Politiche per l’innovazione

Nuovo codice dell’amministrazione digitale (CAD)

Il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il nuovo Codice dell’amministrazione digitale, come riportato in un articolo del Sole 24 Ore del 22 dicembre 2010, ne quale viene riportata una breve sintesi delle principali novità, riprese dalla pagina del sito del Ministrero per la P.A. e l’Innovazione, ove viene annunciata la notizia.

Questo è il testo del comunicato stampa:

Su proposta del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, questa mattina il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD). Il decreto legislativo supera quello approvato cinque anni or sono per iniziativa dell’allora Ministro Lucio Stanca (decreto legislativo n. 82 del 2005), traccia il quadro legislativo entro cui deve obbligatoriamente attuarsi la digitalizzazione dell’azione amministrativa e sancisce veri e propri diritti dei cittadini e delle imprese in materia di uso delle tecnologie nella comunicazione con la PA. La riforma nasce dalla convinzione che la digitalizzazione dell’azione amministrativa sia una vera e propria funzione di governo, imperniata sui principi di effettività e risparmio. I maggiori benefici si realizzano nei settori sanità e giustizia. Il CAD introduce misure premiali e sanzionatorie, incentivando o sanzionando le amministrazioni con la possibilità di quantificare e riutilizzare i risparmi ottenuti grazie alle tecnologie digitali (principio di effettività). Dalla razionalizzazione della propria organizzazione e dall’informatizzazione dei procedimenti, le pubbliche amministrazioni ricaveranno risparmi che potranno utilizzare per l’incentivazione del personale coinvolto e per il finanziamento di progetti di innovazione (principio di risparmio).
Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale segna così il passaggio dall’amministrazione novecentesca (fatta di carta e timbri) all’amministrazione del XXI secolo (digitalizzata e sburocratizzata), modernizzando la PA con la diffusione di soluzioni tecnologiche e organizzative che consentono un forte recupero di produttività. La riduzione dei costi di transazione che risulterà da tale processo di digitalizzazione, si rifletterà in un aumento dell’offerta di lavoro e risparmi monetari. Questi possono tradursi, per i consumatori, nell’acquisto di una maggiore quantità di beni forniti dal settore privato e, per le imprese, in una riduzione dei costi unitari di produzione.
Il nuovo CAD e la Riforma della PA sono le leve fondamentali per aumentare l’efficienza e la produttività della PA. Il moltiplicatore del reddito associato a queste misure raggiunge un valore di 1,7. Ipotizzando plausibili elasticità rispetto all’efficienza del settore pubblico, si può pertanto stimare che un incremento del 10% dell’efficienza della PA produrrà nell’arco di 20 anni un aumento cumulato del 17% del PIL.

Entro i prossimi 3 anni (in coerenza quindi con il Piano e-Gov 2012) la nuova PA sarà dunque completamente digitale e sburocratizzata. Queste le tappe del processo:
- entro 3 mesi le pubbliche amministrazioni utilizzeranno soltanto la Posta Elettronica Certificata (PEC) per tutte le comunicazioni che richiedono una ricevuta di consegna ai soggetti che hanno preventivamente dichiarato il proprio indirizzo;
- entro 4 mesi le amministrazioni individueranno un unico ufficio responsabile dell’attività ICT;
- entro 6 mesi le pubbliche amministrazioni centrali pubblicheranno i bandi di concorso sui propri siti istituzionali;
- entro 12 mesi saranno emanate le regole tecniche che consentiranno di dare piena validità alle copie cartacee e soprattutto a quelle digitali dei documenti informatici, dando così piena effettività al processo di dematerializzazione dei documenti della PA. Le pubbliche amministrazioni non potranno richiedere l’uso di moduli e formulari che non siano stati pubblicati sui propri siti istituzionali. Il cittadino fornirà una sola volta i propri dati alla Pubblica Amministrazione: sarà onere delle amministrazioni in possesso di tali dati assicurare, tramite convenzioni, l’accessibilità delle informazioni alle altre amministrazioni richiedenti;
- entro 15 mesi le pubbliche amministrazioni predisporranno appositi piani di emergenza idonei ad assicurare, in caso di eventi disastrosi, la continuità delle operazioni indispensabili a fornire servizi e il ritorno alla normale operatività.

