Intercettazioni

Caso Marcegaglia-il Giornale. Decreti di perquisizione e sequetro in redazione e a casa di Sallusti e Porro da parte della Procura di Napoli (computer forensics, giornalismo ed equilibri tra poteri democratici)

La videointervista al direttore editoriale de “il Giornale”, Vittorio Feltri, sopra riportata, è in risposta a quanto avvenuto sul caso Marcegaglia-il Giornale.

La notizia ha qualcosa di incredibile. La Procura della Repubblica di Napoli si è mossa con tanto di consulenti tecnici informatici per l’esecuzione di un decreto di perquisizione e sequestro a carico del direttore responsabile (Sallusti) e del vicedirettore (Porro) del quotidiano “il Giornale” a seguito di alcune intercettazioni telefoniche che, a parere della Procura, evidenzierebbero gli estremi della violenza privata (art. 610 c.p.) là dove sarebbe stata minacciata la pubblicazione di uno o più articoli diretti a colpire l’immagine della Marcegaglia attraverso una campagna stampa aggressiva, per via delle dichiarazioni che in più occasioni avrebbe reso in qualità di Presidente di Confindustria contro l’azione di Governo (es. 12).

Il resoconto scritto nell’articolo redazionale del Corriere della Sera, dal titolo “Minacce alla Mercegaglia, persuisita la sede del quotidiano il Giornale“, illustra bene i particolari. Consiglio di leggerlo con molta attenzione, per chi volesse capire bene cosa sta accadendo.

Secondo le esternazioni del procuratore Lepore, riportate dagli organi di stampa,

«le perquisizioni sono tese a cercare il dossier che si brandiva contro Marcegaglia: sono state svolte nel massimo rispetto delle regole, abbiamo inviato anche due tecnici informatici per evitare involontarie alterazioni dei dati per non rovinare i computer: il reato ipotizzato è violenza privata»

Si tratta, ovviamente, di operazioni di computer forensics.

La delicatezza della questione impone di prendere in considerazione le opposte posizioni, ma anche un problema che trascende queste ultime e riguarda il delicato equilibrio degli assetti democratici del nostro Paese in un momento politico ed istituzionale – quello attuale – decisamente critico per la storia dell’Italia: gli equilibri tra poteri, il ruolo delle istituzioni e della stampa, la magistratura, il giornalismo, gli industriali e la politica.

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C'è privacy e privacy. Stefano Rodotà, le intercettazioni e la privacy del potere

Sul ddl di riforma della disciplina sulle intercettazioni Stefano Rodotà più volte si è già espresso con parole dure.

Tuttavia, nota l’illustre giurista, il biasimo sulla privacy usata come schermo per altri fini ha portato all’ececsso opposto: quello di negare dignità alla privacy.

L’uso strumentale della privacy, in altre parole, avrebbe prodotto in gran parte dell’opinione pubblica uno svilimento del valore che la privacy intende proteggere.

L’insidia si cela dietro il ritornello, che abbiamo sentito molte volte, secondo cui chi non ha nulla da nascondere non deve temere di essere intercettato, controllato, monitorato. Ossia, è solo chi ha qualcosa da nascondere che invoca il diritto a non essere controllato.

Ma l’argomento è fallace e bisogna prestare attenzione per evitare equivoci interpretativi.

Per questo Vi ripropongo l’articolo di Stefano Rodotà dal titolo “Se si usa la privacy per difendere il potere“, di cui riporto di seguito i passaggi più significativi.

Con riguardo alle reazioni dell’opinione pubblica che manifestava contro il disegno di legge del Governo sulle intercettazioni, Rodotà dice:

Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava “Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi”, sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.

Ancora, si sofferma a riflettere sul perché:

Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale.

Un´opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l´immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola.

Da qui la reazione estrema, “intercettateci tutti”, che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l´ennesimo delitto della ´ndrangheta, “ammazzateci tutti”.

Occorre stare attenti, perché da un eccesso si può giungere all’estremo opposto.

Rodotà prosegue così il suo attento ragionamento, ammonendo sul rischio che si percorrano strade che conducano nella direzione sbagliata:

Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata.

Dico per l´ennesima volta che l´“uomo di vetro” è immagine nazista, è l´argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone.

Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere.

E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un “cattivo cittadino” sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.

