Internet e Stampa

Giornalismo d’inchiesta, strumento di democrazia

 

In Italia il giornalismo investigativo è sempre stato considerato come un’eccezione o una rarità, tra cui spicca “Report”.  Quell’essere watchdog, tipico del giornalismo di lingua inglese, è connaturato all’esperienza democratica di un Paese.

Il giornalismo d’inchiesta individua temi di interesse pubblico e li sottopone all’opinione pubblica anche (e soprattutto) là dove l’opinione pubblica era sopita o non aveva gli adeguati strumenti di conoscenza per accorgersene.

Così, con il giornaismo investigativo e con le sue inchieste, si forma quella coscienza collettiva che è la necessaria premessa per poter esprimere il consenso sociale e politico.

E’ per questo che al giornalismo d’inchiesta va accordato un grande risalto. Deve essere strumento quotidiano di conoscenza e di confronto per i cittadini, affinché possano esercitare appieno la sovranità popolare contemplata nella nostra Carta Costituzionale.

Il giornalismo investigativo, insomma, è strumento di democrazia a servizio dei cittadini, affinché riscoprano la verità dei fatti di rilevanza pubblica, nascosti dietro l’apparenza, la propaganda o l’informazione addomesticata.

Per questo sono felice dell’iniziativa di Repubblica e dell’Espresso, che, sulla scia di quanto realizzato da ProPublica (premio Pulitzer per il giornalismo investigativo), hanno dedicato un apposito sito al giornalismo d’inchiesta (Le Inchieste), nel quale non ci si limita solamente a pubblicare le inchieste, ma, significativamente, viene chiesto ai cittadini di segnalare e proporre un’inchiesta e di collaborare all’avvio della sua realizzazione.

 

 

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Il tributo di YouTube al giornalismo: Journalists Memorial

Segnalo Journalists Memorial, un’interessante iniziativa di YouTube, Google e Newseum sui giornalisti, vittime nel compimento del proprio lavoro.

Per una descizione in italiano rimando all’articolo di Francesco Tortora per il Corriere della Sera.

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Intervista ad Assange. Perchè Wikileaks

AgoraVox riporta un’interessante intervista di Francesco Piccinini a Julian Assange, fondatore di Wikileaks (parte 1, parte 2).

Ecco un passaggio interessante dell’intervista:

Perché ha iniziato il progetto Wikileaks?

“La mia storia viene da lontano. Non è che un giorno mi sono svegliato e ho fatto WIkileaks. Avevo iniziato in Australia con altre pubblicazioni insieme ad altre persone, poi un po’ di notorietà con i documenti contro Scientology e nel 1994 in Australia, con un nickname ho fatto alcune operazione di hacking… Ho scritto vari programmi di elaborazione di immagini, e ho iniziato a interessarmi alla matematica, alla fisica e alla meccanica, anche perché per capire le tecnologie bisogna essere capaci di guardare in molte direzioni.

Cosa ti ha spinto ad andare verso il campo dell’informazione?

“Ho iniziato perché troppo spesso i giornalisti hanno rinunciato al loro ruolo di guidare il dibattito pubblico, sollevare delle tematiche, diventando semplicemente delle persone che lo seguono, piuttosto che guidarlo. Quello che abbiamo fatto noi di Wikileaks è, probabilmente, una cosa che nessun altro avrebbe mai fatto. I giornalisti non capiscono che hanno un potere che pochi possiedono: poter guidare il dibattito pubblico”.

Ancora:

Come decidi il timing della pubblicazione dei cables?

Abbiamo dovuto tutelarci da tutti questi problemi politici, potevamo essere incolpati della morte delle persone e quindi questa cosa sarebbe stata usata in maniera molto aggressiva contro di noi dicendo appunto che eravamo responsabili di aver messo le nostre fonti (usa il plurale, ndr) o le persone citate nei cables in pericolo. Ma è quasi solamente politica. Nonostante le persone ruotino molto nelle sedi diplomatiche, se a qualcuno dovesse succedere qualsiasi cosa, saremo subito accusati. E quindi abbiamo deciso di controllare tutto ciò prima di pubblicare direttamente sul sito i cables. E anche se una persona fosse uccisa per una ragione per la quale noi non siamo assolutamente colpevoli, verremo accusati in ogni caso. Ed è per questo che abbiamo rallentato la pubblicazione dei cables. Il rischio che qualcuno possa perdere la vita in relazione alla pubblicazione di questi file c’è. Un giorno non saremo gli unici proprietari di questi dati, ma fino a quel giorno dobbiamo essere cauti nella diffusione di quanto in nostro possesso”.

(…)

Qual è la cosa che più spesso ti rimproverano?
“E’ quella di lavorare contro qualcuno, ma noi non siamo contro nessuno. Se ci arriva qualcosa contro i talebani, pubblichiamo contro i talebani, se arriva qualcosa contro gli americani pubblichiamo contro gli americani. L’unica cosa di cui ci preoccupiamo è l’autorevolezza della fonte. In questo caso, trattandosi di documenti ufficiali, l’autorevolezza è insita”.
Su L’Espresso è disponibile anche un video con lo stralcio di una lunga intervista Assange, andata in onda su Sky nel mese di dicembre 2010, ove questi “parla del sito, delle ragioni che hanno spinto lui e il suo gruppo a crearlo, e delle motivazioni giornalistiche e politiche che vi sottostanno“.
Per un ulteriore approfondimento segnalo queste inchieste (da L’inchiesta di Maurizio Torrealta, su RaiNews24):
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Google News Italia, editori di giornali, diritto d’autore e pubblicità on-line. Ecco gli atti dell’Antitrust

L’Antitrust italiana (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) si è pronunciata sul caso relativo al servizio Google News, sollevato dall’editoria giornalistica italiana.

