Risarcimento danni

La responsabilità civile degli Internet Service Providers

 E’ stato pubblicato di recente il mio contributo dal titolo F. Bravo, La responsabilità civile degli Internet Service Providers, in G.Alpa e G. Conte (a cura di), La responsabilità d’impresa, Giuffrè, Milano, 2015, pp. 688-770.

 

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RTI vs Choopa, VVB. Differenze tra hosting passivo e gestore della piattaforma di condivisione video nella responsabilità del provider

Mi pare significativo il caso affrontato dal Tribunale di Roma con l’ordinanza cautelare del 20 ottobre 2011 nel caso RTI contro Choopa e VVB in tema di responsabilità del provider e del gestore della piattaforma di file audiovisivi coperti da diritto d’autore.

I principi affermati dalla disciplina sul commercio elettronico di derivazione comunitaria (direttiva 2000/31/CE, recepiti in Italia con d.lgs. 70/2003) sono stati felicemente applicati in favore di Choopa, al quale è stato riconosiuto il ruolo di fornitore del servizio di hosting “passivo”.

Va però rimarcato che sui server di Choopa, in funzione di hosting provider, veniva ospitata una piattaforma per la condivisione dei video, gestita da VBB.

Mentre nei confronti di Choopa la domanda cautelare è stata rigettata, in quanto sono valse le ipotesi di eccezione al regime di responsabilità contenute nella disciplina sul commercio elettronico, altrettanto non è avvenuto per VBB, nei cui riguardi la domanda è stata accolta senza che sia entrata in rilievo, a quanto mi consta, la disciplina di cui al citato d.lgs. 70/2003.

In altre parole, chi gestisce la piattaforma di contenuti multimediali, li organizza, li indicizza e ne ricava introiti pubblicitari, non si trova a svolgere un ruolo di hosting “passivo”, che invece spetta a chi si limita ad ospitare la piattaforma e i file in essa contenuti.

Se confrontiamo tale caso, in cui è netta la separazione tra gestore del server per la fornitura di mero hosting  (Choopa) e gestore della piattaforma (VBB), con i casi RTI / Google-YouTube, e gli altri casi analoghi, ci si rende conto di come i principi enunciati dall’ordinanza del 20.10.2011 a carico di VBB (gestore della piattaforma) non sono tanto distanti da quelli resi nei precedenti che hanno interessato i providers che, come avvenuto per Google-YouTube, s’è ritenuto abbiano un ruolo attivo nella gestione dei contenuti.

Il caso RTI vs Choopa e VBB aiuta, a mio avviso, a comprendere meglio il concetto, esplorato dalla giurisprudenza precedente, tra hosting “attivo” e hosting “passivo” e, al contempo, evidenzia un errore di fondo.

Come più volte sostenuto, l’hosting a cui si faceva riferimento nella direttiva 2000/31/CE non era altro che la messa a disposizione di una porzione di memoria su server accessibili tramite la rete Internet, al pari di quanto avviene, mutatis mutandis, quando si ha a disposizione una unità di memoria sul proprio hard disk in locale.

Non rientra in tale concetto di hosting la fornitura di servizi ulteriori, tramite piattaforme in grado di dare un valore aggiunto all’hosting e che, in realtà, vanno a configurare servizi aggiuntivi e utilità economiche addizionali per il fornitore, come avviene per YouTube e le altre piattaforme di gestione dei contenuti (incluso piattaforme di blogging) o di relazioni sociali (tra cui FaceBook e altri social network).

V’è chi, per distinguere la formitura di mero hosting dal servizio aggiuntivo reso mediante il ricorso ad una determinata piattaforma, insiste sulla distrinzione tra hosting “passivo”, nel primo caso, e hosting “attivo”, nel secondo caso, avendo solitamente presente, per l’hosting attivo, una realtà in cui il gestore della piattaforma è anche, al contempo, fornitore di mero hosting.

In realtà tale approccio produce, a mio avviso, una confusione nell’inquadramento della fattispecie.

Sarebbe infatti opportuno mantenere separati concettualmente i due servizi (di mero hosting e di gestione della piattaforma), i quali possono anche essere cumulativamente resi da un medesimo soggetto, ma, come nel caso RTI vs. Choopa e VBB, possono rimanere distinti ed essere forniti da soggetti diversi.

La separazione concettuale lascia ben comprendere come il regime di favore delineato dalla disciplina sul commercio elettronico sia riservato al mero hosting (quello che è stato definito, anche in giurisprudenza, come hosting passivo, da ultimo nell’ordinanza resa dal Tribunale di Roma il 20 ottobre 2011 nel giudizio RTI vs Choopa e VBB) e non, invece, al servizio di gestione della piattaforma, nella quale i contenuti immessi vengono gestiti, indicizzati ed eventualmente utilizzati anche a fini pubblicitari, ed appoggiati su un server in forza di un separato rapporto di hosting.

Mentre la fornitura del servizio di hosting, che è alla base della fornitura del servizio di gestione della piattaforma, incontra il regime di maggior favore enunciato dalla disciplina in materia di commercio elettronico, altrettando non pare possa sostenersi per la fornitura del servizio di gestione della piattaforma di contenuti multimediali, che è altro rispetto al servizio di hosting e, per tale motivo, la definizione di hosting attivo, anche se non errata in senso meramente descrittivo, rischia di essere fuorviante.

Ove un soggetto cumulerà su di sè entrambi i servizi, di (mero) hosting e di gestione della piattaforma, l’analisi dei profili di responsabilità potrà più facilmente essere delineata tenendo conto di tale distinzione.

Nel caso di specie Choopa e VBB hanno fornito separatamente i due servizi e sono andati incontro, in sede cautelare, a sorti completamente diverse in ordine all’applicazione del regime di responsabilità del provider delineato dalla normativa sul commercio elettronico.

Fabio Bravo

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Sentenza sulle 10 domande di Repubblica. Il Tribunale di Roma rigetta la richiesta di risarcimento danni di Silvio Berlusconi

 Il Tribunale di Roma, Sez. I Civile,  Giudice Dott.ssa Angela Salvio, con sentenza del 5 settembre 2011, n. 17366, ha rigettato (in primo grado) la domanda di risarcimento danni per diffamazione avanzata da Silvio Berluscono contro Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.a. ed altri in conseguenza della reiterata pubblicazione quotidiana delle famose “10 domande” di Repubblica, non solo sul quotidiano in versione cartacea, ma anche on-line sul sito www.repubblica.it.

