confronti degli amici, dei vicini di casa, dei colleghi di lavoro, dei familiari, dei clienti, etc.;

c) quello personale, perché può determinare un senso di insoddisfazione profonda e di frustrazione, di perdita di autostima, di depressione, fino agli eccessi tragici di chi non tollera più l’esistenza vissuta in assenza di qualsivoglia positivo legame sociale, di fronte ad una incapacità di reagire per costruire nuovi legali, nuove relazioni, bilanciando il peso dell’ondata collettiva di giudizi negativi.

Questa volta la privacy (e con essa il diritto all’immagine, il diritto all’oblio, il diritto all’identità personale, il diritto alla riservatezza) deve fare i conti non tanto con le esigenze di sicurezza, quanto con quelle di libertà di manifestazione del pensiero e di espressione (da parte di chi le notizie le vuole diffondere e commentare), secondo una contrapposizione classica tra due opposte esigenze di tutela, entrambe costituzionalmente garantite dal nostro sistema giuridico.

3) immagine aziendale compromessa (concorrenza sleale; coinvolgimento in procedimenti penali)

Al di là dei casi di Human flesh search engine, possiamo pensare anche ai casi di una concorrenza sleale per notizie denigratorie che un’impresa subisce oppure semplicemente ad una compromissione della reputazione collegata al coinvolgimento in procedimenti di rilevanza penale.

4) cyberstalking

Spesso si registra, nei casi di cyberstalking, che l’azione dello stalker venga perpetrata diffondendo via Internet (su chat, forum, mailing list, siti web, etc.) il numero di telefono della vittima in annunci contenenti la pretesa disponibilità della medesima a rapporti sessuali, talvolta anche piuttosto trasgressivi; ma la fantasia, per la verità, in questi casi spesso non incontra limiti.

L’elenco dei casi in cui si vorrebbe far perdere le tracce dei propri dati personali potrebbe continuare a lungo.

La reazione per contrastare fenomeni del genere dovrebbe partire da:

a) una adeguata risposta sotto il profilo giuridico (risarcimento del danno; tutela della privacy; tutela penale)

In realtà in nostro ordinamento giuridico è abbastanza avanzato sotto questo profilo, sia per ciò che concerne il diritto di accesso e di rettifica dei dati personali, sia per ciò che attiene alla tutela risarcitoria, dato che la legge consente il risarcimento anche del danno non patrimoniale per l’ipotesi di trattamento illecito di dati personali, e ciò anche a prescindere dal verificarsi di illeciti penalmente rilevanti (in nostro sistema legislativo prevede anche adeguate norme di rilevanza penale che possono essere utilmente invocate nei casi più gravi, sulle quali però in questo post non intendo soffermarmi).

Si veda, ad esempio, il precedente in cui il Tribunale di Latina, sezione distaccata di Terracina, ha accordato il risarcimento del danno, a carico di un operatore telefonico, per l’invio di SMS non richiesti a favore di un utente di telefonia mobile.

Agli strumenti civilistici si possono aggiungere quelli tipici della tutela penale contro le ipotesi di lesione dell’onore e della reputazione.

b) una adeguata risposta marketing-oriented, che coinvolga azioni mirate sotto il profilo tecnico/tecnologico e sociale

La compromissione dell’immagine e della reputazione, personale o aziendale, occorre che si provveda tecnicamente a ripulire, per quanto possibile, il materiale ritenuto pregiudizievole alla propria immagine e, per altro verso, ad immettere contenuti positivi che tentino di bilanciare in qualche modo quelli negativi.

Spesso le azioni possono essere combinate, poiché una reazione legale, ove amplificata, può essere utilizzata anche per bilanciare in senso inverso la notizia relativa all’immagine denigratoria, come avviene ad esempio nel campo imprenditoriale, ove alla concorrenza sleale si reagisce spesso diffondendo notizie sull’illiceità della condotta subita, anche procedendo alla pubblicazione ed diffusione della sentenza positivamente ottenuta.