L’istruttoria, oltre a risolvere il caso specifico, di particolare importanza per la gestione dei contenuti su Internet e per l’organizzazione dell’offerta di fornitura dei servizi nella società dell’informazione, ha un esito che coinvolge anche, de jure condendo, la materia del diritto d’autore, chiamato ad adeguarsi alle innovazioni tecnologiche.

L’antitrust individua infatti la necessità di tale adeguamento normativo e lo illustra con una specifica segnalazione al Presidente della Camera, del Senato, del Consiglio di Ministri, nonché al Ministro dello Sviluppo Economico ed al Dipartimeno Politiche Comunitarie presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ecco i documenti rilevanti sul caso in questione:

1) la Segnalazione dell’Authority (AS 787), del 17 gennaio 2011, di stimolo per il legislatore italiano sulla “Tutela dei contenuti editoriali su Internet”;

2) il Provvedimento dell’Authority con cui risolve il caso Google News Italia (A 420), Adunanza del 22 dicembre 2010;

3) gli Impegni vincolanti proposti da Google per adeguare i servizi alle prescrizioni normative a tutela del mercato e della concorrenza;

4) il Comunicato Stampa dell’Authority sul caso in questione.

Continua a leggere

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Cassazione Penale, sent. n. 35511/2010. Il direttore responsabile di testata on-line non risponde dei reati commessi a mezzo stampa (art. 57 c.p.)

L’interessante sentenza n. 35511 del 16 luglio 2010 (su Computer Law il testo integrale) interviene in materia di responsabilità del direttore di una testata telematica, escludendo l’applicazione dell’art. 57  del codice penale (rubricato “Reati commessi col mezzo della stampa periodica”) nel caso in cui la rivista o il periodico siano solamente in versione telematica e non anche in versione cartacea.

Dalla sentenza 35511/2010 si leggono questi elementi sulla fattispecie:

XXXX era direttore del periodico telematico WWWW, sul quale risultava pubblicata una lettera ritenuta diffamatoria nei confronti del Ministro della Giustizia (YYYY) e del suo “consulente per l’edilizia penitenziario” (ZZZZ).

In secondo grado la Corte di Appello aveva  declamato la prescrizione del reato, con salvezza delle statuizioni civili, di ordine risarcitorio, in favore delle parti civili costituite (il Ministro della Giustizia ed il suo consulente):

La Corte di appello di Milano, con sentenza 25.9.2009, in riforma della pronunzia di primo grado, ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione a carico di XXXX, imputato del reato di cui all’art. 57 cp; ha confermato le statuizioni civili in favore delle costituite parti civili, YYYY e ZZZZ.

Ecco come la sentenza n. 35511 del 2010 della Corte di Cassazione  giunge ad affermare che il fatto non è previsto dalla legge come reato. Di seguito riporto i passaggi più significativi delle motivazioni esposte nella sentenza:

***

a) i riferimenti normativi (la norma incriminatrice)

(…) L’art. 57 cp punisce, come è noto, il direttore del giornale che colposamente non impedisca che, tramite la pubblicazione sul predetto mezzo di informazione, siano commessi reati.

Il codice, per altro, tra i mezzi di informazione, distingue la stampa rispetto a tutti gli altri mezzi di pubblicità (art. 595 comma III cp.) e l’art. 57 si riferisce specificamente alla informazione diffusa tramite lo “carta stampata”.

La lettera della legge è inequivoca e a tale conclusione porta anche l’interpretazione “storica” della norma (…)

b) i richiami dottrinali e di giurisprudenziali sul concetto di “stampa”

In dottrina e in giurisprudenza si è comunque discusso circa la estensibilità del concetto di stampa, appunto agli altri mezzi di comunicazione. E così una risalente pronunzia (ASN 198900259-RV 180713) ha escluso che fosse assimilabile al concetto di stampato lo videocassetta preregistrata, in quanto essa viene riprodotta con mezzi diversi da quelli meccanici e fisico-chimici richiamati dall’art. 1 della legge 47/48.

D’altra parte, è noto che la giurisprudenza ha concordemente negato (ad eccezione della sentenza n. 12960 della Sez. feriale, p.u. 31.8.2000, dep. 12.12.2000, ric. Cavallino, non massimata) che al direttore della testata televisiva sia applicabile la normativa di cui all’art. 57 cp (cfr, ad es. ASN 200834717-RV 240687; ASN 199601291-RV 205281), stante lo diversità strutturale tra i due differenti mezzi di comunicazione (fa stampa, da un lato, lo radiotelevisione dall’altro) e lo vigenza nel diritto penale del principio di tassatività.

c) la non “assimilabilità di internet (rectius del suo “prodotto”) al concetto di stampato

Analogo discorso, a parere di questo Collegio, deve esser fatto per quel che riguarda lo assimilabilità di internet (rectius del suo “prodotto”) al concetto di stampato.

L’orientamento prevalente in dottrina è stato negativo, atteso che, perché possa parlarsi di stampa in senso giuridico (appunto ai sensi del ricordato art. 1 della legge 47/48), occorrono due condizioni che certamente il nuovo medium non realizza:

a) che vi sia una riproduzione tipografica (prius),

b) che il prodotto di tale attività (quella tipografica) sia destinato alla pubblicazione e quindi debba essere effettivamente distribuito tra il pubblico (posterius).

