Politiche per l’innovazione

L’Agenda Digitale Italiana

Al “Progetto Strategico Agenda Digitale Italiana” del Governo Monti fa eco il documento dell’AGCOM dal titolo “Segnalazione al Governo in tema di liberalizzazione e crescita. Un’agenda digitale per l’Italia“.

Da soluzioni incentrate sull’implementazione delle infrastrutture di rete, delineate nel Progetto Strategico, si passa ora ad individuare misure concrete per la crescita, che su quelle infrestrutture poggiano, ma che sono destinate ad andare oltre.

Certo, alcune delle misure segnalate dall’AGCOM sono da ridiscutere perché criticabili e altre da accogliere con entusiasmo e da approdondire, perché lodevoli, ma ciò che più rileva è che finalmente le istituzioni italiane sembra essersi improvvisamente rese conto che il sistema Italia ha urgente bisogno dello sviluppo tecnologico per crescere e per aumentare di competitività.

Miope sarebbe quel Governo che si illude di lasciare tecnologicamente arretrata l’Italia solamente per agevolare lo status quo di un sistema televisivo-centrico sul quale veicolare la diffusione delle informazioni, distribuire opere intellettuali (film, varietà, inchieste, etc.), ospitare talk show, raccogliere proventi pubblicitari.

Lo sviluppo della telematica nel sistema Paese è diventato non più procrastinabile, perché sulla medesima infrastruttura tecnologica possono transitare, al contempo, i servizi della pubblica amministrazione per cittadini e imprese, nuove possibilità di business per le start-up, nuovi mercati per le imprese già presenti sul mercato, nuove modalità di accedere alle informazioni e di comunicare, nonché di fruire di contenuti digitali.

I benefici sarebbero immediati e progressivi, capaci di incidere sia sulla crescita economica e la competitività del Paese, sia sulla crescita culturale e sull’effettivo concreto esercizio dei diritti fondamentali dell’Uomo.

Occorre tenere alta l’attenzione e mobilitare l’opinione pubblica.

Ecco perché continuerò a riproporre il tema su questo blog,  come già fatto in passato, nella speranza di poter contribuire a veicolare la consapevolezza diffusa che lo sviluppo tecnologico sia una priorità per il nostro Paese.

Fabio Bravo

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Governo Monti: ministri Passera e Barca rilanciano la Banda Larga

In un articolo del Corriere della Sera, dedicato alle nuove manovre del Governo Monti per il rilancio dell’economia, tra le diverse misure si accenna, timidamente, al rilancio della “Banda Larga”.

Nell’articolo, firmato da Enrico Marro, si legge:

Passera e il ministro della Coesione Fabrizio Barca stanno lavorando anche al rilancio della «banda larga», cioè delle infrastrutture per la connessione veloce a internet, partendo dal Sud dove queste sono più carenti.

La direzione mi sembra quella giusta. Vedremo come si svilupperà concretamente quello che, per ora, appare solamente un proposito.

Occorrerebbe che l’opinione pubblica si mobilitasse seriamente, perché è per la banda larga che passa una parte importante dello sviluppo sociale, culturale ed economico del nostro Paese.

Fabio Bravo

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Ministro di Internet

Interessante la proposta di istituire un Ministro di Internet, anche senza portafoglio, segnalata da Massimo Sideri in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, ma che riproduce, nella sostanza, le osservazioni formulate da Stefano Rodotà nella sua lettera a Monti, in vista della costituzione del nuovo governo.

La riflessione è avvalorata dalla constatazione che l’economica digitale costituisce oggi il 2% del nostro Pil, a fronte del 2,63% proveniente dall’agricoltura. Quest’ultima è supportata da un ministero, la prima no. Un ministero ad hoc, in grado di dialogare anche con le start-up e di affrontare gli specifici problemi della rete, potrebbe essere la soluzione importante per incrementare il Pil.