Chi rivendica per sè la propria intimità diviene oggetto di sospetto. Per il solo fatto di volere la riservatezza o la discrezione della dimensione privata, lontana dagli occhi e dalel orecchie degli altri, un soggetto rischia di diventare sospettato o indiziato.

È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all´uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell´esercizio d´ogni potere.

Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà.

Ricorda Rodotà che la privacy dei cittadini ha subito duri colpi, senza che la realtà sia emersa in tutta la sua essenza.

Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell´impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata.

Pur a fronte della pesante limitazione della tutela della “privacy dei cittadini”, la forza politica di governo ora intende tutelare con rigore la “privacy del potere”.

Ecco come prosegue il nostro giurista:

Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell´art. 6 del Codice sull´attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica».

Per Stefano Rodotà, queste sono

Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta “aspettativa di privacy” per tutti quelli che hanno ruoli pubblici.

In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza.

E la Corte europea dei diritti dell´uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto.

Insomma, occorre tener pretesente che

La privacy (…) conosce diversi livelli di protezione.

Quindi, privacy dei cittadini e privacy di chi esercita ruoli di potere sono su piani diversi, dal momento che in democrazia sono i governanti a dover rendersi trasparenti ai cittadini e non vioceversa, giacché l’opposto è tipico dei regimi totalitari ed antidemocratici.

Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo “tsunami digitale” che si sta abbattendo sulle persone.

Tra le strategie in questione una campeggia sulle altre:

La prima mossa riguarda l´osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità.

In ogni caso, conclude Rodotà,

(…) dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.

Tuttavia, non bisogna fare lo sbaglio di sacrificare la privacy dei cittadini per fronteggiare la privacy del potere, usata strumentalmente come scudo per negare all’opinione pubblica la trasparenza sull’operato dei pubblici poteri, trasparenza di cui uno stato democratico si alimenta.

Fabio Bravo

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Il caso Byoblu.com e l'obbligo di rettifica su un blog: così si presenta la pagina rettificata (proposta di modifica all'emendamento Cassinelli: dalla Rettifica 1.0 alla Rettifica 2.0)

Sull’obblilgo di rettifica è molto interessante far parlare la casistica.  Claudio Messora ha diffuso sul suo blog Byoblu.com il suo caso.

Lo avevo sinteticamente richiamato nel mio precedente post. Ora ve lo ripropongo con maggiore attenzione, arrivando anche a proporre una modifica correttiva all’emendamento Cassinelli.

A seguito della pubblicazione di un post sul crollo della casa dello studente a L’Aquila, riceveva dalla studio legale di un costruttore abruzzese una diffida (che Messora ha messo on-line disponibile per il download in ottemperanza alla richiesta di rettifica) contenente una richiesta di rimozione del materiale ritenuto lesivo della reputazione, della dignità e della integrità personale e professionale del costruttore, unitamente ad una espressa  richiesta di rettifica ai sensi dell’art. 8 della legge sulla stampa, alle informazioni fornite sul suo blog Byoblu.com.

Attualmente, in linea generale, è a dir poco azzardato equiparare un blog alla stampa ai fini dell’applicazione dell’obbligo di rettifica.

L’obbligo diventerà vigente se il disegno di legge sulle intercettazioni passasse così com’è o con l’emendamento Cassinelli volto ad introdurre talune mitigazioni.

Al ricevimento della diffida, su Byoblu.com è apparsa la rettifica apposta dal blogger Claudio Messora in calce al suo post: Strane voci a L’Aquila.

Messora osserva:

1) sarebbe meglio istituire per legge il meccanismo del trackback (normalmente presente su tuttle le piattaforme di blogging) che inserisce nell’articolo incriminato il link alla rettifica formulata direttamente dal soggetto interessato, il quale:

poteva recarsi in un internet point, che un’apposita normativa – pensata per la rete – potrebbe rendere competente, per pubblicare in rete una smentita relativamente ad un’informazione che si ritiene lesiva o non veritiera, legandola attraverso il meccanismo del trackback – che potrebbe essere reso obbligatorio per legge – all’articolo incriminato.

2) il termine di 48 ore per provvedere alla rettifica è insensato per i blog, giacché presupporrebbe che il blogger dedichi attenzione costante, di tipo professionale, al proprio strumento di comunicazione o sia dotato di una redazione in grado di leggere immediatamente la richiesta di rettifica ed effettuarla tempestivamente:

Il termine delle 48 ore per la pubblicazione delle rettifiche, pena una sanzione che può arrivare a 13.000€, equivale a un atto legislativo censorio per i blog individuali.