Il fatto che il messaggio internet (e dunque anche la pagina del giornale telematico) si possa stampare non appare circostanza determinante, in ragione della mera eventualità, sia oggettiva, che soggettiva.

Sotto il primo aspetto, si osserva che non tutti i messaggi trasmessi via internet sono “stampabili”: sì pensi ai video, magari corredati di audio; sotto il secondo, basta riflettere sulla circostanza che, in realtà, è il destinatario colui che, selettivamente ed eventualmente, decide di riprodurre a stampa lo “schermata”.

E se è pur vero che la “stampa” – normativamente intesa – ha certamente a oggetto, come si é premesso, messaggi destinati alla pubblicazione, è altrettanto vero che deve trattarsi – e anche questo si è anticipato – di comunicazioni che abbiano veste di riproduzione tipografica.

Se pur, dunque, le comunicazioni telematiche sono, a volte, stampabili, esse certamente non riproducono stampati (è in realtà la stampa che – eventualmente – riproduce la comunicazione, ma non la incorpora, così come una registrazione “domestica” di un film trasmesso dalla TV, riproduce – ad uso del fruitore – un messaggio, quello cinematografico appunto, già diretto “al pubblico” e del quale, attraverso lo duplicazione, in qualche modo il fruitore stesso si appropria, oggettivizzandolo).

d) eterogeneità della telematica rispetto ad altri media

Bisogna pertanto riconoscere lo assoluta eterogeneità della telematica rispetto agli altri media, sinora conosciuti e, per quel che qui interessa, rispetto alla stampa.

D’altronde, non si può non sottolineare che differenti sono le modalità tecniche di trasmissione del  messaggio a seconda del mezzo utilizzato: consegna materiale dello stampato e sua lettura da parte del destinatario, in un caso (stampa), irradiazione nell’etere e percezione da parte di chi si sintonizza, nell’altro (radio e TV), infine, trasmissione telematica tramite un ISP (internet server provider), con utilizzo di rete telefonica nel caso di internet.

d) il confronto con la responsabilità dei Providers ai sensi della disciplina sul commercio elettronico (d.lgs. 70/2003)

Ad abundantiam si può ricordare che l’art. 14 D. Lsvo 9.4.2003 n. 70 chiarisce che non sono responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e – a fortiori – gli hosting provider (cfr. in proposito ASN 200806046-RV 242960), a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma, in tal caso, come è ovvio, essi devono rispondere a titolo di concorso nel reato doloso e non certo ex art 57 cp).

e) esclusione della responsabilità per coordinatori di blog e forum a cui la sentenza assimila il direttore del giornale diffuso sul web

Qualsiasi tipo di coinvolgimento poi va escluso (tranne, ovviamente, anche in questo caso, per l’ipotesi di concorso) per i coordinatori dei blog e dei forum.

Non diversa è la figura del direttore del giornale diffuso sul web.

f) astratta configurazione di responsabilità del direttore del giornale telematico ove d’accordo con l’autore della lettera, per concorso in diffamazione, non per omesso controllo ex art. 57 c.cp. – Riferimento all’anonimato

Peraltro, anche nel caso oggi in esame, sarebbe, invero, ipotizzabile, in astratto, la responsabilità del direttore del giornale telematico, se fosse stato d’accordo con l’autore della lettera (lo stesso discorso varrebbe per un articolo giornalistico).

A maggior ragione, poi, se lo scritto fosse risultato anonimo.

Ma – è del tutto evidente – in tal caso il direttore avrebbe dovuto rispondere del delitto di diffamazione (eventualmente in concorso) e non certo di quello di omesso controllo ex art 57 cp, che come premesso, non è realizzabile da chi non sia direttore di un giornale cartaceo.

Al XXXX, tuttavia, è stato contestato il delitto colposo ex art 57 cp e non quello doloso ex art 595 cp.

g) il ruolo dell’interattività (web 2.0) sul piano pratico e giuridico. Non esigibilità del controllo


Sul piano pratico, poi, non va trascurato che la c.d. interattività (la possibilità di interferire sui testi che si leggono e si utilizzano) renderebbe, probabilmente, vano -o comunque estremamente gravoso- il compito di controllo del direttore di un giornale on line.

Dunque, accanto all’argomento di tipo sistematico (non assimilabilità normativamente determinata del giornale telematica a quello stampato e inapplicabilità nel settore penale del procedimento analogico in malam partem), andrebbe considerata anche la problematica esigibilità della ipotetica condotta di controllo del direttore (con quel che potrebbe significare sul piano della effettiva individuazione di profili di colpa).

h) la voluntas legis


Da ultimo, va considerata anche la implicita voluntas legis, atteso che, da un lato, risultano pendenti diverse ipotesi di estensione della responsabilità ex art 57 cp al direttore del giornale telematico (il che costituisce ulteriore riprova che – ad oggi – tale responsabilità non esiste), dall’altro, va pur rilevato che il legislatore, come ricordato dal ricorrente, è effettivamente intervenuto, negli ultimi anni, sulla materia senza minimamente innovare sul punto.

i) la legge n. 62/2001 sull’estensione del concetto di prodotto editoriale ai giornali telematici

Invero, né con la legge 7 marzo 2001 n. 62, né con il già menzionato D.Lvo del 2003, è stata effettuata la estensione della operatività dell’art. 57 cp dalla carta stampata ai giornali telematici, essendosi limitato il testo del 2001 a introdurre la registrazione dei giornali on line (che dunque devono necessariamente avere al vertice un direttore) solo per ragioni amministrative e, in ultima analisi, perché possano essere richieste le provvidenze previste per l’editoria (come ha chiarito il successivo D. Lvo).

l) conclusioni

Allo stato, dunque, “il sistema” non prevede lo punibilità ai sensi dell’art 57 cp (o di un analogo meccanismo incriminatorio) del direttore di un giornale on line.