Dopo la Riforma Brunetta della Pubblica Amministrazione (il decreto legislativo n. 150/2009 che ha introdotto meritocrazia, premialità, trasparenza e responsabilizzazione dei dirigenti), l’approvazione del nuovo CAD va a costituire così il secondo pilastro su cui poggia il disegno di modernizzazione e digitalizzazione della PA definito nel Piano industriale presentato dallo stesso Ministro Brunetta nel maggio 2008. Resasi necessaria per effetto della rapida evoluzione delle tecnologie informatiche, la Riforma risponde in maniera puntuale alla necessità di mettere a disposizione delle amministrazioni e dei pubblici dipendenti strumenti (soprattutto digitali) in grado di incrementare l’efficienza e l’efficacia dell’intero sistema pubblico. I cittadini e le imprese richiedono infatti mezzi più snelli, rapidi e meno costosi per comunicare con le pubbliche amministrazioni. L’obiettivo è quindi evitare che strutture obsolete e procedure interminabili continuino a gravare il sistema Italia di costi e di adempimenti tali da scoraggiare l’afflusso di capitali internazionali a vantaggio di Paesi, anche emergenti, che hanno più decisamente imboccato la strada della modernizzazione e della semplificazione amministrativa.

Sul sito ministeriale c’è anche un link che reca la scritta “Il nuovo CAD“, ma, anziché aprirsi il PDF del testo normativo, si apre una presentazione in power point.

Mi sembra pessima la scelta di non rendere immediatamente accessibile il testo nella pagina istituzionale che ne annuncia l’approvazione.

Non diverso è il risultato sul sito di DigitPA che, com’è noto, ha sostituito il CNIPA.

Nella sezione dedicata al Codice dell’Amministrazione Digitale è presente, ad oggi, solo il testo vigente del Codice, ossia il d.lgs. 82/2005 e ss.mm.ii. (successive moficihe ed integrazioni), ma non la versione che lo sostituirà a breve.

Sul sito PADigitale (di PA Digitale S.p.a., non riconducibile, a quanto mi consta, ad alcuna pubblica amministrazione italiana) c’è una pagina interamente dedicata al Nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale, intitolata “Testo integrale del Nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale“, ma, con grande stupore e molte perplessità, si trova solamente il testo integrale del predetto comunicato stampa e non il testo del codice.

Ci vorrebbe più trasparenza ed una migliore efficacia nell’accesso alle fonti. In fin dei conti siamo nella società dell’informazione e le istituzioni interessate sono quelle deputate a traghettare l’Italia verso l’innovazione.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

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L’art. 60 della «legge» sulla sicurezza. ISP, Internet e i decreti di oscuramento imposti ai fornitori di connettività

Il famigerato emendamento D’Alia, che aveva portato all’introduzione dell’art. 50-bis nell’originario disegno di legge n. 733 discusso in prima battuta al Senato, era andato a confluire, con l’aggiunta di un comma, nell’art. 60 del medesimo DDL, approdato alla Camera con il n. c.2180.

Ne avevo già ampiamente parlato in questo post ed in quest’altro.

Ora, tornato al Senato con il n. 733B, il DDL relativo alc.d. Pacchetto Sicurezza è stato approvato senza modificazioni in versione definitiva ed è in attesa di promulgazione e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per divenire definitivamente legge dello stato italiano (compreso l’attuale e discusso art. 60, nato dall’emendamento D’Alia).

Cerchiamo di comprendere cosa sta accadendo e quali effetti vengono prodotti sull’information society.

L’art. 60 in questione è stato previsto nel pacchetto sicurezza per assicurare la «repressione di attività di apologia o incitamento di associali criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet».

L’articolo, non originariamente previsto nel pacchetto sicurezza, veniva introdotto con un emendamento del Sen. D’Alia, cavalcando politicamente il clamore suscitato dalla notizia relativa all’istituzione, su Facebook, di gruppi di discussione inneggianti Reina e la mafia, che hanno attirato taluni «fan» e numerose perplessità presso l’opinione pubblica.

La «straordinaria» pensata politica, però, si è tradotto in un testo di legge a dir poco discutibile. Buoni gli intenti, non altrettanto buoni, mi sembra, siano gli strumenti per dare attuazione a tali intenti.

Rimando ad una pubblicazione scientifica di più ampio respiro e di più taglio più tecnico per gli approfondimenti reltivi agli «addetti ai lavori».