Sull’emendamento Cassinelli nutro qualche dubbio.

Il problema nasce dal fatto che lo strumento dei “commenti” non ha la stessa resa grafica del post e spesso i commenti sono visibili solamente a seguito di un click da parte del visitatore.

L’emendamento Cassinelli potrebbe essere corretto:

a) in pima istanza imponendo a carico dell’interessato l’onere di apportare la rettifica direttamente ed autonomamente ove lo strumento tecnico utilizzato (blog) consenta l’inserimento della rettifica con la stessa evidenza grafica dell’articolo incriminato (onere a carico dell’interessato, ove tecnicamente praticabile);

b) solamente ove ciò non sia possibile potrebbe essere previsto in via subordinata che l’adempimento della rettifica sia posto a carico dell’autore del post (obbligo sussidiario a carico del blogger, in caso di mancata attuazione delle condizioni che consentano l’assolvimento diretto dell’onere di rettifica da parte dell’interessato).

Tecnicamente dunque, al di là del trackbak, si potrebbe immaginare lo sviluppo di una sezione di “rettifica” simile a quella dei “commenti”, ma autonoma e distinta da quest’ultima, direttamente visibile in calce al messaggio, senza necessità di click da parte del visitatore. Nella sezione di “rettifica” il testo di rettifica, direttamente inserito dall’interessato, dovrebbe apparire con la medesima evidenza grafica dell’articolo che si vuole rettificare, magari con un titoletto che evidenzi lo stacco tra l’articolo e la rettifica.

Solamente ove il blog non consentisse all’interessato di operare direttamente la rettifica con l’inserimento diretto del messaggio nell’apposita sezione, si dovrebbe prevedere l’obbligo della rettifica a carico del blogger.

La previsione di una simile modalità, ancorché per ora non immediatamente praticabile dalla stragrande maggioranza dei blogger perché implicherebbe una modifica dei layout e un minimo di attività di programmazione, consentirebbe però di giungere in poco tempo a sviluppare layout che recepiscono lo strumento della rettifica diretta (che potremmo definire “Rettifica 2.0“).

Ove passasse questa idea, la rettifica sarebbe dapprima onere dell’interessato e non obbligo per il blogger. Sono in caso in cui all’interesatto fosse precluso di attivarsi tecnicamente per apportare la rettifica, scatterebbe l’obbligo per il blogger di provvedere in ossequio alla richiesta dell’interessato, ma, auspicabilmente, con la previsione di termini congrui allos volgimento di un’attività non professionale.

In fin dei conti la rettifica è nelle logiche del web2.0, perché induce l’interessato ad intervenire direttamente.

Bisognerebbe però che anche a livello legislativo venisse escogitato il sistema migliore per  giungere alla “rettifica 2.0″.

Fabio Bravo

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Sull'obbligo di rettifica nei siti web. La casistica: già inoltrate le prime diffide

Il ddl sulle intercettazioni, com’è noto, interviene in maniera del tutto discutibile sulla libertà di espressione tramite Internet imponendo ai siti internet tout court (anche blog, forum, etc.) l’obbligo di rettifica, già previsto nella legge sulla stampa, e ciò anche qualora la manifestazione del pensiero on-line non abbia i caratteri della “stampa” e non sia ricollegabile all’attività giornalistica.

La norma ha sollevato un vivace dibattito e profonde perplessità.

Tra queste vorrei segnalarVi il recente post dell’Avv. Mauro Alovisio dell’Università di Torino (Blog e obbligo di rettifica in arrivo!!!), il quale riassume così alcuni degli aspetti critici della norma in esame

- la genericità del termine siti e pagine web ricomprende siti, forum, social network, blog – la brevità del termine di 48 ore; – l’obbligo di rettifica senza commento ma dove è la libertà di informazione? – il blog non dispongono di un comitato di redazione ed un direttore responsabile – il blog è uno strumento di interazione, se il blogger scrive cavolate o frasi offensive.. il cittadino potrà esprimere il proprio disappunto inserendo commenti o scrivendo un contro articolo o dei post di commento… o aprendo un blog

Con questa proposta si colpiscono anche i blog amatoriali, i forum, siti web che sono strumenti di comunicazione, dialogo ed interazione dei cittadini e partecipazione alla vita democratica del paese.