Quindi

(…) deve concludersi che lo sentenza impugnata va annullata senza rinvio perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Mi occuperò anche in seguito di questa sentenza, con altri post.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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L’inchiesta di Anna Masera sulla ADSL per La Stampa

Segnalo l’interessante iniziativa di Anna Masera, che invita i propri lettori a segnalare ritardi e malfunzionamento relativi ai servizi ADSL con l’intenzione di preparare un’inchiesta per La Stampa e chiedere alle aziende di dar conto dei disagi riportati dai clienti.

Sarà un’ inchiesta destinata a mobilitare molti utenti, come si vede dal riscontro avuto a seguito della pubblicazione di una lettera firmata da un cliente di H3G, che ha fatto maturare un numero considerevole di commenti di altri utenti in pochissimo tempo.

Il web 2.0 è fenomeno interessante per le dinamiche cittadini-giornalisti-clienti-imprese.

Queste ultime devono poi confrontarsi con i nuovi strumenti per mantenere alta la propria reputazione commerciale in ambiente digitale.

In materia di banda larga, poi, ricordo l’interessante iniziativa dell’AGCOM che, unitamente alla FUB (Fondazione Ugo Bordoni), sta portando avanti un progetto per il monitoraggio e la misurazione della velocità di connessione ad Internet da parte dei consumatori, mettendo loro a disposizione un software gratuito, chiamato Nemesys, distribuito in GPL v.3.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Il giornalismo ha memoria. Internet e la strage di Bologna

Il 2 agosto 1980 si consumava il dramma della strage di Bologna.

L’Associazione dei familliari delle vittime reclama solidarietà e giustizia, ancora oggi. “Solidarietà” è la prima parola declinata sul loro sito Internet.  La ricerca della giustizia, invece, è il concetto, espresso nello statuto dell’associazione, che fa da apertura alle pagine dedicate alla memoria della strage.

Da diversi giorni il governo ha annunciato che alla giornata commemorativa di quel dramma non presenzierà personalmente alcun Ministro.

La notizia mi ha colpito e rattristato.

Ecco le parole del Presidente dell’Associazione, Paolo Bolognesi, sull’assenza del Governo:

“Non so capacitarmi. Sono sconcertato, questo è un Governo in fuga: invece di darci le risposte attese ha fatto prima, non viene per niente. Spero, onestamente, che il nostro sconcerto sia quello di tutta Italia, perché è la prima volta in trent’anni che accade una cosa del genere. Anche da Borsellino non c’era nessuno, non vorrei che fosse una nuova strategia governativa quella di evitare i momenti delicati”.

Le motivazioni sembrano legate alla circostanza che i rappresentanti del Governo siano sempre stati sonoramente fischiati.

Da quest’anno (ma è il trentennale) la scelta di preservare l’immagine personale  e politica, evitando che mediaticamente sia accostata all’aperta contestazione, sembra abbia preso il sopravvento sulla necessità di ribadire il senso della presenza istituzionale seppur in una pagina difficile della nostra storia. Francamente non mi sembra una scelta condivisibile.

La presenza istituzionale, purtroppo oggi negata, ha comunque un valore forte. La memoria storica va conservata e preservata. Va letta ed analizzata per comprendere il presente, per evitare che si ripetano errori per il futuro.

Vorrei segnalarVi, proprio sulla strage di Bologna (oltre all’incredibile lavoro portato avanti dall’associazione delle vittime) lo sforzo giornalistico, fruibile su Internet, dedicato alla strage del 2 agosto 1980, con i titolo “Io non dimentico“, curato per la Repubblica da Stefania Parmeggiani.

Nell’inchiesta-memoriale sono riportate anche le fotografie della polizia scientifica e le foto delle vittime.

Sul sito dell’associazione sono riportati anche audio e video, compreso quelli relativi agli eventi commemorativi relativi ai precedenti anniversari dalla strage.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Social Shopping e Customer Evaluation tra libertà di espressione, difesa della reputazione commerciale e diffamazione. L’intervista a Fabio Bravo su Computer Idea

Lorenzo Cavalca, giornalista di Computer Idea, mi ha intervistato su un tema di grande interesse per il commercio elettronico: la diffamazione on-line nel social shopping (accanto all’intervista c’è un ampio articolo, sempre a firma di Lorenzo Cavalca, sul funzionamento dei portali in questione, che consiglio di leggere).

L’uso di strumenti di social network consente non solo di effettuare il c.d. social shopping, ma anche di esprimere valutazioni su prodotti e aziende (social evaluation). Con la possiblità di rilasciare commenti, tipica del web 2.0, sorge il problema dei limiti da osservare nei giudizi negativi espressi verso prodotti o aziende, al fine di evitare la commissione di illeciti, rilevanti sia in sede civile, sia in sede penale.

L’intervista, apparsa sul n. 268 di Computer Idea (21 luglio – 3 gosto 2010), per ovvie ragioni editoriali, contiene la sintesi di un discorso più ampio, che provo a ricapitolare di seguito, su Information Society & ICT Law.