Non è a mio avviso solo una provocazione. Le questioni non attengono solo alla crescita economica, ma anche alla cittadinanza elettronica, alla democrazia (elettronica e non), alle libertà fondamentali, alla crescita culturale di un Paese e al miglioramento della qualità della vita, attraverso una migliore qualità dei servizi per il cittadino.

L’economica, sicuramente, ne beneficerebbe non poco.

Io appoggio l’idea. Mi sembra sensata e lungimirante ed in linea con le riflessioni già maturate [cfr. Come si rilancia l'economia (in Italia) e Wi-fi e banca larga. Come si rilancia l'economica (negli USA)].

Sarebbe auspicabile vedere un segnale forte, in tal senso, nei programmi elettorali che verranno presentati in vista delle prossime elezioni politiche.

Fabio Bravo

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Come si rilancia l’economia

Sono ore decisive per l’Italia, che si appresta ad una svolta con l’avvicendarsi dei governi.

Il Prof. Mario Monti è stato scelto alla guida del nuovo esecutivo perché valente economista e persona che dode di una stima e una fiducia trasversali negli schieramenti politici, indubbiamente apprezzata anche all’estero. Risponde perfettamente all’esigenza dei mercati, che hanno minacciato l’Italia in questo ultimo periodo.

Monti ha ora il compito di rilanciare l’economia. L’auspicio è che, oltre ai tagli e all’inevitabile inasprimento della pressione fiscale, si facciano anche misure decisive per lo sviluppo e la crescita del Paese, tra le quali, a mio sommesso avviso, non possono essere pretermesse quelle infrastrutturali per realizzare la banda larga accessibile a tutti, unitamente ad una rivisitazione delle politiche relative alla ricerca scientifica.

Internet abbatte le barriere geografiche, consente di accedere ad un patrimonio informativo senza precedenti, rende effettivi molti dei diritti fondamentali enunciati dalla carta costituzionale primo tra tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, unitamente a quello di informare e di informarsi, determina il tasso di democraticità di un Paese, permette ai cittadini un esercizio pieno e partecipativo della democrazia, allarga i mercati di riferimento, rendendo presenti sul panorama globale anche piccole realtà geograficamente isolate, consente ai consumatori e agli utenti di confrontare beni, servizi e prezzi di diversi fornitori con uno sforzo minimo, stimolando la concorrenza,  consente lo sviluppo di nuove professionalità e di nuove attività commerciali impensabili nelal “old economy”, e molto altro ancora.

Non è un caso che proprio sul progresso tecnologico abbia puntato l’attenzione Obama nel suo piano strategico per rilanciare l’economia, che ho sinteticamente riassunto in un mio precedente articolo e che invito a rileggere nuovamente ora, perché illuminante.

Condivido pertanto l’appello ad abbassare il nostro “spread digitale” e ad inaugurare una politica economica che guardi lontano e offra al nostro Paese le opportunità che meriti.

Spero si vada in questa direzione.

Fabio Bravo

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Riflessioni di Stefano Rodotà sull’e-G8 2011 di Parigi

Si è recentemente chiuso l’e-G8 FORUM 2011, fortemente voluto da Sarkozy per focalizzare l’attenzione mondiale su Internet (e le sue regole).

L’evento è di per sè interessante, ma le opportunità appaiono sopraffatte dalle criticità.

Segnalo, sul tema, la preziosa analisi di Stefano Rodotà, consegnata alle pagine di Repubblica nell’articolo dal titolo “Se il potere non ascolta il popolo di Internet

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Wi-Fi nelle scuole. Alcune riflessioni

Leggo con piacere che le scuole verranno dotate, entro il 2012, di quanto necessario per far andare i ragazzi italiani su Internet tramite Wi-Fi.

E’ un fatto positivo, perché i vantaggi della rete sono tanti, a cominciare dalla possibilità di realizzare pienamente alcuni importanti diritti costituzionali, come la libertà di manifestazione del pensiero, che è insieme libertà di informare e di informarsi, la libertà di associazione e di riunione, la libertà di sapere anche al di là dell’informazione istituzionale, la libertà di intessere rapporti di lavoro, di cultura, di amicizia, e molto altro ancora. Chi usa Internet sa. Non mi soffermo oltre.