Al rigetto della domanda ne è conseguita la condanna dell’attore al pagamento delle spese processuali.

Il testo della sentenza (interessante per il giornalismo investigativo e per il diritto dell’informazione soprattutto nella parte in cui si sofferma sui confini del diritto di critica come scriminante e sulle modalità con cui il medesimo possa essere esercitato) è stato messo a disposizione sul sito di Repubblica ed è qui prelevabile in formato PDF in versione integrale.

Fabio Bravo

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Affitti e scambio case on-line. Il caso Airbnb

La storia narrata nell’articolo “Casa devastata. Bufera su Airbnb“, di Alessandro Longo per Repubblica, fa percepire come il settore della responsaiblità del provider si stia espandendo progressivamente, così come l’esigenza dei provider medesimi di offrire non la semplice intermediazione tecnica (l’interfaccia o la piattaforma UGC di social netowork tematica), ma anche l’attività supplementare di controllo dei contenuti o dell’affidabilità degli utenti che la piattaforma fa mettere in contatto.

E’ capitato, infatti, che un utente di un social network dedicato all’incontro tra domanda ed offerta di unità immobiliari in affitto anche per pochi giorni, andando in vacanza per una settimana, abbia deciso di affidarsi al servizio Airbnb per dare in affitto l’appartamento lasciato libero per il medesimo periodo di tempo, salvo poi a trovare, in occasione del ritorno dalle vacanze, la casa completamente devastata.

Questa la descrizione dell’accaduto, nella pagina di Alessandro Longo:

E.J., che vive a S. Francisco, aveva pensato di avere avuto un’idea geniale. Partire per un viaggio di una settimana affittando l’appartamento. E così guadagnare senza fatica. Senza nemmeno dover incontrare il proprio inquilino, con cui aveva solo scambiato qualche mail, dopo il contatto tramite il social network. Non sapeva nemmeno se fosse uomo o donna; su Internet si faceva chiamare “Dj Pattrson” (sic). Com’è andata a finire l’ha scritto lei stessa sul

blog: “hanno rubato la mia macchina fotografica, il mio iPod, un portatile e il disco rigido dove avevo memorizzato tutte le mie foto, i diari, insomma… la mia intera vita. Hanno trovato il mio certificato di nascita e la mia carta dell’assistenza sanitaria, che penso abbiano fotocopiato usando la fotocopiatrice che avevo gentilmente messo a disposizione degli ospiti in caso di necessità”. ” La cucina era un disastro: il lavandino era pieno di piatti sporchi, pentole usate e panni bruciacchiati e rovinati. C’era detersivo in polvere sparso dappertutto: sui piani della cucina, sui mobili di legno, sulla bellissima e nuova testiera del mio letto, sulla scrivania, nella stampante”.

 

Interessanti anche le successive annotazioni:

E.J. accusa Airbnb di non fare una scrematura dei possibili affittuari; di non fare controlli, di non dare garanzie. L’azienda è finita nel mirino delle critiche, sul web, anche per come ha gestito l’incidente. In prima battuta ha cercato di dissuadere E.J. dal pubblicare la storia e solo dopo che il caso è finito sui giornali americani le ha offerto un indennizzo. Ma non è finita: si stanno moltiplicando le storie simili. Troy Dayton, di Oakland, racconta di una casa vandalizzata, per migliaia di dollari di danni. L’azienda si è limitata a offrirgli , a mo’ rimborso, 21 notti gratis in una delle case disponibili sul sito. Dopo lo scandalo del caso E.J., Airbnb promette di aumentare le misure di sicurezza, ma per ora si è limitata a lanciata un supporto telefonico 24 ore su 24 e pacchetti assicurativi.

 

Il caso di Airbnb sta diventando esemplare di come i servizi low cost via internet possono essere meno sicuri di quelli tradizionali. Il web è comodo e fa risparmiare, va bene. Ma se in cambio ci sono meno controlli e garanzie, val la pena correre il rischio? Adesso se lo staranno chiedendo le migliaia di utenti di Airbnb e dei siti simili nati sull’onda del suo successo.

 

Fabio Bravo

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Diritto dell’informazione e conduzione del TG1: reintegrata Tiziana Ferrario (lesione della professionalità per discriminazione politica)

L’ANSA, con un lancio ripreso immediatamente dal Corriere della Sera, rende noto che la giornalista Tiziana Ferrario si è vista accogliere il ricorso d’urgenza presentato innanzi al giudice del lavoro presso il Tribunale di Roma per la sua esclusione dalla conduzione del TG1.

Il Tribunale, nella persona del giudice Dott. Marrocco,

ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi.

Le tematiche del diritto dell’informazione si innestano su quelle del diritto del lavoro e dei diritti della personalità:

Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell’incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una “grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini.

Oltre all’integrazione nell’incarico di conduzione nel TG1 di prima serata e di inviata per grandi eventi, la “grave lesione della professionalità” pare aprire agevolmente la strada anche a richieste di risarcimento del danno non patrimoniale.

Fabio Bravo

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La Fiat chiede ad AnnoZero 20 milioni di Euro a titolo di risarcimento del danno per un servizio giornalistico

La somma è ingente: 20 milioni di Euro di risarcimento del danno.

Si tratta della richiesta risarcitoria che la Fiat starebbe promuovendo per le dichiarazioni asseritamente diffamatorie e lesive della reputazione commerciale della società torinese emergenti da un servizio giornalistico andato in onda il 2 dicembre 2010 nel corso della trasmissione televisiva “AnnoZero”, condotta da Michele Santoro.

I particolari emergono in un articolo del Corriere della Sera, che riporta la notizia diramata dall’ANSA:

Venti milioni: a tanto ammonterebbe la richiesta di risarcimento danni presentata dalla Fiat contro la trasmissione Annozero di Michele Santoro, per la puntata del 2 dicembre.

In particolare, nel mirino del Lingotto erano finite le affermazioni contenute in un servizio su tre autovetture, tra le quali l’Alfa Romeo MiTo, ritenute «fortemente denigratorie e lesive dell’immagine e dell’onorabilità della società, dei suoi prodotti e dei suoi dipendenti».