***

1) I limiti alla libertà di espressione per i commenti degli utenti di social network usati per far esprimere pareri su prodotti e servizi forniti da un’azienda.
La manifestazione in ambienti sociali digitali, come i social network, di opinioni relative a prodotti e servizi di una azienda, sotto forma di pareri e giudizi, è da ricondurre alla libertà di manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione. In linea di principio, dunque, gli utenti hanno il diritto costituzionale di esprimere liberamente il proprio pensiero, anche nei social network, e tale diritto non soffre limitazioni con riferimento alla natura commerciale di ciò che costituisce oggetto di esternazione.

Ovviamente la libertà di manifestazione del pensiero, così come ogni libertà e ogni diritto, trova un limite nella necessità di salvaguardare anche la libertà e i diritti altrui.

Di sicuro non si può usare lo schermo offerto dalla libertà di manifestazione del pensiero per veicolare giudizi diffamatori, che abbiano il solo effetto di ledere la reputazione del soggetto che commercializza il bene o il prodotto.

Nella casistica giurisprudenziale, per fare un esempio, si trova affermato il principio secondo cui la manifestazione pubblica di un giudizio negativo sull’adempimento di un contratto costituisce espressione del diritto di critica, sempre che non travalichi nell’insulto e nel dileggio gratuito della controparte.

Il principio in questione può essere applicato alle opinioni espresse, anche su Interent, dai consumatori con riguardo a beni o servizi che siano stati forniti da una determinata impresa in forza di un contratto, sia esso di vendita, di comodato, di noleggio, di fornitura o altro.

In presenza di un’espressione diffamatoria proferita ai danni di un’impresa che fornisce beni o servizi, l’utente che abbia espresso l’opinione o il giudizio può dunque invocare l’esimente del diritto di critica.

Il diritto di critica costituisce in senso tecnico una scriminante, ossia una causa di giustificazione che rende non punibile il reato di diffamazione, pur astrattamente configurabile in tutti i suoi elementi. La causa di giustificazione scrimina il fatto-reato ab initio, rendendolo privo di rilevanza penale.

L’esimente del diritto di critica, tuttavia, può essere invocata solamente entro limiti rigorosi, che la giurisprudenza ha individuato nella rilevanza sociale dell’argomento trattato, nella verità obiettiva dei fatti esposti, nella continenza delle espressioni utilizzate.

La continenza espositiva si considera rispettata qualora le espressioni usate non si concretino in un pretesto per aggredire gratuitamente l’altrui reputazione.

È compito del giudice, in caso di controversia, accertare se vi sia stato il rispetto di tali limiti nel caso concreto.

***

2) Opinioni diffamatorie

Quando il legislatore penale ha previsto la perseguiblità a querela di parte del reato di diffamazione si è limitato a sanzionare solamente l’offesa della reputazione attraverso una comunicazione con due o più persone, senza preoccuparsi di specificare nel dettaglio il limite oltre il quale una esternazione possa ritenersi diffamatoria.

Come già detto, di fronte all’accertamento positivo della diffamazione, il diffamante può invocare l’esimente del diritto di critica, che rende non punibile il fatto reato solo astrattamente configurabile e perfettamente lecito ab initio il giudizio critico espresso.

La tecnica normativa usata consente di far resistere la norma nel tempo, conferendole quella elasticità necessaria ad adattarla a diversi contesti sociali e culturali, oltre che all’evoluzione nel tempo del sentire sociale.

Di fronte all’elasticità del dettato normativo, è la giurisprudenza che finisce per fissare i confini di applicazione della norma, adeguandoli alle diverse realtà sociali e al progressivo mutamento culturale che la società attraversa con il trascorrere degli anni.

Si tratta, tuttavia, di confini mobili, dato che l’orientamento espresso in alcune pronunce giurisprudenziali potrebbe coesistere, nelle aule giudiziarie, con altro orientamento, più restrittitvo o più permissivo, espresso da altre pronunce.

Spesso il discrimine è legato all’interpretazione del contesto in cui le espressioni vengono proferite e dal tipo di rapporto che c’è tra i soggetti.

Per fare esempi molto noti, che hanno ispirato vere e proprie campagne mediatiche, l’inelegante espressione «vaffanculo» e «fate schifo» sono state considerate dalla Cassazione Penale, in alcune sentenze del 2007 e del 2005, non idonee a integrare offesa all’onore e alla reputazione.

In tali sentenze viene affermato il principio secondo cui tali espressioni perdono la valenza offensiva in determinati contesti, ove i soggetti si trovino in condizioni di parità e l’uso di tali espressioni sia da considerarsi parte del linguaggio comune.

Una più recente sentenza del 2009, invece, pur confermando astrattamente tale principio, ha ritenuto sussistente, nel caso concreto, la valenza offensiva e, dunque, l’ipotesi di reato per uso di espressioni analoghe alle precedenti in una lite intercorsa tra vicini di casa.

La Suprema Corte poggia le proprie argomentazioni sul rilievo che i rapporti di vicinato, connotati dalla frequente condivisione del medesimo ambiente sociale, devono essere improntati ad un maggior rispetto delle persone, divenendo altrimenti impossibile la convivenza.

Il ragionamento potrebbe essere esteso all’ipotesi in cui i soggetti condividano frequentemente ambienti sociali virtuali, come nel caso di social network o di forum.