Il coro di proteste proveniente dalla blogosfera è davvero nutrito.

Così critica le emanande norme altro blogger:

È abbastanza evidente che vi sono numerosi nodi problematici che rendono difficile una interpretazione della norma e quindi, di conseguenza, potranno portare ad errori nella sua applicazione. Prima di tutto non è ben chiaro chi dovrebbe applicare la norma. Se pensiamo ad un blog non vi è solo il gestore o titolare del blog, colui che scrive materialmente, ma in teoria qualcuno potrebbe anche ritenere che la norma si applichi anche all’hosting provider o comunque a tutti i soggetti che si trovino a governare uno spazio web. Nei forum la criticità è decisamente maggiore, poiché in un forum si differenziano numerose figure, il titolare (colui che ha aperto il forum), gli amministratori, i moderatori, e così via. L’eccessiva generalità della norma potrebbe dare luogo ad ambiguità piuttosto pericolose.
Il secondo problema riguarda lo strumento da utilizzare per imporre la rettifica dei contenuti. Per come è scritta la norma pare sufficiente una semplice mail inoltrata al gestore del sito. L’assenza di qualsiasi formalità comporta l’obbligo di evadere qualsiasi richiesta senza la possibilità di verificare che sia proprio il soggetto presunto leso ad inoltrare la richiesta di rettifica, e ciò aprirebbe la strada a confusioni e richieste pretestuose.
Per i tempi si è già evidenziato che le 48 ore decorrono dall’inoltro della richiesta e non dalla ricezione o conoscenza, per cui il governo di un sito diverrebbe una attività professionale, in quanto ogni blogger dovrebbe dotarsi di una struttura in grado di evadere in tempi stretti tutte le richieste di rettifica. Un blogger non potrebbe nemmeno assentarsi dal sito per più di 48 ore, perché rischierebbe di subire una condanna per non aver evaso una richiesta di rettifica.

Le critiche sono innumerevoli. Basta fare una breve ricerca sui principali motori per rendersene conto.

Vi segnalo in materia anche la posizione dell’amico Marco Scialdone, che si schiera apertamente a favore dell’emendamento Cassinelli, con il quale si arriva ad una mitigazione nell’applicazione dell’obbligo di rettifica per siti diversi dalle testate telematiche registrate (per una prima osserazione critica all’emendamento Cassinelli rimando alle proposte di modifica di Guido Scorza).

In questo clima, prima che il testo di legge sia approvato definitivamente come legge dello stato, si registrano casi di diffide che cercano di anticiparne gli effetti.

Vi segnalo il caso ByoBlu.com (Primo casi di diffida e richiesta di rettifica per Byoblu.com).

Ne consiglio una lettura attenta, in modo da iniziare a portare la riflessione su casi concreti.

Fabio Bravo

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Google Street View intercettava su reti wireless private dati sensibili o particolarmente delicati (password, codici bancari, dati medici, stralci di e-mail)

Secondo gli accertamenti effettuati dalle autorità francesi (in particolare la CNIL, che ha funzioni analoghe al nostro Garante per la protezione dei dati personali), i dati intercettati “non intenzionalmente” dalle Google-Car usate per realizzare il servizio Google Street View sarebbero di natura sensibile o, comunque, conterrebbero informazioni particolarmente delicate, compreso password, codici bancari, dati medici, frammenti di e-mail, etc.

La notizia è stata diffusa da Repubblica in un articolo di Tiziano Toniutti (dal titolo “Si complica il caso Google Street View. Password tra i dati intercettati“), ove si legge che:

Tra i frammenti di informazione memorizzati dalle vetture che fotografano le strade di tutto il mondo per conto dell’azienda americana, ci sarebbero anche password, frammenti di e-mail e altri dati privati.

(…)

L’agenzia di sicurezza francese CNIL ha rilevato la presenza di queste informazioni esaminando i dati raccolti da Google. Gli elementi sensibili sarebbero stati “pescati a strascico” mentre le Google-car, le auto con la speciale macchina fotografica che realizza le immagini delle mappe 3D, assorbivano informazioni sulle reti wireless locali perché poi Google potesse sviluppare dei servizi basati sulla geolocalizzazione. Il CNIL è una delle organizzazioni che nel mondo hanno chiesto a Google copia dei dati raccolti in giro per il mondo e sta valutando se avviare azioni legali contro l’azienda.