Una riflessione però è da farsi.

Fino ad una generazione fa valeva la regola, confezionata per salvaguardare bambini e ragazzi dal mondo reale, secondo cui “non si parla con gli sconosciuti“. Valeva poi la regola che senza patente la macchina non poteva essere guidata.

L’evoluzione tecnologica e quella sociale hanno prodotto un po’ di cambiamenti. Oggi con i social network e con le chat vale la regola opposta: i ragazzi, anche quelli in tenerà età, usano le tecnologie per conoscere, per fare amicizia. Nei social network si fa a gara a chi ha più amici. Nelle autostrade dell’informazione, inoltre, si guida senza patente.

Molti ragazzi navigano ed è un fatto positivo. Non sempre le famiglie sono preparate per educare alla navigazione, nel senso che non sono prerate per dare ai ragazzi gli strumenti necessari per cavarsela da soli, in piena autonomia.

Molti adulti, i genitori di oggi, non sono preparati perché Internet non la conoscono e così finiscono per non avere sufficienti compentenze per aiutare i propri ragazzi a dotarsi di quel bagaglio di skills personali che aiutano a vivere in rete da soli.

I rischi possono essere tanti, ma la rete non va demonizzata. Anche in strada o nel mondo reale i rischi sono stanti e non per questo i ragazzi rimangono a casa. Su Internet, la cosa che occorre fare è spingere i ragazzi all’autoresponsabilità e per fare questo devono conoscere i rischi potenziali, le malpractice da evitare e le bestpracice da praticare per prevenirli, nonché le exit strategies, per togliersi da situazioni critiche on-line quando ci si finisce dentro.

Ecco, vorrei che il kit per la connessione a scuola fosse dato insieme al “kit degli skills” di autoresponsabilità per i ragazzi, in modo che sappiano cavarsela con le loro gambe ed il loro mouse.

Vanno creati progetti di autoresponsabilità orientati all’Internet safety.

Occorre passare dall’educazione civica, quella che tutti snobbano, all’educazione del net-citizen.

Oppure non piace la parola educazione?

 

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Wi-fi e banda laga. Come si rilancia l’economia (negli USA)

Colpisce la diversità di approccio nella gestione della crisi economica e nella scelta delle misure per rilanciare l’economia tra gli Stati Uniti e il nostro Paese.

La differenza sta nella visione strategica, che deve abbandonare quell’ostinata rincorsa al mattone, considerato unico volano dell’economia, per abbracciare la tecnologia, quella vera, non quella fatta di parole e bei pensieri.

Serve, in altre parole, un investimento serio in connettività capillare su tutto il territorio e banda larga. E’ ormai diffuso lo slogan che l’Unità d’Italia, dopo 150 anni, andrebbe realizzata proprio grazie ad Internet.

Ecco la visione di Obama, che mi pare manchi del tutto nel nostro Paese:

(1) connettività diffusa a banda larga

Obama ha ricordato che in Corea del Sud più del 90 per cento delle abitazioni ha a disposizione internet ad alta velocità, a differenza del 65 per cento delle case americane. Un dato sufficiente per capire quanto sia essenziale l’investimento per tornare a competere nel mercato globale.

(2) Il cambio di rotta con il passato (visione “futurista”)

«Non è lungimirante pensare che l’economia di domani possa sorgere utilizzando le infrastrutture di ieri». Così ha esordito il presidente Obama nel suo discorso dalla “Northern Michigan University”, nel quale ha illustrato il disegno strategico della sua amministrazione per riportare l’America ai vertici dello sviluppo tecnologico mondiale.

(3) Il piano strategico

Entro cinque anni sarà possibile connettersi ad internet attraverso pc, smartphone o tablet in quasi ogni angolo del Paese. Il piano prevede inoltre la creazione di una rete wireless ad alta sicurezza da 10 miliardi di dollari, in grado di proteggere le comunicazioni tra le diverse agenzie governative in caso di un attacco terroristico su larga scala comparabile all’11 settembre.