Non rinuncio però a rimarcare che, come già osservato in occasione dei precedenti lavori parlamentari:

1) la misura di contrasto agli illeciti presi in considerazione della norma (istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi e non solo apologia di reato), ove posti in essere «in via telematica sulla rete internet», consente al Ministro dell’interno di adottare con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata. Tale interruzione però, dice l’art. 60, co. 1, va realizzata «ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine».

Viene cioè adottato lo strumento di filtraggio a carico dei fornitori di connettività (ISP), senza agire sul soggetto che gestisce la piattaforma su cui i messaggi di istigazione a delinquere o di apologia di reato vengono diffusi. Se si pensa al fenomeno facebook e mafia, ove venissero ravvisate le ipotesi di reato in questione, il Ministro dell’interno potrebbe emanare un decreto non per chiedere alla società che gestisce il social network di inibire i messaggi incriminati, ma addirittura per chiedere a tutti i provider di connettività, di filtrare il traffico di rete impedire l’accesso a Facebook.

Gli effetti della norma, così, sono palesemente sproporzionati.

Per un verso c’è il forte rischio che vengano sacrificati i diritti di manifestazione del pensiero, di associazione e di svolgere attività relazionali di tutti i soggetti che fruiscono legittimamente e lecitamente della piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), senza aver compiuto alcun reato.

Per altro verso si penalizza il soggetto che gestisce la piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), introducendo l’obbligo sostanziale di controllare i contenuti, in contrasto con la direttiva sul commercio elettronico che consente ai fornitori dei servizi della società dell’informazione, a determinate condizioni, di svolgere i propri servizi senza l’obbligo di controllare a priori la liceità dei contenuti che gli utenti veicolano attraverso di loro.

2) Sotto altro profilo ancora, si va ad incidere pensantemente sugli Internet Service Providers (ISP) che forniscono connettività alla rete, gravando su tali soggetti per esercitare il controllo sulla rete.

Destinatari del decreto ministeriale di inibizione del traffico di rete, infatti, sono proprio coloro che forniscono connettività, e non gli autori dell’asserito illecito, nè i gestori delle piattaforme eventualmente utilizzate dagli utenti per l’immisione dei contenuti illeciti.

Sugli ISP grava l’obbligo di attivarsi ed anche sollecitamente, dato che l’art. 60, co. 4, stabilisce che

«I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico».

Come si vede sono gli ISP ad essere sanzionati in caso di mancata ottemperanza al decreto di inibizione emesso dal Ministro dell’interno.

3) Il meccanismo, si noti, è simile a quello utilizzato talvolta in caso di sequestro di siti Internet, ove si vuole assicurare l’indisponibilità dei contenuti agli utenti, o in caso di pedofilia.

C’è da chiedersi se sia legittimo, per le ipotesi di reato in questione (prese a base per l’emanazione del decreto ministeria voluto con l’emendamento D’Alia), che sia il Ministro a procedere e non l’Autorità giudiziaria.

Sì, il sistema prevede la possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria avvero il decreto ministeriale, ma non mi sembra sia una garanzia sufficiente, dato che si incide su diritti fondamentali dell’uomo e su libertà costituzionalmente protette, il cui sacrificio implica le garanzie più ampie, come avviene nelle ipotesi di sequestro.

Si tenga conto, però, che anche in caso di sequestro disposto dall’autoirtà giudiziaria, il filtraggio imposto agli ISP (Internet Service Providers) finisce per realizzare l’oscuramento dell’intero sito contenente i contenuti considerati illeciti. Ebbe, si ricorderà come il tema riproponga questioni già presentatesi tempo addietro allorché, in occasione dei sequestri di materiale illecito presente sui siti Internet (anche con riferimento ad articoli diffamatori), l’autorità giudiziaria disponeva erroneamente il sequestro dell’intero sito e non dei soli contenuti illeciti, inibendo di fatto la funzionalità di un intero servizio, incidendo su libertà costituzionalmente garantite di cittadini che nulla hanno a che fare con l’illecito in questione

Queste sono solamente alcune delle riflessioni che fanno denotare il grave vulnus che il nostro sistema giuridico rischia di apportare sia ai diritti fondamentali, sia ai principi comunitari.

La disposizione, che diventerà ormai legge dello Stato, è sicuramente criticabile.

Lascia intuire, però, come il controllo della tecnologia stia entrando a pieno regime nell’agenda politica (e legislativa) come strumento per il controllo sociale.