(…)

Sulla natura e sui contenuti dei dati viene chiarito quanto segue:

Esaminando l’imponente mole di informazioni fornite da Mountain View, il CNIL ha dichiarato che all’esame dell’agenzia, parte di questi dati contiene dati sensibili. Nello specifico, dichiara Alex Turk, direttore dell’agenzia, “informazioni che comprendono codici bancari e dati medici, password e stralci di messaggi e-mail“. Insomma il massimo della sensibilità dei dati.

In Italia il caso è già da tempo sotto l’attenzione del Garante per la protezione dei dati personali e della Procura.

Visto l’esito dell’indagine da parte delle autorità francesi, è prevedibile che non tarderanno ad arrivare i riscontri delle autorità italiane.

Il caso è esploso con un certo vigore anche in america. L’articolo di Toniutti precisa, al riguardo, che

Negli Usa, intanto, le Google-car sono all’attenzione del Congresso, e sono già diverse le azioni legali intraprese dai singoli stati contro Mountain View. Il Connecticut in particolare guida un’inziativa multi-stato, volta a fare luce sui comportamenti dell’azienda. Richard Blumenthal, senatore locale, denuncia l’invasione nella privacy personale di Google: “Street View non può significare visione completa”, dichiara Blumenthal. “Come non può significare la possibilità di entrare nelle reti private dei cittadini e risucchiare dati e informazioni personali. Gli individui hanno diritto di sapere che tipo di dati Google ha raccolto, e perché Google ha intercettato queste informazioni”. L’invito è esplicito: Google deve fare chiarezza su vari aspetti della vicenda rimasti oscuri, tra cui il motivo per cui ha salvato nei propri archivi informazioni che sarebbero state, nelle parole dell’azienda, raccolte non intenzionalmente.

Vedremo insieme gli sviluppi della vicenda e le ripercussioni nel nostro Paese.

Fabio Bravo

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Privacy e intercettazioni: il monito dell'UE e la replica di Frattini. Il ddl sulle intercettazioni si conferma come caso internazionale

Il disegno di legge sulle intercettazioni, per i suoi contenuti, ha assunto una rilevanza internazionale. Nel dibattito si sono fatte sentire, allarmate, le voci di importanti istituzioni, come l’OSCE (Organization for Security and Co-operation in Europe) e l’UE.

Dall’UE, come riportato anche dall’ANSA, un portavoce ha rimarcato che

“La Commissione Europea(…) non commenta bozze di provvedimento che sono ancora in discussione del Parlamento, ma e’ chiaro che siamo molto vigili su qualsiasi situazione che possa creare problemi”.

I problemi avvertiti a livello internazionale solo almento due:

a) il rischio che sia menomata la libertà di stampa;

b) il rischio che sia menomata la lotta alla criminalità.

Si tratta di due questioni distinte, seppur connesse.

Su entrambe il responsabile europeo per la Giustizia in seno alla Commissione europea Viviane Reading  ha preannunciato che vigilerà sul testo che sarà emanato dal parlamento italiano:

«La Commissione è al corrente dell’importanza delle questioni e delle discussioni in corso in Italia» sottolinea Reding e assicura che seguirà «con attenzione» l’evoluzione del testo nel resto del processo legislativo e quando verrà adottato «darò mandato ai miei esperti di verificare se sia di competenza europea e se ci siano implicazioni di diritto comunitario».

Sul versante della libertà di stampa si aggiunge:

La commissaria Reding ricorda anche l’alto valore simbolico della Carta europea sulla libertà di stampa che contiene «i principi di base che i governi devono rispettare quando hanno a che fare con i giornalisti, come il divieto di censurare, il libero accesso alle fonti e la libertà di trovare e pubblicare le notizie» e auspica che il governo italiano rispetti questi principi.

Ulteriori parole vengono spese sul versante della lotta alla criminalità ed il bilanciamento con le esigenze di tutela della privacy:

Quanto alla direttiva europea sulla privacy e sulla conservazione dei dati, la Reding annuncia che in autunno sarà pronto un primo rapporto sulla revisione della direttiva e che presterà «attenzione affinchè si bilanci l’obiettivo tra lotta lla criminalità e al terrorismo e il diritto dei cittadini alla privacy e alla protezione dei loro dati personali».

C’è da aspettarsi, dunque, una modifica della disciplina in materia di protezione dei dati personali in sede comunitaria, nella quale sicuramente verrà esaminata con rigore, alla luce del caso italiano, il rapporto con la disciplina sulle intercettazioni e gli altri strumenti di contrasto alla criminalità.