Se andiamo a leggere i dettagli, si apprende che:

In particolare, la Fiat aveva spiegato che «in modo del tutto strumentale» Annozero aveva «illustrato le prestazioni di tre autovetture, fra cui una Alfa Romeo MiTo, impegnate in un test apparentemente eseguito nella stagione autunnale, per concludere, sulla sola base dei dati relativi alla velocità, che i risultati di questa “prova” avrebbero dimostrato una asserita inferiorità tecnica complessiva dell’Alfa Romeo MiTo. Si trattava di una ripresa televisiva che è stata artificialmente collegata ad una prova comparativa condotta nella stagione primaverile, non con le stesse vetture, dal mensile Quattroruote e poi pubblicata nel numero dello scorso mese di giugno di questa rivista». «Quello che, incredibilmente, la trasmissione non ha raccontato – aveva spiegato ancora il Lingotto – è che la valutazione globale di Quattroruote, risultante dalla comparazione dei dati relativi alle prestazioni tecniche, alla sicurezza e al confort ha attribuito all’Alfa Romeo MiTo in versione Quadrifoglio (1.368 cc) una votazione superiore a quella della Citroen DS3 THP (1.598 cc) e della Mini Cooper S (1.598 cc). Fiat, anche a tutela delle migliaia di lavoratori che quotidianamente danno il loro contributo alla realizzazione di prodotti sicuri e tecnologicamente avanzati, intende pertanto intraprendere un’azione di risarcimento danni (il cui ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza) – aveva concluso l’azienda – come forma di difesa a fronte di una condotta tanto ingiustificata quanto lesiva della verità».

Altri particolari sono disponibili in quest’altro articolo, in cui compare anche il video con le parole di Michele Santoro.

Vedremo come si svilupperà la vicenda, che attiene ai limiti del diritto di cronaca in sede giornalistica, in rapporto alla tutela dell’onore e della reputazione commerciale.

Fabio Bravo

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Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.). Ai domiciliari un appuntato della GdF per aver trasferito dati personali di VIP a un giornalista di Panorama (indagato per concorso nel medesimo reato)

Secondo quanto rivelato dagli organi di informazione, un giornalista di Panorama avrebbe attinto dati personali su personaggi famosi (tra cui alcuni componenti della famiglia Agnelli, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano, Beppe Grillo, Marco Travaglio, Patrizia D’Addario, Gioacchino Genchi), da un appuntato della Guardia di Finanza, accusato di aver effettuato ripetute interrogazioni del sistema informatico delle “Fiamme Gialle”, in violazione dell’art. 615 ter c.p. (Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico).

Come precisa l’articolo citato, il giornalista sarebbe indagato per concorso nel medesimo reato:

Fabio Diani, appuntato della Guardia di Finanza in servizio a Pavia, è stato posto agli arresti domiciliari su ordine del Gip presso il Tribunale di Milano, per una serie di accessi abusivi agli archivi informatici delle Fiamme Gialle, “in violazione dell’articolo 615 ter del codice penale”.

Il finanziere, secondo l’accusa, avrebbe poi passato informazioni riservate al giornalista di “Panorama” Giacomo Amadori, riguardanti una serie di noti personaggi. Amadori, stando a quanto si apprende, ha ricevuto un avviso di garanzia per concorso nello stesso reato: accesso abusivo a sistemi informatici.

La competenza del reato sarebbe stata individuata, dunque, in favore del Tribunale di Milano.

Ricordo il tenore dell’articolo citato:

Art. 615 ter c.p. – Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni:

1) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;

2) se il colpevole per commettere il fatto usa violenza sulle cose o alle persone, ovvero se è palesemente armato;

3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.

Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanita’ o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena e’, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni.

Nel caso previsto dal primo comma il delitto e’ punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d’ufficio.

Non v’è menzione delle violazioni relative alla disciplina in materia di protezione dei dati personali (privacy), ad esempio con riferimento all’art. 167 del d.lgs. 196/2003 (Illecito trattamento di dati personali), forse perché non sarebbe stato rinvenuto il nocumento richiesto dalla norma incriminatrice, ma non è detto che, tra i soggetti interessati al trattamento dei dati personali non vi sia chi abbia ricevuto un pregiudizio.

Tale circostanza potrebbe far ipotizzare anche eventuali richieste risarcitorie di tipo civilistico, anche in sede penale tramite costituzione di parte civile, in relazione a quanto previsto dall’art. 15 del Codice della privacy, che va a delinere una responsabilità civilistica di tipo oggettivo (e, comunque, fino al limite del caso fortuito e della forza maggiore) basata sul regime di cui all’art. 2050 c.c.  anche per il risarcimento del danno non patrimoniale.

Una considerazione, che rimane implicita, attiene alle modalità del reperimento delle fonti del giornalismo ed al rapporto tra forze dell’ordine e organi di informazione, che deve essere curato non solo tramite l’apposizione di un corpo normativo, che in realtà già c’è, ma tramite un più serio approccio alla deontologia ed al ricorso ai codici etici, che, per evitare che rimangano lettera norma, vanno veicolati in primo luogo attraverso la formazione e altra attività di sensibilizzazione.

Mi rendo conto che non è la risposta decisiva al problema, ma una delle possibili risposte al problema, le quali mirano a porre in essere azioni di tipo preventivo e contenitivo ai fenomeni in esame, da affiancare a quelle di tipo repressivo, per mano della magistratura ove si ravvisassero concretamente le responsabilità ipotizzate.

Il rapporto tra forze di polizia e giornalismo è un rapporto delicato, che si alimenta reciprocamente, in entrambe le direzioni.

Sul ruolo investigativo del giornalismo a favore dell’attività degli investigatori e degli inquirenti mi sono soffermato con un articolo recente, a proposito dell’esposizione mediatica sul caso di Sarah Scazzi e della famiglia Misseri.

Ora questa vicenda, insieme ad innumerevoli altrei, fornisce l’occasione per meditare sul ruolo informativo delle forze dell’ordine, a favore del giornalismo.

Si creano flussi di informazioni che vanno ricondotti ad equilibrio.

Fabio Bravo

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Cassazione Penale, sent. n. 35511/2010. Il direttore responsabile di testata on-line non risponde dei reati commessi a mezzo stampa (art. 57 c.p.)

L’interessante sentenza n. 35511 del 16 luglio 2010 (su Computer Law il testo integrale) interviene in materia di responsabilità del direttore di una testata telematica, escludendo l’applicazione dell’art. 57  del codice penale (rubricato “Reati commessi col mezzo della stampa periodica”) nel caso in cui la rivista o il periodico siano solamente in versione telematica e non anche in versione cartacea.