Ciò che perplime, però, è lo spostamento delle funzioni di controllo, in tema di repressione dei reati, dal potere giudiziario (autorità giudizaria) a quello esecutivo (Ministro dell’Interno e, in definitiva, Governo).

Come statuisce l’art. 60, co. 2, il

«Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni (…)».

La politica sopperisce alla lentezza dell’autorità giudiziaria spostando le funzioni di accertamento e repressione della criminalità dal potere giudiziario a quello esecutivo, per poi relegare il primo a mera funzione di controllo dell’attività del secondo, dato che, come presegue l’art. 60, co. 2, citato,

«Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria (…)».

Per la sua rilevanza riporto di seguito il testo dell’art. 60 del DDL 733B, in attesa di promulgazione.

Qui, invece, è disponibile il testo integrale in PDF.

Art. 60.

(Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet).

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. Entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della presente legge il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, di concerto con i Ministri dell’interno e per la pubblica amministrazione e l’innovazione, individua e definisce, ai fini dell’attuazione del presente articolo, i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

4. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico.

5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è sostituito dal seguente: «1) col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda».

Fabio Bravo

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Information society e importanza del referendum sulla legge elettorale

Si sta assistendo, in quest’ultimo periodo, ad una fitta presentazione di proposte di legge, di iniziativa parlamentare o governativa, che incidono in maniera pesante, spesso discutibile, sugli assetti dell’information society.

Le norme relative a quella che viene chiamata (con un termine non corretto) «antipirateria» (decreto istitutivo del Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale, istituito anche per studiare e predisporre proposte nromative), il disegno di legge SIAE-Barbareschi, il c.d. emendamento D’Alia, il disegno di legge Carlucci, il disegno di legge sulle intercettazioni, sono meri esempi di come la politica diviene decisiva per scrivere le norme della società dell’informazione, passando per le dinamiche istituzionali solo apparentemente estranee al merito degli argomenti che mi stanno più a cuore.

Ecco allora che vorrei riflettere con Voi sull’importanza dell’imminente referendum, in cui si dovranno decidere i confini della legge elettorale.

I criteri di selezione delle persone che siederanno in parlamento non possono essere estranei al nostro interesse di cittadini e di persone socialmente impegnate.

Una scelta o un’altra determina ripercussioni forti sull’andamento dei lavori parlamentari che porterà, proprio nel merito, ad accettatre, emendare o cassare i contenuti di determinate proposte che approdano in parlamento.

La politica, che sta disaffezionando a se stessa i cittadini, diviene quel bacino in cui le regole giuridiche si formano e si traducono, in sede istituzionale (parlamentare o governativa) nei provvedimenti legislativi che la società civile si ritrova ad avere.

E’ per questo che, su questo blog dedicato all’Information Society ed all’Information and Communication Technology Law (ICT Law), Vi propongo di confrontarVi con attenzione sui questiti referendari, che mi sembrano ben illustrati, nei pro e nei contro, da questo articolo di Saverio De Laura ove, con felice accorgimento, si trova anche allegato il testo completo del quesito.

Fabio Bravo

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Anonimato su Internet. Criticità del Disegno di legge c.2195/2009 (Carlucci)

Sono reduce, in questi giorni, da un convegno nazionale sugli scritti anonimi (nel quale ho relazionato sugli aspetti criminologici e giuridici, anche con riferimento ai problemi dell’anonimato su Internet ed al noto disegno di legge c.2195 presentato dall’on. Gabriella Carlucci alla Camera dei Deputati in data 11 febbraio 2009).

Ho colto l’occasione per proporre oggi a lezione, con i miei studenti, un focus group sul tema dell’anonimato on-line, che rientrava tra i temi del corso.

Ho dunque provato a svolgere la mia lezione in forma dialogica, partendo dall’interazione che il focus group mi consentiva.

Ne è nata un’interessante e partecipata lettura critica del problema in molti dei suoi aspetti (anche tecnici, sociali, politici e giuridici).

Le riflessioni sono partite dalle posizioni individuali sul tema dell’anonimato, in bilico soprattutto tra le esigenze di sicurezza e quelle della privacy, per poi vagliare i diversi temi tecnici (possibilità di monitoraggio e geolocalizzazione dell’indirizzo IP e possibilità di «anonimizzarlo tecnicamente», ad esempio con servizi come anonymouse, tor, etc.).