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Google News Italia, editori di giornali, diritto d’autore e pubblicità on-line. Ecco gli atti dell’Antitrust

L’Antitrust italiana (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) si è pronunciata sul caso relativo al servizio Google News, sollevato dall’editoria giornalistica italiana.

L’istruttoria, oltre a risolvere il caso specifico, di particolare importanza per la gestione dei contenuti su Internet e per l’organizzazione dell’offerta di fornitura dei servizi nella società dell’informazione, ha un esito che coinvolge anche, de jure condendo, la materia del diritto d’autore, chiamato ad adeguarsi alle innovazioni tecnologiche.

L’antitrust individua infatti la necessità di tale adeguamento normativo e lo illustra con una specifica segnalazione al Presidente della Camera, del Senato, del Consiglio di Ministri, nonché al Ministro dello Sviluppo Economico ed al Dipartimeno Politiche Comunitarie presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ecco i documenti rilevanti sul caso in questione:

1) la Segnalazione dell’Authority (AS 787), del 17 gennaio 2011, di stimolo per il legislatore italiano sulla “Tutela dei contenuti editoriali su Internet”;

2) il Provvedimento dell’Authority con cui risolve il caso Google News Italia (A 420), Adunanza del 22 dicembre 2010;

3) gli Impegni vincolanti proposti da Google per adeguare i servizi alle prescrizioni normative a tutela del mercato e della concorrenza;

4) il Comunicato Stampa dell’Authority sul caso in questione.

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Nuovo codice dell’amministrazione digitale (CAD)

Il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il nuovo Codice dell’amministrazione digitale, come riportato in un articolo del Sole 24 Ore del 22 dicembre 2010, ne quale viene riportata una breve sintesi delle principali novità, riprese dalla pagina del sito del Ministrero per la P.A. e l’Innovazione, ove viene annunciata la notizia.

Questo è il testo del comunicato stampa:

Su proposta del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, questa mattina il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD). Il decreto legislativo supera quello approvato cinque anni or sono per iniziativa dell’allora Ministro Lucio Stanca (decreto legislativo n. 82 del 2005), traccia il quadro legislativo entro cui deve obbligatoriamente attuarsi la digitalizzazione dell’azione amministrativa e sancisce veri e propri diritti dei cittadini e delle imprese in materia di uso delle tecnologie nella comunicazione con la PA. La riforma nasce dalla convinzione che la digitalizzazione dell’azione amministrativa sia una vera e propria funzione di governo, imperniata sui principi di effettività e risparmio. I maggiori benefici si realizzano nei settori sanità e giustizia. Il CAD introduce misure premiali e sanzionatorie, incentivando o sanzionando le amministrazioni con la possibilità di quantificare e riutilizzare i risparmi ottenuti grazie alle tecnologie digitali (principio di effettività). Dalla razionalizzazione della propria organizzazione e dall’informatizzazione dei procedimenti, le pubbliche amministrazioni ricaveranno risparmi che potranno utilizzare per l’incentivazione del personale coinvolto e per il finanziamento di progetti di innovazione (principio di risparmio).
Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale segna così il passaggio dall’amministrazione novecentesca (fatta di carta e timbri) all’amministrazione del XXI secolo (digitalizzata e sburocratizzata), modernizzando la PA con la diffusione di soluzioni tecnologiche e organizzative che consentono un forte recupero di produttività. La riduzione dei costi di transazione che risulterà da tale processo di digitalizzazione, si rifletterà in un aumento dell’offerta di lavoro e risparmi monetari. Questi possono tradursi, per i consumatori, nell’acquisto di una maggiore quantità di beni forniti dal settore privato e, per le imprese, in una riduzione dei costi unitari di produzione.
Il nuovo CAD e la Riforma della PA sono le leve fondamentali per aumentare l’efficienza e la produttività della PA. Il moltiplicatore del reddito associato a queste misure raggiunge un valore di 1,7. Ipotizzando plausibili elasticità rispetto all’efficienza del settore pubblico, si può pertanto stimare che un incremento del 10% dell’efficienza della PA produrrà nell’arco di 20 anni un aumento cumulato del 17% del PIL.