Le azioni volte a veicolare la nuova immagine dovrebbero seguire le logiche del marketing ed essere posizionate sui contesti sociali (target) su cui si è rimasti più colpiti.

Un’azione che in parte coglie questi aspetti viene esercitata, sotto il profilo tecnico, da una società che propone un servizio commerciale di difesa della propria reputazione (Reputation Defender).

Come riporta Anna Masera per La Stampa,

Per salvaguardare la privacy, o per rimediare a errori di gioventù o di…inesperienza da Internet, è nato ’ReputationDefender.com’, un sito che vende i suoi servizi agli utenti della Rete in primo luogo per difendere la loro reputazione virtuale.

(…)

Navigando sul Web a chiunque può succedere di incappare in una immagine di sè non gradita. Può essere un video scaricato di nascosto da qualche amico, oppure una foto scattata a nostra insaputa, o addirittura notizie che riguardano la nostra identità.

Il problema però è che, di fronte ai danni di immagine che possono derivare, gli strumenti giuridici oggi a disposizione sono inadeguati, non esiste o quasi una difesa della propria “reputazione virtuale”.

A tali parole occorre replicare con alcune riflessioni:

(i) in realtà gli strumenti giuridici ci sono e meritano di essere adeguatamente utilizzati, perché è proprio ricorrendo ai diritti di accesso e rettifica consentiti dal codice in materia di protezione dei dati personali (e, prima ancora, dalla legge 675/96) è possibile per l’interessato, o per chi agisca per proprio conto, richiedere l’aggiornamento di dati non corretti o non più attuali o l’eliminazione di quelli trattati non conformemente ai criteri ora indicati dall’art. 11 del d.lgs. 196/03. V’è poi la possibilità di richiedere il risarcimento del danno o di agire in sede penale, ove la lesione dell’immagine, dell’onore e della reputazione sia avvenuta illecitamente, ovvero sia illecito anche solamente il trattamento dei dati personali;

(ii) v’è poi da considerare che il servizio non opera necessariamente in via preventiva, per cui, ove sia stato invocato quando l’immagine è stata già compromessa, il danno subito potrà essere risarcito solamente attraverso gli strumenti giuridici a nostra disposizione, che tra l’altro garantiscono una posizione di particolare vantaggio alla vittima dell’illecito, grazie alle garanzie offerte dall’art. 15 del Codice della privacy, in combinato disposto con l’art. 2050 e dell’art. 2059 c.c.;

(iii) tra l’altro, occorre tener presente che il servizio tecnico di salvaguardia della reputazione deve essere ben coordinato con l’azione legale e ciò fin dall’inizio, senza che questo preceda le scelte legali da azionare. Il rischio, infatti, è che l’azione volta a ripulire il materiale illecito per eliminarlo dalla rete produca danni irreversibili alla stessa vittima, che potrebbe rischiare di non contare più su un quadro probatorio efficace, ove non sia stato previamente cristallizzato secondo i crismi dettati dalla computer forensics.

Ciò non toglie, ovviamente, che il servizio segnalato da Anna Masera possa rivelarsi particolarmente efficace.

Riporto di seguito il passaggio in cui vengono citate le parole di Fertik, l’ideatore del servizio commerciale di «Reputation Defender», che tuttavia, almeno per ciò che concerne i riferimenti agli strumenti di difesa dal punto di vista giuridico, commette palesi errori dettati, forse, dalle necessità legate all’esigenza di commercializzazione del prodotto e, comunque, dal palese riferimento ad un ordinamento giuridico diverso da quello italiano (americano):

Ecco spiegato il successo del Reputation Defender, come lo stesso Fertik ha spiegato in un’intervista all’emittente Cbs: oggi l’identità virtuale di una persona, quella cioè che ci si costruisce negli anni ogni volta che si accede a Internet, può avere ricadute più che concrete nel mondo reale, perché l’identità virtuale può incidere in modo significativo sulla reputazione di una persona. Ma in caso di potenziali danni alla propria immagine non si hanno strumenti di difesa dal punto di vista giuridico. La legge non li ha ancora creati, è decisamente in ritardo rispetto alla velocità con cui il web si sta sviluppando dentro la società reale. “Perché può bastare un video messo in rete a nostra insaputa per rovinare in modo grave la nostra immagine” ha spiegato Fertik.