Nel discorso è emersa una forte presa di consapevolezza dell’importanza delle scelte politiche in materia di innovazione e di sicurezza, prodromiche alla selezione delle scelte giuridiche.

Si è in tal modo arrivati, nel percorso di riflessione, al commento della soluzione giuridica che appare espressione delle scelte politiche del momento: il già citato disegno di legge c.2195 presentato alla Camera dei Deputati dall’on. Gabriella Carlucci in data 11.2.2009.

I punti critici sono molteplici:

a) la scelta di eliminare l’anonimato per «tutti» i contenuti immessi su Internet, senza distinguere tra applicazioni ed applicazioni, con possibilità di estensione del divieto anche all’uso di chat, etc.

b) l’incriminazione aggiuntiva, rispetto all’eventuale commissione dell’illecito ed a prescindere da esso, dell’immissione in forma anonima dei contenuti su Internet;

c) la possibilità di estendere l’incriminazione sotto il profilo penale, ma anche civile ed amministrativo, non tanto per la commissione dell’eventuale illecito, ma per la violazione del divieto di anonimato, anche ad altri soggetti che abbiano in qualche modo favorito l’immissione anonima dei contenuti da parte di altri (pure se rimasti ignoti o se situati all’estero). Il rischio è qui di estendere l’incriminazione per violazione del divieto di anonimato anche ai fornitori di collettività, oltre che ai fornitori di servizi Internet diversi dalla connettività (es. immissione di contenuti; piattaforme di comunicazione o di veicolazione dei contenuti; etc.);

d) difficoltà di comprensione dell’ampiezza, sotto il profilo tecnico, del divieto di anonimato (non si comprende, infatti, se occorre sempre l’esplicitazione del nome e del cognome, oppure è sufficiente l’uso sempre in chiaro dell’indirizzo IP, senza anonimizzazione);

e) palese faziosità e non omogenea rappresentatività del «Comitato per la tutela della legalità nella rete internet», la cui nomina è prevista dall’art. 3 del disegno di legge «Carlucci». Tale Comitato, infatti, oltre che da tre membri nominati dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) e da tre magistrati (due ordinari ed uno amministrativo), sarebbe altresì composto anche da un esperto nominato dalla SIAE e da altri due esperti nominati dalle associazioni dei datori di lavoro del settore industriale più rappresentative a livello nazionale, senza prevedere una composizione allargata anche ad altre contrapposte realtà (come le associazioni degli utenti e dei consumatori rappresentative a livello nazionale), capaci di conferire maggior democraticità alla composizione dell’ente deputato alla «tutela della legalità nella rete Internet»;

f) il regime di responsabilità relativo alla violazione dei divieto di anonimato è troppo ampio, facendo contestualmente riferimento a responsabilità di tipo penale, civile ed amministrativo, ed, al contempo, discende dalla violazione delle regole tecniche da affidarsi a tale comitato, con eccessiva espropriazione del legislatore dalla funzione di selezione degli interessi meritevoli di tutela e della fattispecie penalmente rilevante.

I punti critici sarebbero in verità anche molti altri, ma non è questa le sede per elencarli tutti.

Si pensi, per esempio, all’espressione contenuta nella relazione introduttiva al disegno di legge, ove si legge che

«Se è vero che, quando ci si trova in una situazione in cui vi è un divario tra le forze in campo, la libertà rende schiavi e le leggi rendono liberi (…)».

Sono parole che ricordano quelle di George Orwell, contenute nel suo celebre romanzo «1984», nella parte in cui riferisce il motto del partito che governa l’azione e le strategie del Grande Fratello:

«La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza».

Il tema dell’anonimato su Internet è delicato e va discusso nelle aule parlamentari, in un confronto dialettico che vede la contrapposizione di tutte le forze politiche.

La delega al Governo, ove passasse, è troppo ampia e rimarrebbe ulteriormente estesa con l’attribuzione, tra l’altro, delle regole tecniche al Comitato, senza precisare in sede parlamentare il concetto di anonimato, né la natura delle responsabilità conseguenti alla violazione del divieto di anonimato. Il tema merita di essere affrontato, ma le soluzioni vanno rimeditate.

La speranza è che, se i lavori dovessero arrivare all’attenzione delle camere parlamentari, si proceda ad una rivisitazione delle norme della legge delega, quantomeno nel senso dell’introduzione del c.d. «anonimato protetto», ispirato al principio della identificabilità da parte delle forze dell’ordine e della magistratura, all’occorrenza e non costantemente in ogni occasione, a discapito della evidente tracciabilità dei dati personali.