Entro i prossimi 3 anni (in coerenza quindi con il Piano e-Gov 2012) la nuova PA sarà dunque completamente digitale e sburocratizzata. Queste le tappe del processo:
- entro 3 mesi le pubbliche amministrazioni utilizzeranno soltanto la Posta Elettronica Certificata (PEC) per tutte le comunicazioni che richiedono una ricevuta di consegna ai soggetti che hanno preventivamente dichiarato il proprio indirizzo;
- entro 4 mesi le amministrazioni individueranno un unico ufficio responsabile dell’attività ICT;
- entro 6 mesi le pubbliche amministrazioni centrali pubblicheranno i bandi di concorso sui propri siti istituzionali;
- entro 12 mesi saranno emanate le regole tecniche che consentiranno di dare piena validità alle copie cartacee e soprattutto a quelle digitali dei documenti informatici, dando così piena effettività al processo di dematerializzazione dei documenti della PA. Le pubbliche amministrazioni non potranno richiedere l’uso di moduli e formulari che non siano stati pubblicati sui propri siti istituzionali. Il cittadino fornirà una sola volta i propri dati alla Pubblica Amministrazione: sarà onere delle amministrazioni in possesso di tali dati assicurare, tramite convenzioni, l’accessibilità delle informazioni alle altre amministrazioni richiedenti;
- entro 15 mesi le pubbliche amministrazioni predisporranno appositi piani di emergenza idonei ad assicurare, in caso di eventi disastrosi, la continuità delle operazioni indispensabili a fornire servizi e il ritorno alla normale operatività.

Dopo la Riforma Brunetta della Pubblica Amministrazione (il decreto legislativo n. 150/2009 che ha introdotto meritocrazia, premialità, trasparenza e responsabilizzazione dei dirigenti), l’approvazione del nuovo CAD va a costituire così il secondo pilastro su cui poggia il disegno di modernizzazione e digitalizzazione della PA definito nel Piano industriale presentato dallo stesso Ministro Brunetta nel maggio 2008. Resasi necessaria per effetto della rapida evoluzione delle tecnologie informatiche, la Riforma risponde in maniera puntuale alla necessità di mettere a disposizione delle amministrazioni e dei pubblici dipendenti strumenti (soprattutto digitali) in grado di incrementare l’efficienza e l’efficacia dell’intero sistema pubblico. I cittadini e le imprese richiedono infatti mezzi più snelli, rapidi e meno costosi per comunicare con le pubbliche amministrazioni. L’obiettivo è quindi evitare che strutture obsolete e procedure interminabili continuino a gravare il sistema Italia di costi e di adempimenti tali da scoraggiare l’afflusso di capitali internazionali a vantaggio di Paesi, anche emergenti, che hanno più decisamente imboccato la strada della modernizzazione e della semplificazione amministrativa.

Sul sito ministeriale c’è anche un link che reca la scritta “Il nuovo CAD“, ma, anziché aprirsi il PDF del testo normativo, si apre una presentazione in power point.

Mi sembra pessima la scelta di non rendere immediatamente accessibile il testo nella pagina istituzionale che ne annuncia l’approvazione.

Non diverso è il risultato sul sito di DigitPA che, com’è noto, ha sostituito il CNIPA.

Nella sezione dedicata al Codice dell’Amministrazione Digitale è presente, ad oggi, solo il testo vigente del Codice, ossia il d.lgs. 82/2005 e ss.mm.ii. (successive moficihe ed integrazioni), ma non la versione che lo sostituirà a breve.