Dalla sentenza 35511/2010 si leggono questi elementi sulla fattispecie:

XXXX era direttore del periodico telematico WWWW, sul quale risultava pubblicata una lettera ritenuta diffamatoria nei confronti del Ministro della Giustizia (YYYY) e del suo “consulente per l’edilizia penitenziario” (ZZZZ).

In secondo grado la Corte di Appello aveva  declamato la prescrizione del reato, con salvezza delle statuizioni civili, di ordine risarcitorio, in favore delle parti civili costituite (il Ministro della Giustizia ed il suo consulente):

La Corte di appello di Milano, con sentenza 25.9.2009, in riforma della pronunzia di primo grado, ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione a carico di XXXX, imputato del reato di cui all’art. 57 cp; ha confermato le statuizioni civili in favore delle costituite parti civili, YYYY e ZZZZ.

Ecco come la sentenza n. 35511 del 2010 della Corte di Cassazione  giunge ad affermare che il fatto non è previsto dalla legge come reato. Di seguito riporto i passaggi più significativi delle motivazioni esposte nella sentenza:

***

a) i riferimenti normativi (la norma incriminatrice)

(…) L’art. 57 cp punisce, come è noto, il direttore del giornale che colposamente non impedisca che, tramite la pubblicazione sul predetto mezzo di informazione, siano commessi reati.

Il codice, per altro, tra i mezzi di informazione, distingue la stampa rispetto a tutti gli altri mezzi di pubblicità (art. 595 comma III cp.) e l’art. 57 si riferisce specificamente alla informazione diffusa tramite lo “carta stampata”.

La lettera della legge è inequivoca e a tale conclusione porta anche l’interpretazione “storica” della norma (…)

b) i richiami dottrinali e di giurisprudenziali sul concetto di “stampa”

In dottrina e in giurisprudenza si è comunque discusso circa la estensibilità del concetto di stampa, appunto agli altri mezzi di comunicazione. E così una risalente pronunzia (ASN 198900259-RV 180713) ha escluso che fosse assimilabile al concetto di stampato lo videocassetta preregistrata, in quanto essa viene riprodotta con mezzi diversi da quelli meccanici e fisico-chimici richiamati dall’art. 1 della legge 47/48.

D’altra parte, è noto che la giurisprudenza ha concordemente negato (ad eccezione della sentenza n. 12960 della Sez. feriale, p.u. 31.8.2000, dep. 12.12.2000, ric. Cavallino, non massimata) che al direttore della testata televisiva sia applicabile la normativa di cui all’art. 57 cp (cfr, ad es. ASN 200834717-RV 240687; ASN 199601291-RV 205281), stante lo diversità strutturale tra i due differenti mezzi di comunicazione (fa stampa, da un lato, lo radiotelevisione dall’altro) e lo vigenza nel diritto penale del principio di tassatività.

c) la non “assimilabilità di internet (rectius del suo “prodotto”) al concetto di stampato

Analogo discorso, a parere di questo Collegio, deve esser fatto per quel che riguarda lo assimilabilità di internet (rectius del suo “prodotto”) al concetto di stampato.

L’orientamento prevalente in dottrina è stato negativo, atteso che, perché possa parlarsi di stampa in senso giuridico (appunto ai sensi del ricordato art. 1 della legge 47/48), occorrono due condizioni che certamente il nuovo medium non realizza:

a) che vi sia una riproduzione tipografica (prius),

b) che il prodotto di tale attività (quella tipografica) sia destinato alla pubblicazione e quindi debba essere effettivamente distribuito tra il pubblico (posterius).

Il fatto che il messaggio internet (e dunque anche la pagina del giornale telematico) si possa stampare non appare circostanza determinante, in ragione della mera eventualità, sia oggettiva, che soggettiva.

Sotto il primo aspetto, si osserva che non tutti i messaggi trasmessi via internet sono “stampabili”: sì pensi ai video, magari corredati di audio; sotto il secondo, basta riflettere sulla circostanza che, in realtà, è il destinatario colui che, selettivamente ed eventualmente, decide di riprodurre a stampa lo “schermata”.

E se è pur vero che la “stampa” – normativamente intesa – ha certamente a oggetto, come si é premesso, messaggi destinati alla pubblicazione, è altrettanto vero che deve trattarsi – e anche questo si è anticipato – di comunicazioni che abbiano veste di riproduzione tipografica.

Se pur, dunque, le comunicazioni telematiche sono, a volte, stampabili, esse certamente non riproducono stampati (è in realtà la stampa che – eventualmente – riproduce la comunicazione, ma non la incorpora, così come una registrazione “domestica” di un film trasmesso dalla TV, riproduce – ad uso del fruitore – un messaggio, quello cinematografico appunto, già diretto “al pubblico” e del quale, attraverso lo duplicazione, in qualche modo il fruitore stesso si appropria, oggettivizzandolo).

d) eterogeneità della telematica rispetto ad altri media

Bisogna pertanto riconoscere lo assoluta eterogeneità della telematica rispetto agli altri media, sinora conosciuti e, per quel che qui interessa, rispetto alla stampa.

D’altronde, non si può non sottolineare che differenti sono le modalità tecniche di trasmissione del  messaggio a seconda del mezzo utilizzato: consegna materiale dello stampato e sua lettura da parte del destinatario, in un caso (stampa), irradiazione nell’etere e percezione da parte di chi si sintonizza, nell’altro (radio e TV), infine, trasmissione telematica tramite un ISP (internet server provider), con utilizzo di rete telefonica nel caso di internet.

d) il confronto con la responsabilità dei Providers ai sensi della disciplina sul commercio elettronico (d.lgs. 70/2003)

Ad abundantiam si può ricordare che l’art. 14 D. Lsvo 9.4.2003 n. 70 chiarisce che non sono responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e – a fortiori – gli hosting provider (cfr. in proposito ASN 200806046-RV 242960), a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma, in tal caso, come è ovvio, essi devono rispondere a titolo di concorso nel reato doloso e non certo ex art 57 cp).

e) esclusione della responsabilità per coordinatori di blog e forum a cui la sentenza assimila il direttore del giornale diffuso sul web

Qualsiasi tipo di coinvolgimento poi va escluso (tranne, ovviamente, anche in questo caso, per l’ipotesi di concorso) per i coordinatori dei blog e dei forum.