Negli Stati Uniti si stima che almeno il 70 per cento delle persone che lavorano abbiano compilato un apposito modulo via Internet per essere assunte. Ma più della metà o non sono stati assunti, oppure hanno rischiato di non esserlo perché non avevano una buona ‘reputazione virtuale’.

Tali parole, nonostante l’errore di valutazione sugli strumenti giuridici, evidenziano bene il problema attuale, di dimensioni macroscopiche, della tutela dell’ «identità virtuale» (rectius: «dell’identità sociale veicolata attraverso strumenti telematici») di una persona o di un’impresa.

Fabio Bravo

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Bancomat e prelievi illegittimi. La banca è tenuta a rimborsare i clienti

Un’interessante sentenza del Tribunale di Milano, resa il 16 marzo 2009, è intervenuta nello stabilire su chi grava il danno relativo ad illeciti prelievi di denaro effettuati tramite Bancomat da soggetti terzi.

Nelle due distinte fattispecie analizzate dal Tribunale di Milano, i clienti dell’istituto di credito, avevano tentato di effettuare il prelievo di denaro presso i dispositivi ATM (c.d. Bancomat) collocati presso una filiale. La tessera, tuttavia, non veniva restituita dal sistema.

Ritenendo che la tessera bancomat fosse stata trattenuta dall’istituto di credito, tramite il dispositivo bancomat, i clienti, dopo ripetuti tentativi inutilmente esperiti per ottenere la restituzione della tessera, abbandonavano il dispositivo riproponendosi di recarsi presso l’isituto di credito il primo giorno lavorativo utile, al fine di ottenere la restituzione della tessere madesima, senza attivarsi per richiedere il blocco della carta.

Recatisi presso l’istituto di credito, i clienti apprendevano che la tessera bancomat era stata utilizzata nei giorni festivi immediatamente precedenti, con prelievo di somme di denaro attraverso la digitazione del PIN, con uso apparentemente regolare del servizio bancomat.

Dopo aver sporto querela, i clienti richiedevano stragiudizialmente all’istituto di credito il rimborso delle somme illecitamente prelevate dal proprio conto.

A fronte del rifiuto da parte della banca, è stato attivato, per entrambi i casi, il giudizio culminato nella sentenza che in questa sede si segnala, con cui viene stabilito il principio secondo cui l’istituto di credito, ove non provi di aver adottato misure idonee per la sicurezza del servizio da manomissioni, è tentuo a rimborsare al cliente i prelievi di denaro illegittimamente eseguiti, senza che possa aver rilievo il fatto che il cliente non gli abbia immediatamente comunicato la mancata restituzione della tessera bancomat da parte dello sportello automatico.

Riporto di seguito la massima.

«Il fatto che il cliente non abbia immediatamente comunicato alla banca la mancata restituzione della tessera bancomat da parte dello sportello automatico non integra la fattispecie della “estrema negligenza” quale prevista dal paragrafo 8.3 della raccomandazione CEE 88/590 del 17 novembre 1988, per cui la banca, ove non provi di aver adottato misure idonee per la sicurezza del servizio da manomissioni, è tenuta a rimborsare al cliente prelievi illegittimamente eseguiti» (Trib. Milano, 16-3-09).

Si consiglia di leggere la sentenza in versione integrale (pubblicata su “ilcaso.it”).

Fabio Bravo

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email
EnglishFrenchGermanItalianPortugueseRussianSpanish

My Projects

      EUPL.IT - Sito italiano interamente dedicato alla EUPL

E-Contract-U

Giornalismo Investigativo - Inchieste e Diritto dell'informazione

My Books

My e-Books