Sul sito PADigitale (di PA Digitale S.p.a., non riconducibile, a quanto mi consta, ad alcuna pubblica amministrazione italiana) c’è una pagina interamente dedicata al Nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale, intitolata “Testo integrale del Nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale“, ma, con grande stupore e molte perplessità, si trova solamente il testo integrale del predetto comunicato stampa e non il testo del codice.

Ci vorrebbe più trasparenza ed una migliore efficacia nell’accesso alle fonti. In fin dei conti siamo nella società dell’informazione e le istituzioni interessate sono quelle deputate a traghettare l’Italia verso l’innovazione.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

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L’art. 60 della «legge» sulla sicurezza. ISP, Internet e i decreti di oscuramento imposti ai fornitori di connettività

Il famigerato emendamento D’Alia, che aveva portato all’introduzione dell’art. 50-bis nell’originario disegno di legge n. 733 discusso in prima battuta al Senato, era andato a confluire, con l’aggiunta di un comma, nell’art. 60 del medesimo DDL, approdato alla Camera con il n. c.2180.

Ne avevo già ampiamente parlato in questo post ed in quest’altro.

Ora, tornato al Senato con il n. 733B, il DDL relativo alc.d. Pacchetto Sicurezza è stato approvato senza modificazioni in versione definitiva ed è in attesa di promulgazione e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per divenire definitivamente legge dello stato italiano (compreso l’attuale e discusso art. 60, nato dall’emendamento D’Alia).

Cerchiamo di comprendere cosa sta accadendo e quali effetti vengono prodotti sull’information society.

L’art. 60 in questione è stato previsto nel pacchetto sicurezza per assicurare la «repressione di attività di apologia o incitamento di associali criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet».

L’articolo, non originariamente previsto nel pacchetto sicurezza, veniva introdotto con un emendamento del Sen. D’Alia, cavalcando politicamente il clamore suscitato dalla notizia relativa all’istituzione, su Facebook, di gruppi di discussione inneggianti Reina e la mafia, che hanno attirato taluni «fan» e numerose perplessità presso l’opinione pubblica.

La «straordinaria» pensata politica, però, si è tradotto in un testo di legge a dir poco discutibile. Buoni gli intenti, non altrettanto buoni, mi sembra, siano gli strumenti per dare attuazione a tali intenti.

Rimando ad una pubblicazione scientifica di più ampio respiro e di più taglio più tecnico per gli approfondimenti reltivi agli «addetti ai lavori».

Non rinuncio però a rimarcare che, come già osservato in occasione dei precedenti lavori parlamentari:

1) la misura di contrasto agli illeciti presi in considerazione della norma (istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi e non solo apologia di reato), ove posti in essere «in via telematica sulla rete internet», consente al Ministro dell’interno di adottare con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata. Tale interruzione però, dice l’art. 60, co. 1, va realizzata «ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine».

Viene cioè adottato lo strumento di filtraggio a carico dei fornitori di connettività (ISP), senza agire sul soggetto che gestisce la piattaforma su cui i messaggi di istigazione a delinquere o di apologia di reato vengono diffusi. Se si pensa al fenomeno facebook e mafia, ove venissero ravvisate le ipotesi di reato in questione, il Ministro dell’interno potrebbe emanare un decreto non per chiedere alla società che gestisce il social network di inibire i messaggi incriminati, ma addirittura per chiedere a tutti i provider di connettività, di filtrare il traffico di rete impedire l’accesso a Facebook.

Gli effetti della norma, così, sono palesemente sproporzionati.

Per un verso c’è il forte rischio che vengano sacrificati i diritti di manifestazione del pensiero, di associazione e di svolgere attività relazionali di tutti i soggetti che fruiscono legittimamente e lecitamente della piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), senza aver compiuto alcun reato.

Per altro verso si penalizza il soggetto che gestisce la piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), introducendo l’obbligo sostanziale di controllare i contenuti, in contrasto con la direttiva sul commercio elettronico che consente ai fornitori dei servizi della società dell’informazione, a determinate condizioni, di svolgere i propri servizi senza l’obbligo di controllare a priori la liceità dei contenuti che gli utenti veicolano attraverso di loro.