Non diversa è la figura del direttore del giornale diffuso sul web.

f) astratta configurazione di responsabilità del direttore del giornale telematico ove d’accordo con l’autore della lettera, per concorso in diffamazione, non per omesso controllo ex art. 57 c.cp. – Riferimento all’anonimato

Peraltro, anche nel caso oggi in esame, sarebbe, invero, ipotizzabile, in astratto, la responsabilità del direttore del giornale telematico, se fosse stato d’accordo con l’autore della lettera (lo stesso discorso varrebbe per un articolo giornalistico).

A maggior ragione, poi, se lo scritto fosse risultato anonimo.

Ma – è del tutto evidente – in tal caso il direttore avrebbe dovuto rispondere del delitto di diffamazione (eventualmente in concorso) e non certo di quello di omesso controllo ex art 57 cp, che come premesso, non è realizzabile da chi non sia direttore di un giornale cartaceo.

Al XXXX, tuttavia, è stato contestato il delitto colposo ex art 57 cp e non quello doloso ex art 595 cp.

g) il ruolo dell’interattività (web 2.0) sul piano pratico e giuridico. Non esigibilità del controllo


Sul piano pratico, poi, non va trascurato che la c.d. interattività (la possibilità di interferire sui testi che si leggono e si utilizzano) renderebbe, probabilmente, vano -o comunque estremamente gravoso- il compito di controllo del direttore di un giornale on line.

Dunque, accanto all’argomento di tipo sistematico (non assimilabilità normativamente determinata del giornale telematica a quello stampato e inapplicabilità nel settore penale del procedimento analogico in malam partem), andrebbe considerata anche la problematica esigibilità della ipotetica condotta di controllo del direttore (con quel che potrebbe significare sul piano della effettiva individuazione di profili di colpa).

h) la voluntas legis


Da ultimo, va considerata anche la implicita voluntas legis, atteso che, da un lato, risultano pendenti diverse ipotesi di estensione della responsabilità ex art 57 cp al direttore del giornale telematico (il che costituisce ulteriore riprova che – ad oggi – tale responsabilità non esiste), dall’altro, va pur rilevato che il legislatore, come ricordato dal ricorrente, è effettivamente intervenuto, negli ultimi anni, sulla materia senza minimamente innovare sul punto.

i) la legge n. 62/2001 sull’estensione del concetto di prodotto editoriale ai giornali telematici

Invero, né con la legge 7 marzo 2001 n. 62, né con il già menzionato D.Lvo del 2003, è stata effettuata la estensione della operatività dell’art. 57 cp dalla carta stampata ai giornali telematici, essendosi limitato il testo del 2001 a introdurre la registrazione dei giornali on line (che dunque devono necessariamente avere al vertice un direttore) solo per ragioni amministrative e, in ultima analisi, perché possano essere richieste le provvidenze previste per l’editoria (come ha chiarito il successivo D. Lvo).

l) conclusioni

Allo stato, dunque, “il sistema” non prevede lo punibilità ai sensi dell’art 57 cp (o di un analogo meccanismo incriminatorio) del direttore di un giornale on line.

Quindi

(…) deve concludersi che lo sentenza impugnata va annullata senza rinvio perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Mi occuperò anche in seguito di questa sentenza, con altri post.

Fabio Bravo

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Twitter e responsabilità dei calciatori. Il caso Neymar

Neymar da Silva, noto calciatore brasiliano, avrebbe diffuso su Twitter espressioni diffamatorie nei confronti dell’arbitro Sandro Ricci, definendolo “un ladrone”. Questo è quanto si legge in uno dei suoi commenti apparsi a suo nome sul celebre social netwotk.

Il calciatore brasiliano si sarebbe difeso attribuendo la paternità del commento ad un hacker, negando ogni responsabilità. Ma l’onere della prova spetterebbe a Neymar ed, in assenza di una dimostrazione in ordine all’effettivo operato dell’hacker, risulterebbe difficile far venir meno le responsabilità scaturenti dall’evidente presenza del messaggio, confermata dallo stesso calciatore brasiliano.

Come riportato dal Corriere della Sera,

Per lui potrebbe scattare la squalifica, perché, come ha ricordato il procuratore federale Paulo Schmidt “ogni espressione ed offesa contro gli arbitri, fatta con qualsiasi mezzo di comunicazione, elettronico o meno, è passibile di punizione”.

Ovviamente il principio non si ferma alla giustizia sportiva, dato che la condotta ha una sua rilevanza, sia in sede civile (con possibilità di risarcimento del danno) che in sede penale, a prescindere dalla qualifica dei soggetti coinvolti.

Il caso è comunque interessante perché mette in luce il rischio di effetti collaterali dell’uso dei social network sulla vita lavorativa degli utenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

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Social Shopping e Customer Evaluation tra libertà di espressione, difesa della reputazione commerciale e diffamazione. L’intervista a Fabio Bravo su Computer Idea

Lorenzo Cavalca, giornalista di Computer Idea, mi ha intervistato su un tema di grande interesse per il commercio elettronico: la diffamazione on-line nel social shopping (accanto all’intervista c’è un ampio articolo, sempre a firma di Lorenzo Cavalca, sul funzionamento dei portali in questione, che consiglio di leggere).

L’uso di strumenti di social network consente non solo di effettuare il c.d. social shopping, ma anche di esprimere valutazioni su prodotti e aziende (social evaluation). Con la possiblità di rilasciare commenti, tipica del web 2.0, sorge il problema dei limiti da osservare nei giudizi negativi espressi verso prodotti o aziende, al fine di evitare la commissione di illeciti, rilevanti sia in sede civile, sia in sede penale.

L’intervista, apparsa sul n. 268 di Computer Idea (21 luglio – 3 gosto 2010), per ovvie ragioni editoriali, contiene la sintesi di un discorso più ampio, che provo a ricapitolare di seguito, su Information Society & ICT Law.

***

1) I limiti alla libertà di espressione per i commenti degli utenti di social network usati per far esprimere pareri su prodotti e servizi forniti da un’azienda.
La manifestazione in ambienti sociali digitali, come i social network, di opinioni relative a prodotti e servizi di una azienda, sotto forma di pareri e giudizi, è da ricondurre alla libertà di manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione. In linea di principio, dunque, gli utenti hanno il diritto costituzionale di esprimere liberamente il proprio pensiero, anche nei social network, e tale diritto non soffre limitazioni con riferimento alla natura commerciale di ciò che costituisce oggetto di esternazione.