Pertanto, l’idoneità di una data espressione ad integrare gli estremi della diffamazione o, comunque, della lesione dell’onore o della reputazione, va valutata caso per caso.

Le oscillazioni giurisprudenziali, dipendenti anche dalla differente sensibilità dei singoli giudici che di volta in volta si trovano ad emanare la decisione, non consente di effettuare rigorose valutazioni aprioristiche, ma sono di sicuro ausilio per orientarsi.

***

3) Sul rischio che i giudizi degli utenti vengano addomesticati a fronte dell’eventualità di una citazione in giudzio, da parte delle imprese, per il risarcimento dei danni

I giudizi non devono essere «addomesticati», altrimenti verrebbe contraddetta a priori quella libertà di manifestazione del pensiero che la nostra carta costituzionale all’art. 21 ha inteso assicurare come libertà fondamentale.

Il rischio dell’effetto censorio a fronte di un’azione legale minacciata o solamente temuta c’è. Come in tutte le cose, occorre trovare un equo bilanciamento degli interessi.

Ciascuno, in altre parole, nell’esternare via Internet i propri giudizi negativi, è chiamato a valutare se il rischio di subire gli effetti di un’eventuale azione legale sia o meno destituito di ogni fondamento.

Guardando la questione da altro punto di vista, ciascuno è chiamato a valutare il prezzo che è disposto a pagare o il sacrificio che è disposto a tollerare per far valere la libertà di manifestazione del proprio pensiero.

L’esternazione dei giudizi sulla qualità del prodotto o sui suoi aspetti estetici o sul suo funzionamento appartengono alla liberta di manifestazione del pensiero e al diritto di critica.

Possono essere veicolati anche senza ledere l’onore o la reputazione di un’impresa, che da tali giudizi può trarre occasione per migliorare la propria competitività.

Spesso è il modo con cui il giudizio viene esternato a risultare offensivo della reputazione commerciale di un’impresa.

***

4) Il diffice punto di equilibrio tra libertà di espressione degli utenti e diritto di un’azienda di tutelare la propria immagine e la propria reputazione commerciale

Si tratta di individuare il punto di equilibrio tra contrapposte esigenze, entrambe tutelate dall’ordinamento giuridico. È un punto di equilibrio non facile da fissare, perché è mobile.

La libertà di espressione dell’utente e il diritto dell’impresa a veder tutelata la propria immagine e la propria reputazione sono entrambi meritevoli di tutela e non può sostenersi il principio per cui uno dei due debba prevalere sull’altro.

Anche la tutela della reputazione aziendale è diritto fondamentale che gode di protezione costituzionale.

I limiti alle singole libertà possono essere estratti dalle pronunce giurisprudenziali, tenendo a mente che costituiscono solo un orientamento, giacché nel nostro ordinamento i precedenti giurisprudenziali non sono vincolanti per i giudici chiamati a pronunciarsi su casi simili a quelli già decisi.

Il problema principale non risiede tanto nella individuazione del limite, ma nell’applicazione pratica di tale limite alle diverse fattispecie che la casistica presenta.

Sappiamo che la diffamazione è scriminata dall’esercizio del diritto di critica, che può essere invocato anche dalll’utente di un social network che esprima giudizi sul prodotto o sul servizio di un’impresa.

Sappiamo anche che per poter invocare il diritto di critica occorre che vi sia il rispetto del triplice limite fissato dalla giurisprudenza: rilevanza sociale dell’argomento, verità dei fatti esposti, continenza verbale delle espressioni utilizzate.

Il limite, dunque, è formalmente fissato in maniera rigorosa.

Tuttavia il problema nel bilanciamento degli interessi contrapposti risiede proprio nell’applicazione pratica di tali limiti, la quale presenta una certa flessibilità. È lì che il punto di equilibrio appare mobile.

Si pensi che in un recente caso giurisprudenziale è stato disposto il sequestro di un forum in via cautelare perché il ricorrente, professionista operante nel settore finanziario, aveva il timore che i commenti anonimi potessero avere un effetto diffamatorio ai suoi danni nell’ambito di una discussione intavolata da un’associazione di consumatori sui servizi dal medesimo offerti.

***

5) Differenze tra commenti negativi espressi dagli utenti in un portale e quelli espressi dai giornalisti in una rivista

Sia il commento di un utente che la recensione di un giornalista possono essere considerati riconducibili alla libertà di manifestazione del pensiero tutelata dall’art. 21 della costituzione.

Inoltre, tanto alle opinioni espresse dall’utente, quanto alla recensione formulata dal giornalista, sono applicabili le scriminanti del diritto di critica, con i limiti che sono stati più volti richiamati.

Tuttavia l’attività professionale del giornalista è attività professionale e ciò incide sulla valutazione dei limiti, richiedendosi un maggior rigore.

Ad esempio, con riguardo all’utilità sociale degli argomenti esposti, normalmente si richiede anche che la notizia sia attuale.

Per quanto attiene alla verità obiettiva o anche solo putativa dei fatti esposti, il giornalista è tenuto a verificare la fonte in maniera rigorosa e a valutarla minuziosamente, secondo la diligenza tipica dell’attività pofessionale svolta, evitando reticenze o verità parziali che possano falsare la corretta informazione.

Con riguardo alla continenza verbale, la recensione svolta dal giornalista, proprio perché prodotta nell’ambito dell’attività professionale, dovrebbe essere governata dal linguaggio e dall’etica professionale.