2) Sotto altro profilo ancora, si va ad incidere pensantemente sugli Internet Service Providers (ISP) che forniscono connettività alla rete, gravando su tali soggetti per esercitare il controllo sulla rete.

Destinatari del decreto ministeriale di inibizione del traffico di rete, infatti, sono proprio coloro che forniscono connettività, e non gli autori dell’asserito illecito, nè i gestori delle piattaforme eventualmente utilizzate dagli utenti per l’immisione dei contenuti illeciti.

Sugli ISP grava l’obbligo di attivarsi ed anche sollecitamente, dato che l’art. 60, co. 4, stabilisce che

«I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico».

Come si vede sono gli ISP ad essere sanzionati in caso di mancata ottemperanza al decreto di inibizione emesso dal Ministro dell’interno.

3) Il meccanismo, si noti, è simile a quello utilizzato talvolta in caso di sequestro di siti Internet, ove si vuole assicurare l’indisponibilità dei contenuti agli utenti, o in caso di pedofilia.

C’è da chiedersi se sia legittimo, per le ipotesi di reato in questione (prese a base per l’emanazione del decreto ministeria voluto con l’emendamento D’Alia), che sia il Ministro a procedere e non l’Autorità giudiziaria.

Sì, il sistema prevede la possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria avvero il decreto ministeriale, ma non mi sembra sia una garanzia sufficiente, dato che si incide su diritti fondamentali dell’uomo e su libertà costituzionalmente protette, il cui sacrificio implica le garanzie più ampie, come avviene nelle ipotesi di sequestro.

Si tenga conto, però, che anche in caso di sequestro disposto dall’autoirtà giudiziaria, il filtraggio imposto agli ISP (Internet Service Providers) finisce per realizzare l’oscuramento dell’intero sito contenente i contenuti considerati illeciti. Ebbe, si ricorderà come il tema riproponga questioni già presentatesi tempo addietro allorché, in occasione dei sequestri di materiale illecito presente sui siti Internet (anche con riferimento ad articoli diffamatori), l’autorità giudiziaria disponeva erroneamente il sequestro dell’intero sito e non dei soli contenuti illeciti, inibendo di fatto la funzionalità di un intero servizio, incidendo su libertà costituzionalmente garantite di cittadini che nulla hanno a che fare con l’illecito in questione

Queste sono solamente alcune delle riflessioni che fanno denotare il grave vulnus che il nostro sistema giuridico rischia di apportare sia ai diritti fondamentali, sia ai principi comunitari.

La disposizione, che diventerà ormai legge dello Stato, è sicuramente criticabile.

Lascia intuire, però, come il controllo della tecnologia stia entrando a pieno regime nell’agenda politica (e legislativa) come strumento per il controllo sociale.

Ciò che perplime, però, è lo spostamento delle funzioni di controllo, in tema di repressione dei reati, dal potere giudiziario (autorità giudizaria) a quello esecutivo (Ministro dell’Interno e, in definitiva, Governo).

Come statuisce l’art. 60, co. 2, il

«Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni (…)».

La politica sopperisce alla lentezza dell’autorità giudiziaria spostando le funzioni di accertamento e repressione della criminalità dal potere giudiziario a quello esecutivo, per poi relegare il primo a mera funzione di controllo dell’attività del secondo, dato che, come presegue l’art. 60, co. 2, citato,

«Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria (…)».

Per la sua rilevanza riporto di seguito il testo dell’art. 60 del DDL 733B, in attesa di promulgazione.

Qui, invece, è disponibile il testo integrale in PDF.

Art. 60.

(Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet).

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. Entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della presente legge il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, di concerto con i Ministri dell’interno e per la pubblica amministrazione e l’innovazione, individua e definisce, ai fini dell’attuazione del presente articolo, i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

4. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico.

5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è sostituito dal seguente: «1) col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda».

Fabio Bravo

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