Ovviamente la libertà di manifestazione del pensiero, così come ogni libertà e ogni diritto, trova un limite nella necessità di salvaguardare anche la libertà e i diritti altrui.

Di sicuro non si può usare lo schermo offerto dalla libertà di manifestazione del pensiero per veicolare giudizi diffamatori, che abbiano il solo effetto di ledere la reputazione del soggetto che commercializza il bene o il prodotto.

Nella casistica giurisprudenziale, per fare un esempio, si trova affermato il principio secondo cui la manifestazione pubblica di un giudizio negativo sull’adempimento di un contratto costituisce espressione del diritto di critica, sempre che non travalichi nell’insulto e nel dileggio gratuito della controparte.

Il principio in questione può essere applicato alle opinioni espresse, anche su Interent, dai consumatori con riguardo a beni o servizi che siano stati forniti da una determinata impresa in forza di un contratto, sia esso di vendita, di comodato, di noleggio, di fornitura o altro.

In presenza di un’espressione diffamatoria proferita ai danni di un’impresa che fornisce beni o servizi, l’utente che abbia espresso l’opinione o il giudizio può dunque invocare l’esimente del diritto di critica.

Il diritto di critica costituisce in senso tecnico una scriminante, ossia una causa di giustificazione che rende non punibile il reato di diffamazione, pur astrattamente configurabile in tutti i suoi elementi. La causa di giustificazione scrimina il fatto-reato ab initio, rendendolo privo di rilevanza penale.

L’esimente del diritto di critica, tuttavia, può essere invocata solamente entro limiti rigorosi, che la giurisprudenza ha individuato nella rilevanza sociale dell’argomento trattato, nella verità obiettiva dei fatti esposti, nella continenza delle espressioni utilizzate.

La continenza espositiva si considera rispettata qualora le espressioni usate non si concretino in un pretesto per aggredire gratuitamente l’altrui reputazione.

È compito del giudice, in caso di controversia, accertare se vi sia stato il rispetto di tali limiti nel caso concreto.

***

2) Opinioni diffamatorie

Quando il legislatore penale ha previsto la perseguiblità a querela di parte del reato di diffamazione si è limitato a sanzionare solamente l’offesa della reputazione attraverso una comunicazione con due o più persone, senza preoccuparsi di specificare nel dettaglio il limite oltre il quale una esternazione possa ritenersi diffamatoria.

Come già detto, di fronte all’accertamento positivo della diffamazione, il diffamante può invocare l’esimente del diritto di critica, che rende non punibile il fatto reato solo astrattamente configurabile e perfettamente lecito ab initio il giudizio critico espresso.

La tecnica normativa usata consente di far resistere la norma nel tempo, conferendole quella elasticità necessaria ad adattarla a diversi contesti sociali e culturali, oltre che all’evoluzione nel tempo del sentire sociale.

Di fronte all’elasticità del dettato normativo, è la giurisprudenza che finisce per fissare i confini di applicazione della norma, adeguandoli alle diverse realtà sociali e al progressivo mutamento culturale che la società attraversa con il trascorrere degli anni.

Si tratta, tuttavia, di confini mobili, dato che l’orientamento espresso in alcune pronunce giurisprudenziali potrebbe coesistere, nelle aule giudiziarie, con altro orientamento, più restrittitvo o più permissivo, espresso da altre pronunce.

Spesso il discrimine è legato all’interpretazione del contesto in cui le espressioni vengono proferite e dal tipo di rapporto che c’è tra i soggetti.

Per fare esempi molto noti, che hanno ispirato vere e proprie campagne mediatiche, l’inelegante espressione «vaffanculo» e «fate schifo» sono state considerate dalla Cassazione Penale, in alcune sentenze del 2007 e del 2005, non idonee a integrare offesa all’onore e alla reputazione.

In tali sentenze viene affermato il principio secondo cui tali espressioni perdono la valenza offensiva in determinati contesti, ove i soggetti si trovino in condizioni di parità e l’uso di tali espressioni sia da considerarsi parte del linguaggio comune.

Una più recente sentenza del 2009, invece, pur confermando astrattamente tale principio, ha ritenuto sussistente, nel caso concreto, la valenza offensiva e, dunque, l’ipotesi di reato per uso di espressioni analoghe alle precedenti in una lite intercorsa tra vicini di casa.

La Suprema Corte poggia le proprie argomentazioni sul rilievo che i rapporti di vicinato, connotati dalla frequente condivisione del medesimo ambiente sociale, devono essere improntati ad un maggior rispetto delle persone, divenendo altrimenti impossibile la convivenza.

Il ragionamento potrebbe essere esteso all’ipotesi in cui i soggetti condividano frequentemente ambienti sociali virtuali, come nel caso di social network o di forum.

Pertanto, l’idoneità di una data espressione ad integrare gli estremi della diffamazione o, comunque, della lesione dell’onore o della reputazione, va valutata caso per caso.

Le oscillazioni giurisprudenziali, dipendenti anche dalla differente sensibilità dei singoli giudici che di volta in volta si trovano ad emanare la decisione, non consente di effettuare rigorose valutazioni aprioristiche, ma sono di sicuro ausilio per orientarsi.

***

3) Sul rischio che i giudizi degli utenti vengano addomesticati a fronte dell’eventualità di una citazione in giudzio, da parte delle imprese, per il risarcimento dei danni

I giudizi non devono essere «addomesticati», altrimenti verrebbe contraddetta a priori quella libertà di manifestazione del pensiero che la nostra carta costituzionale all’art. 21 ha inteso assicurare come libertà fondamentale.

Il rischio dell’effetto censorio a fronte di un’azione legale minacciata o solamente temuta c’è. Come in tutte le cose, occorre trovare un equo bilanciamento degli interessi.

Ciascuno, in altre parole, nell’esternare via Internet i propri giudizi negativi, è chiamato a valutare se il rischio di subire gli effetti di un’eventuale azione legale sia o meno destituito di ogni fondamento.

Guardando la questione da altro punto di vista, ciascuno è chiamato a valutare il prezzo che è disposto a pagare o il sacrificio che è disposto a tollerare per far valere la libertà di manifestazione del proprio pensiero.

L’esternazione dei giudizi sulla qualità del prodotto o sui suoi aspetti estetici o sul suo funzionamento appartengono alla liberta di manifestazione del pensiero e al diritto di critica.