Nel riferirci ad una storica sentenza emanata dalla Cassazione in questa materia, che costituisce vero e proprio leading case, la continenza verbale richiesta al giornalista consiste nella forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione.

Per il prodotto giornalistico viene valutata sia la continenza formale che quella sostanziale.

Sono oggetto di valutazione, sotto il profilo formale, le caratteristiche tipografiche usate, la collocazione della recensione, la presenza di titoli, occhielli e fotografie.

Sotto il profilo sostanziale viene presa in esame anche l’adeguatezza del registro espositivo, le tecniche di narrazione, l’ordine di esposizione dei fatti e dei giudizi, ad esempio ove siano in grado di provocare volutamente nel lettore suggestioni dall’intento denigratorio.

Insomma, al giornalista si richiede un’attenzione maggiore, in ragione dell’attività professionale svolta.

Al riguardo non va sottovalutato che la recensione giornalistica, rispetto al commento dell’utente, è suscettibile di maggior credito presso il lettore, con ovvie conseguenze in ordine all’effetto denigratorio delle espressioni usate.

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6) Cosa possono fare i portali di social shopping per assicurare alle imprese una adeguata replica ai commenti degli utenti e quali conseguenze derivano dalla mancata pubblicazione della replica

I portali che consentono alle imprese e agli utenti di confrontarsi assolvono ad un’interessante funzione di sviluppo commerciale e industriale. Amplificano le dinamiche concorrenziali, premiando le imprese virtuose e quelle che forniscono una buona assistenza al cliente. La necessità di scongiurare giudizi negativi stimola le imprese ad agire nella prospettiva di miglioramento continuo in tute le fasi di commercializzazione del prodotto e del servizio.

I giudizi dei consumatori, inoltre, orientano anche le logiche di produzione, per intercettare gusti, tendenze e mode o per eliminare difetti emersi, che talvolta le imprese tengono nascosti finché non sono di dominio pubblico.

Ciò che rende ancora più interessanti i portali in questione è però il ruolo da essi svolto in ordine alla costruzione della “fiducia”.

L’Unione europea sta ponendo grande attenzione su tale tema soprattutto in una prospettiva di commercio elettronico, nella convinzione che l’incremento della fiducia dei consumatori nei prodotti e nei servizi commercializzati via Internet sia fondamentale per far sviluppare l’economia dei Paesi membri.

Se gli utenti della rete non avessero remore ad effettuare acquisti on-line, imprese e consumatori potrebbero contare su un mercato potenziale di estensione mondiale, che consentirebbe di far incrociare domanda ed offerta in maniera più efficiente, premiando le impese migliori, che possono contare su bacini di clientela molto più estesi.

Si avrebbero benefici incalcolabili anche per i consumatori, dato che le dinamiche concorrenziali portano progressivamente ad un abbassamento dei prezzi, al miglioramento dei prodotti e dei servizi principali forniti, nonché al miglioramento dei servizi accessori, compreso quello di assistenza postvendita.

Poiché le critiche espresse su tali portali hanno una conseguenza vistosa sulla reputazione commerciale di un’impresa, è di vitale importanza che a quest’ultima sia data la possibilità di replicare, al fine di interloquire con il cliente insoddisfatto per trasformare le occasioni critiche in case histories positivi, veicolabili dalle funzioni aziendali di marketing.

A tal fine il portale potrebbe implementare modalità di comunicazione capaci di rendere la possiiblità di replica maggiormente adeguata alle esigenze dei consumatori e delle imprese, ad esempio offrendo una corsia privilegiata ed una diversa evidenza grafica per le repliche dell’impresa ai commenti negativi, badando affinché la collocazione del commento e della replica possa apparire contestuale.

Il poratale potrebbe offrire, in replica ai commenti negatiti, anche una raccolta dei case histories di successo, consultabili secondo diversi canali di ricerca, ad esempio per azienda, per prodotto, per tipologia di prodotto e per parola chiave.

La legge sulla stampa prevede il diritto di rettifica in favore dei soggetti a cui si riferiscono immagini o a cui siano stati attribuiti atti, pensieri o affermazioni da essi ritenuti contari a verità o lesivi della loro dignità.

La stessa legge sulla stampa specifica le modalità con cui la rettifica deve essere accordata.

Più precisamente l’art. 8 della legge sulla stampa così prevede:

Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.

Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.

Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce.

Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate.

(…)

La giurisprudenza di merito, intervenendo in ambito giornalistico, ha avuto modo dichiarire che le precisazioni di rettifica devono essere riportate, nell’ambito del giornale, con identica collocazione rispetto alla notizia oggetto di rettifica, in testa alla pagina di riferimento, con messa in risalto per mezzo del taglio tipografico, al fine di assicuare l’equivalenza informativa tra notizia e replica.

In caso di violazione all’obbligo di rettifica, sia nel senso dell’omissione che nel senso dell’incompletezza, è prevista una sanzione amministrativa che, calcolate dalla legge in vecchie lire, va da un minimo di 15.000.000 a un massimo di 25.000.000.

Tali norme trovano applicazione ai quotidiani, ai periodici e alle agenzie di stampa.

L’estensione ai portali Internet della disciplina sulla stampa è tema controverso e non sono mancati indirizzi giurisprudenziali, peraltro criticabili, che hanno inteso applicare ai blog la disciplina dettata dalla legge sulla stampa. Celebre è il caso Ruta, affrontato dal Tribunale di Modica con sentenza dell’8 maggio 2008, con cui è stato condannato per il reato di stampa clandestina un blogger (Carlo Ruta), per aver omesso di effettuare la registrazione del proprio blog come testata presso il Tribunale competente.