La norma che impone di palesare l’identità, infatti, finirebbe per rendere «case di vetro» le nostre esistenze, in un contesto di facile profilazione per scopi diversi (non solo commerciali, ma anche, ad esempio, di selezione del personale o, per fini illeciti, di profilazione della vittima, che diventa più facilmente esposta a rischio di reato, a maggior ragione se trattasi di minore, costretto per legge a dichiarare la propria identità ad ogni contenuto immesso in rete, anche in chat).

Pur pregevole negli intenti di fondo, è chiaro che la proposta di legge non è ben meditata per gli effetti nocivi che potrebbe produrre.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Le modifiche alla direttiva sul commercio elettronico e la responsabilità degli ISP

La Commissione europea ha annunciato che sta per rivedere il modello di responsabilità dei fornitori dei servizi della società dell’informazione (providers) enunciato dalla direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico.

Tale modello prevede attualmente un regime di esonero di responsabilità, a determinate condizioni, dei prestatori dei servizi della società dell’informazione (tra cui gli Internet Service Providers, inclusi gli Access Service Providers ed i Content Service Providers), con riferimento ai dati ed alle informazione da questi trasmesse e/o memorizzate, nonché un divieto, a carico degli Stati membri, di sottoporre i Providers medesimi ad un obbligo «generale» di sorveglianza per l’individuazione degli illeciti commessi tramite i loro servizi.

Dal 26 febbraio 2009 verrà aperta a tutti i soggetti interessati una pubblica consultazione per la revisione delle norme della direttiva sul commercio elettronico.

L’esigenza è dettata, in partiolare, per la necessità di uniformare le interpretazioni contrapposte che, in diversi Stati membri, stanno sorgendo con riferimento al ruolo ed alle responsabilità degli ISP, in particolare con riferimento alle violazioni del copyright da parte degli utenti.

Il momento è particolarmente delicato e occorre prestare la massima attenzione.

Si rimanda alla notizia diramata da EurActiv per un approfondimento. Di seguito se ne riportano le parti più significative:

The European Commission will reopen the ‘Pandora’s box’ of online copyright protection with a new legislative initiative on e-commerce, after attempts to filter Web traffic failed during negotiations over the telecoms package.

The Commission will launch a new consultation on 26 February to identify shortfalls in existing rules governing e-commerce, including a possible monitoring role to be assumed by Internet service providers (ISPs), such as BT or Belgacom.

The current directive does not foresee obligations for network managers to control Web traffic. But national authorities can oblige them to release stored information “in order to detect and prevent certain types of illegal activity”.

The vagueness of present rules provoked a wave of different interpretations by national courts. In France, the online auctioneer eBay was condemned last year to pay conspicuous damages to the designer Louis Vuitton for selling fake luxury goods. But in Belgium, the court maintained a soft stance on accusations by Sabam, the Belgian association of authors, that the Internet service provider Scarlet had allowed illegal file-sharing.

“We want to clarify the directive to avoid different interpretations of the liability regime,” a Commission official close to the dossier told EurActiv. He gave assurances that the EU executive will adopt a “balanced approach,” presenting “neutral” questions to relevant stakeholders. After the consultation, the Commission will present a report in the second half of 2009, according to the procedure set up by the directive. A legislative proposal is expected later on.

(…)

All these efforts aim to protect the content industry, which has been obliged to go through a significant restructuring process after the take-up of the Internet. Many think this could be beneficial in the long term, but the current players have been very reluctant to change traditional business models.

On the other hand, ISPs, which are often big telecoms companies, reject suggestions that they are controlling online traffic. “Who will pay the bill?”, asked a lobbyist for the industry. Unusually, the ISPs have the backing of consumer organisations, which support free downloading and file-sharing.

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Rodotà interviene sulla proposta di legge anti-pirateria

Il Prof. Stefano Rodotà, con un’intervista rilasciata ad Articolo21, interviene a commento della bozza di proposta di legge c.d. anti-pirateria, diramata da Altroconsumo nei giorni scorsi, imputata alla Siae e da questa disconosciuta.

Ci siamo intrattenuti ampiamente sul tema con precedenti post, a cui per semplicità rimando.