Possono essere veicolati anche senza ledere l’onore o la reputazione di un’impresa, che da tali giudizi può trarre occasione per migliorare la propria competitività.

Spesso è il modo con cui il giudizio viene esternato a risultare offensivo della reputazione commerciale di un’impresa.

***

4) Il diffice punto di equilibrio tra libertà di espressione degli utenti e diritto di un’azienda di tutelare la propria immagine e la propria reputazione commerciale

Si tratta di individuare il punto di equilibrio tra contrapposte esigenze, entrambe tutelate dall’ordinamento giuridico. È un punto di equilibrio non facile da fissare, perché è mobile.

La libertà di espressione dell’utente e il diritto dell’impresa a veder tutelata la propria immagine e la propria reputazione sono entrambi meritevoli di tutela e non può sostenersi il principio per cui uno dei due debba prevalere sull’altro.

Anche la tutela della reputazione aziendale è diritto fondamentale che gode di protezione costituzionale.

I limiti alle singole libertà possono essere estratti dalle pronunce giurisprudenziali, tenendo a mente che costituiscono solo un orientamento, giacché nel nostro ordinamento i precedenti giurisprudenziali non sono vincolanti per i giudici chiamati a pronunciarsi su casi simili a quelli già decisi.

Il problema principale non risiede tanto nella individuazione del limite, ma nell’applicazione pratica di tale limite alle diverse fattispecie che la casistica presenta.

Sappiamo che la diffamazione è scriminata dall’esercizio del diritto di critica, che può essere invocato anche dalll’utente di un social network che esprima giudizi sul prodotto o sul servizio di un’impresa.

Sappiamo anche che per poter invocare il diritto di critica occorre che vi sia il rispetto del triplice limite fissato dalla giurisprudenza: rilevanza sociale dell’argomento, verità dei fatti esposti, continenza verbale delle espressioni utilizzate.

Il limite, dunque, è formalmente fissato in maniera rigorosa.

Tuttavia il problema nel bilanciamento degli interessi contrapposti risiede proprio nell’applicazione pratica di tali limiti, la quale presenta una certa flessibilità. È lì che il punto di equilibrio appare mobile.

Si pensi che in un recente caso giurisprudenziale è stato disposto il sequestro di un forum in via cautelare perché il ricorrente, professionista operante nel settore finanziario, aveva il timore che i commenti anonimi potessero avere un effetto diffamatorio ai suoi danni nell’ambito di una discussione intavolata da un’associazione di consumatori sui servizi dal medesimo offerti.

***

5) Differenze tra commenti negativi espressi dagli utenti in un portale e quelli espressi dai giornalisti in una rivista

Sia il commento di un utente che la recensione di un giornalista possono essere considerati riconducibili alla libertà di manifestazione del pensiero tutelata dall’art. 21 della costituzione.

Inoltre, tanto alle opinioni espresse dall’utente, quanto alla recensione formulata dal giornalista, sono applicabili le scriminanti del diritto di critica, con i limiti che sono stati più volti richiamati.

Tuttavia l’attività professionale del giornalista è attività professionale e ciò incide sulla valutazione dei limiti, richiedendosi un maggior rigore.

Ad esempio, con riguardo all’utilità sociale degli argomenti esposti, normalmente si richiede anche che la notizia sia attuale.

Per quanto attiene alla verità obiettiva o anche solo putativa dei fatti esposti, il giornalista è tenuto a verificare la fonte in maniera rigorosa e a valutarla minuziosamente, secondo la diligenza tipica dell’attività pofessionale svolta, evitando reticenze o verità parziali che possano falsare la corretta informazione.

Con riguardo alla continenza verbale, la recensione svolta dal giornalista, proprio perché prodotta nell’ambito dell’attività professionale, dovrebbe essere governata dal linguaggio e dall’etica professionale.

Nel riferirci ad una storica sentenza emanata dalla Cassazione in questa materia, che costituisce vero e proprio leading case, la continenza verbale richiesta al giornalista consiste nella forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione.

Per il prodotto giornalistico viene valutata sia la continenza formale che quella sostanziale.

Sono oggetto di valutazione, sotto il profilo formale, le caratteristiche tipografiche usate, la collocazione della recensione, la presenza di titoli, occhielli e fotografie.

Sotto il profilo sostanziale viene presa in esame anche l’adeguatezza del registro espositivo, le tecniche di narrazione, l’ordine di esposizione dei fatti e dei giudizi, ad esempio ove siano in grado di provocare volutamente nel lettore suggestioni dall’intento denigratorio.

Insomma, al giornalista si richiede un’attenzione maggiore, in ragione dell’attività professionale svolta.

Al riguardo non va sottovalutato che la recensione giornalistica, rispetto al commento dell’utente, è suscettibile di maggior credito presso il lettore, con ovvie conseguenze in ordine all’effetto denigratorio delle espressioni usate.

***

6) Cosa possono fare i portali di social shopping per assicurare alle imprese una adeguata replica ai commenti degli utenti e quali conseguenze derivano dalla mancata pubblicazione della replica

I portali che consentono alle imprese e agli utenti di confrontarsi assolvono ad un’interessante funzione di sviluppo commerciale e industriale. Amplificano le dinamiche concorrenziali, premiando le imprese virtuose e quelle che forniscono una buona assistenza al cliente. La necessità di scongiurare giudizi negativi stimola le imprese ad agire nella prospettiva di miglioramento continuo in tute le fasi di commercializzazione del prodotto e del servizio.

I giudizi dei consumatori, inoltre, orientano anche le logiche di produzione, per intercettare gusti, tendenze e mode o per eliminare difetti emersi, che talvolta le imprese tengono nascosti finché non sono di dominio pubblico.

Ciò che rende ancora più interessanti i portali in questione è però il ruolo da essi svolto in ordine alla costruzione della “fiducia”.

L’Unione europea sta ponendo grande attenzione su tale tema soprattutto in una prospettiva di commercio elettronico, nella convinzione che l’incremento della fiducia dei consumatori nei prodotti e nei servizi commercializzati via Internet sia fondamentale per far sviluppare l’economia dei Paesi membri.

Se gli utenti della rete non avessero remore ad effettuare acquisti on-line, imprese e consumatori potrebbero contare su un mercato potenziale di estensione mondiale, che consentirebbe di far incrociare domanda ed offerta in maniera più efficiente, premiando le impese migliori, che possono contare su bacini di clientela molto più estesi.