Di recente una sentenza della Cassazione, in materia di sequestro, ha escluso che potessero essere applicate ai forum e, in generale, ai gruppi di discussione e ai blog le garanzie previste dalla disciplina sulla stampa, a meno che non siano ravvisabili, in concreto, gli estremi di un prodotto giornalistico, da accertare caso per caso.

Così recita la sentenza citata:

«(…) In realtà i messaggi lasciati su un forum di discussione (che, a seconda dei casi, può essere aperto a tutti indistintamente, o a chiunque si registri con qualsiasi pseudonimo, o a chi si registri previa identificazione) sono equiparabili ai messaggi che potevano e possono essere lasciati in una bacheca (sita in un luogo pubblico, o aperto al pubblico, o privato) e, così come quest’ultimi, anche i primi sono mezzi di comunicazione del proprio pensiero o anche mezzi di comunicazione di informazioni, ma non entrano (solo in quanto tali) nel concetto di stampa, sia pure in senso ampio, e quindi ad essi non si applicano le limitazioni in tema di sequestro previste dalla norma costituzionale».

Occorre cioè che vi siano ulteriori elementi.

Possono ad esempio essere presi in considerazione la pluralità di autori, l’esistenza di un direttore responsabile, la periodicità, l’esistenza di una redazione, l’esistenza di un controllo editoriale sui contenuti, la presenza di rubriche, le presenza di spazi pubblicitari, e così via.

I contenuti veicolati con lo strumento di comunicazione on-line, poi, rientrano sicuramente nel concetto di stampa allorché viene effettuata la registrazione della testata telematica presso il Tribunale competente, a richiesta dell’interessato.

In questi giorni è in discussione il disegno di legge sulle intercettazioni che intende estendere l’obligo di rettifica, in generale, a tutti i siti Internet.

Ove le norme sul diritto-obbligo di rettifica contemplate nella legge sulla stampa e dall’emananda disciplina sulle intercettazioni non siano immediatamente applicabili, rimane pur sempre la facoltà dell’impresa, nei casi in cui vi sia un pregiudizio grave ed irreparabile, di ricorrere al Tribunale per ottenere l’emanazione di un provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c., per contenere gli effetti pregiudizievoli dell’illecita aggressione alla propria reputazione, salvo il risarcimento del danno.

A prescindere dall’esistenza o meno dell’obbligo di rettifica e dagli strumenti processuali con cui le imprese possono attuare le strategie contenitive dei danni da lesione dell’immagine commerciale, mi sembra comunque utile assicurare tecnicamente, nei portali o nei social network in questione, l’esercizio del diritto di replica alle imprese, sia perché rispondente alle funzioni che i predetti portali vorrebbero assolvere, sia perché le imprese avrebbero in tal modo la possibilità di recuperare le relazioni compromesse e di salvaguardare la propria reputazione verso i terzi direttamente nell’ambiente sociale virtuale in cui il giudizio negativo è stato espresso, evitando di rincorrere gli effetti in sede giudiziaria, che dovrebbe costituire solamente l’extrema ratio.

Infine v’è da considerare che la possibilità di replica costituirebbe uno strumento utile per consentire alle imprese di fronteggiare i commenti non veritieri utilizzati sempre più di frequente da altre imprese per porre in essere strategie di concorrenza sleale o da dipendenti insoddisfatti per recare danno all’impresa.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

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Responsabilità del blogger. La sentenza della Corte di Appello di Torino

Vi segnalo l’interessante articolo dal titolo “Il blogger è responsabile solo dei messaggi firmati da lui“, apparso sul Corriere della Sera, con il quale si è diffusa la notizia della sentenza resa dalla Corte di Appello di Torino, in parziale riforma della pronuncia di primo grado con cui era stata affermata la responsabilità del blogger per messaggi dal contenuto diffamatorio.

La Corte di Appello avrebbe escluso la responsabilità del blogger per omesso controllo su messaggi che non siano stati firmati da quest’ultimo.

L’articolo del Corriere della Sera evidenzia che

secondo il giudice [d'appello - n.d.r.] tutti i post che non sono scritti dal gestore del blog devono essere considerati anonimi. In primo grado [il blogger, un giornalista di 63 anni - n.d.r.] era stato condannato a 3mila euro di ammenda e a 8mila euro di risarcimento.

Più precisamente, stando all’articolo citato, nella sentenza di primo grado sarebbe stato affermato che

«Colui che gestisce un blog – era scritto nelle motivazioni – altro non è che il direttore responsabile dello stesso, pur se non viene formalmente utilizzata tale forma semantica per indicare la figura del gestore e proprietario di un sito internet. Ma, evidentemente, la posizione di un direttore di una testata giornalistica stampata e quella di chi gestisce un blog (e che, infatti, può cancellare messaggi) è, mutatis mutandis, identica».

Viceversa, nel giudizio di secondo grado si sarebbe affermato che

Le responsabilità di un blogger non sono le stesse di un direttore di un giornale. Riformando la sentenza di primo grado, la terza sezione della Corte di Appello di Torino (presidente-relatore Gustavo Witzel) si è così espressa confermando solo in parte la condanna nei confronti di un blogger aostano (…). All’imputato è stata inflitta una pena pecuniaria di 1.000 euro per diffamazione relativamente a due post da lui stesso firmati.

Sarebbe interessante reperire il testo della sentenza per un commento più puntuale.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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