Si avverte diffusamente il timore che il testo ufficioso della proposta di legge, peraltro criticabile in gran parte, potesse essere preso in considerazione dal Comitato tecnico recentemente istituito, senza che fossero previamente sentite tutte le contrapposte voci dei diversi stakeholders, siano essi appartenenti al mondo dell’industria delle telecomunicazioni (con particolare riferimento agli Internet Service Providers), al mondo degli utenti, al mondo dei professionisti e degli accademici che di tali temi si occupano per vocazione e scelta di vita, nella convinzione di poter contribuire seriamente al progresso culturale e scientifico della nostra società.

L’autorevole intervento di Rodotà, in particolare, merita di essere segnalato perché mette ben in evidenza i rischi relativi all’uso pretestuoso e strumentale di certe argomentazioni, come la tutela della proprietà intellettuale, la sicurezza, la pedopornografia, per attuare spinte censorie o pericolose derive di tipo autoritario, senza contemperare un giusto equilibrio con le esigenze di tutela dei diritti fondamentali della persona, che hanno sfaccettature molteplici.

Nella sua intervista, raccolta per Articolo21 da Stefano Corradino, Rodotà mette in luce molti significativi aspetti.

L’intervista merita di essere letta per intero con molta attenzione. Qui mi limito a riportare solamente alcuni passaggi che mi hanno maggiormente colpito.

C’è uno stretto legame tra rischi percepiti (o fatti percepire), reazione sociale, esercizio del potere politico, scelte giuridiche e controllo del mercato.

Tale legame lo si coglie nei seguenti passaggi:

[Corradino:] Professor Rodotà: l’associazione “Altroconsumo” ha pubblicato un documento relativo ad una proposta di legge arrivata al neonato Comitato tecnico governativo contro la pirateria digitale e multimediale. Non è che, con la scusa di preservare la proprietà intellettuale sulla rete si cerca di metterla sotto il controllo del potere politico?

[Rodotà:] Il sospetto è fondato. La rete, e soprattutto internet 2.0, il cosiddetto social networking (Facebook, My Space… ndr) stanno cambiando anche il panorama politico e non possono essere intercettati con vecchie logiche autoritarie che tendono a proporre la conoscenza non come un bene ma come un puro oggetto di una proprietà da tutelare a ogni costo.

[Corradino:] Forse qualcuno ha approfittato della polemica innescata dopo che alcuni gruppi su Facebook hanno cominciato ad inneggiare alla mafia o alla violenza sessuale…

[Rodotà:] Siamo sicuri che l’argomento del rischio che si creino situazioni legate alla pedopornografia, o all’incitamento allo stupro o alla mafia (fatti questi che possono essere circoscritti) non sia un’occasione o un pretesto per rafforzare, con l’argomento della sicurezza, pure logiche di mercato e derive di tipo autoritario?

[Corradino:] Ci si appella alla regolamentazione della rete

[Rodotà:] Corretto, ma non può avvenire con una specie di cambiale in bianco che dovrebbe essere lasciata al governo. Oggi la discussione internazionale, che ha avuto un momento significativo nell’Internet Governance Forum in India del dicembre scorso mette sempre più l’accento sulla necessità di garantire i diritti in rete con un vero internet bill of rights, una sorta di costituzione per internet, all’interno della quale collocare poi le regole per una corretta utilizzazione della rete; regole che, tuttavia, dovrebbero seguire un processo che non sia quello della pura imposizione dall’alto.

[Corradino:] Sotto accusa sono gli internet provider, le società fornitrici di servizi web

[Rodotà:] Infatti. Si cerca di far cadere sugli internet provider responsabilità che non sono proprie, facendone o i guardiani impropri di internet con un compito censorio oppure per bloccare il loro carattere concorrenziale rispetto ai media tradizionali.

Si noti come proprio gli Internet Service Providers vengano presi in considerazione per il rischio che le norme giuridiche vengano strumentalmente ricercate o piegate per sorreggere scelte politiche che, in nome di primari interessi di sicurezza, lotta alla criminalità, tutela dei minori e tutela della proprietà intellettuale, in realtà nascondono finalità di controllo degli interessi di mercato, facendo sì che le agenzie di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura finiscano per diventare l’inconsapevole braccio armato degli interessi di una forza economica e sociale a danno di un’altra.

Ecco perché è necessario il confronto politico che prenda in adeguata considerazione anche l’analisi delle scelte giuridiche.

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