Si avrebbero benefici incalcolabili anche per i consumatori, dato che le dinamiche concorrenziali portano progressivamente ad un abbassamento dei prezzi, al miglioramento dei prodotti e dei servizi principali forniti, nonché al miglioramento dei servizi accessori, compreso quello di assistenza postvendita.

Poiché le critiche espresse su tali portali hanno una conseguenza vistosa sulla reputazione commerciale di un’impresa, è di vitale importanza che a quest’ultima sia data la possibilità di replicare, al fine di interloquire con il cliente insoddisfatto per trasformare le occasioni critiche in case histories positivi, veicolabili dalle funzioni aziendali di marketing.

A tal fine il portale potrebbe implementare modalità di comunicazione capaci di rendere la possiiblità di replica maggiormente adeguata alle esigenze dei consumatori e delle imprese, ad esempio offrendo una corsia privilegiata ed una diversa evidenza grafica per le repliche dell’impresa ai commenti negativi, badando affinché la collocazione del commento e della replica possa apparire contestuale.

Il poratale potrebbe offrire, in replica ai commenti negatiti, anche una raccolta dei case histories di successo, consultabili secondo diversi canali di ricerca, ad esempio per azienda, per prodotto, per tipologia di prodotto e per parola chiave.

La legge sulla stampa prevede il diritto di rettifica in favore dei soggetti a cui si riferiscono immagini o a cui siano stati attribuiti atti, pensieri o affermazioni da essi ritenuti contari a verità o lesivi della loro dignità.

La stessa legge sulla stampa specifica le modalità con cui la rettifica deve essere accordata.

Più precisamente l’art. 8 della legge sulla stampa così prevede:

Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.

Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.

Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce.

Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate.

(…)

La giurisprudenza di merito, intervenendo in ambito giornalistico, ha avuto modo dichiarire che le precisazioni di rettifica devono essere riportate, nell’ambito del giornale, con identica collocazione rispetto alla notizia oggetto di rettifica, in testa alla pagina di riferimento, con messa in risalto per mezzo del taglio tipografico, al fine di assicuare l’equivalenza informativa tra notizia e replica.

In caso di violazione all’obbligo di rettifica, sia nel senso dell’omissione che nel senso dell’incompletezza, è prevista una sanzione amministrativa che, calcolate dalla legge in vecchie lire, va da un minimo di 15.000.000 a un massimo di 25.000.000.

Tali norme trovano applicazione ai quotidiani, ai periodici e alle agenzie di stampa.

L’estensione ai portali Internet della disciplina sulla stampa è tema controverso e non sono mancati indirizzi giurisprudenziali, peraltro criticabili, che hanno inteso applicare ai blog la disciplina dettata dalla legge sulla stampa. Celebre è il caso Ruta, affrontato dal Tribunale di Modica con sentenza dell’8 maggio 2008, con cui è stato condannato per il reato di stampa clandestina un blogger (Carlo Ruta), per aver omesso di effettuare la registrazione del proprio blog come testata presso il Tribunale competente.

Di recente una sentenza della Cassazione, in materia di sequestro, ha escluso che potessero essere applicate ai forum e, in generale, ai gruppi di discussione e ai blog le garanzie previste dalla disciplina sulla stampa, a meno che non siano ravvisabili, in concreto, gli estremi di un prodotto giornalistico, da accertare caso per caso.

Così recita la sentenza citata:

«(…) In realtà i messaggi lasciati su un forum di discussione (che, a seconda dei casi, può essere aperto a tutti indistintamente, o a chiunque si registri con qualsiasi pseudonimo, o a chi si registri previa identificazione) sono equiparabili ai messaggi che potevano e possono essere lasciati in una bacheca (sita in un luogo pubblico, o aperto al pubblico, o privato) e, così come quest’ultimi, anche i primi sono mezzi di comunicazione del proprio pensiero o anche mezzi di comunicazione di informazioni, ma non entrano (solo in quanto tali) nel concetto di stampa, sia pure in senso ampio, e quindi ad essi non si applicano le limitazioni in tema di sequestro previste dalla norma costituzionale».

Occorre cioè che vi siano ulteriori elementi.

Possono ad esempio essere presi in considerazione la pluralità di autori, l’esistenza di un direttore responsabile, la periodicità, l’esistenza di una redazione, l’esistenza di un controllo editoriale sui contenuti, la presenza di rubriche, le presenza di spazi pubblicitari, e così via.

I contenuti veicolati con lo strumento di comunicazione on-line, poi, rientrano sicuramente nel concetto di stampa allorché viene effettuata la registrazione della testata telematica presso il Tribunale competente, a richiesta dell’interessato.

In questi giorni è in discussione il disegno di legge sulle intercettazioni che intende estendere l’obligo di rettifica, in generale, a tutti i siti Internet.

Ove le norme sul diritto-obbligo di rettifica contemplate nella legge sulla stampa e dall’emananda disciplina sulle intercettazioni non siano immediatamente applicabili, rimane pur sempre la facoltà dell’impresa, nei casi in cui vi sia un pregiudizio grave ed irreparabile, di ricorrere al Tribunale per ottenere l’emanazione di un provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c., per contenere gli effetti pregiudizievoli dell’illecita aggressione alla propria reputazione, salvo il risarcimento del danno.

A prescindere dall’esistenza o meno dell’obbligo di rettifica e dagli strumenti processuali con cui le imprese possono attuare le strategie contenitive dei danni da lesione dell’immagine commerciale, mi sembra comunque utile assicurare tecnicamente, nei portali o nei social network in questione, l’esercizio del diritto di replica alle imprese, sia perché rispondente alle funzioni che i predetti portali vorrebbero assolvere, sia perché le imprese avrebbero in tal modo la possibilità di recuperare le relazioni compromesse e di salvaguardare la propria reputazione verso i terzi direttamente nell’ambiente sociale virtuale in cui il giudizio negativo è stato espresso, evitando di rincorrere gli effetti in sede giudiziaria, che dovrebbe costituire solamente l’extrema ratio.

Infine v’è da considerare che la possibilità di replica costituirebbe uno strumento utile per consentire alle imprese di fronteggiare i commenti non veritieri utilizzati sempre più di frequente da altre imprese per porre in essere strategie di concorrenza sleale o da dipendenti insoddisfatti per recare danno all’impresa.

Fabio Bravo

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