Alle preoccupazioni di Viviane Reding ha replicato recentemente il Ministro degli Esteri Franco Frattini, in un’intervista rilasciata per Repubblica, riportata anche on-line:

“Nella lotta al terrorismo, le direttive europee consentono la custodia temporale dei dati sul traffico telefonico ma non si riferiscono al trattenimento del contenuto delle telefonate: materia, questa, disciplinata a livello nazionale”

(…)

“Sarebbe un grande contributo, da parte della Commissione Europea, la pubblicazione di uno studio comparato sulla legislazione degli Stati membri, che possa evidenziare se e come in altri Stati è permessa la pubblicazione sui giornali del contenuto di intercettazioni telefoniche, anche durante la fase non pubblica del procedimento, e anche in riferimento a persone e fatti che sono estranei alla rilevanza penale”.

Il ddl sulle intercettazioni, è evidente, si conferma come caso internazionale. Reclama l’intervento di istituzioni ultranazionali ed esige in confronto comparatistico con le legislazioni degli altri Paesi, quantomeno di area UE.

Il confronto, ovviamente, non basta. Viviane Reding, infatti, ha preannunciato l’emanazione di una modifica in sede europea della disciplina sulla privacy, proprio per far fronte al caso italiano.

Su altro fronte s’è già detto che se proprio la privacy dei cittadini fosse il bene principale da tutelare, vi sarebbero soluzioni meno drastiche, in grado di garantire la protezione dei dati personali senza menomare la lotta alla criminalità. Lo ha rimarcato bene Stefano Rodotà con parole dure che ho già avuto modo di ricordare e che anche in questa sede Vi ripropongo:

Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d’intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.
Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.

Ma l’obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l’odiata magistratura, l’insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul “mostruoso connubio” tra politica e affari, sull’illegalità che corrode la società.

Il rapporto sul bilanciamento tra tutela della privacy e lotta alla criminalità va approfondito.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Censurato su YouTube il video di Saviano "Saviano: La legge bavaglio difende la privacy del potere"?

Sono sorti dubbi sulla censura del videoappello di Milena Gabanelli su Facebook. Ora noto che il video di Roberto Saviano dal titolo “Saviano: La legge bavaglio difende la privacy del potere” è stato rimosso da YouTube. Al suo posto si vede una schermata nera accompagnata dalla seguente scritta:

“Questo video è stato rimosso a causa della violazione dei termini e condizioni d’uso”.

Rimane in calce all’immagine il testo che originariamente accompagnava il video:

“La legge bavaglio non è una legge che difende la privacy del cittadino, al contrario, è una legge che difende la privacy del potere repubblica.it”

Il video in questione era ospitato anche sulla piattaforma “apni community – video internet search“. Clickando sull”immagine, sopra riprodotta, si apre il link che avrebbe dovuto riconduce al video originariamente caricato su YouTube. Aspettando il caricamento della pagina ci si trova, invece, di fronte alla pagina di YouTube che reca questa scritta:

Il video è stato riproposto, sempre con YouTube, modificando leggermente il titolo, mediante l’aggiunta del nome “Roberto” prima del cognome “Saviano” e della parola “solo” prima di “privacy”:

Ritornerò sul tema in questione, di intersezione tra diritto fondamentale della privacy, intercettazioni e tecniche investigative, giornalismo d’inchiesta, politica e potere, con altri post.

Fabio Bravo

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SUl DDL intercettazioni. La lettura critica di Zagrebelsky. Le dichiarazioni di Berlusconi sulla posizione di Fini e la visione di Fare Futuro (la democrazia non è un'azienda)

Il disegno di legge sulle intercettazioni è divenuta occasione di mobilitazione nazionale e internazionale (da ultimo ri ricorda il duro intervento dell’OSCE – Organization for Security and Co-operation in Europe), perché rischia di minare seriamente i principi democratici.

Al riguardo, mi ha colpito la lettura di Zagreberlsky, ex Presidente della Corte Costituzionale e Proferrore emerito di Diritto Costituzionale all’Università di Torino, in una recente intervista condotta da Marco Daminalo per l’Espresso, di cui nel prosieguo riporto qualche passaggio.

V’è la cosapevolezza che la legge sulle intercettazioni possa essere stravolta:

Come finirà la legge sulle intercettazioni?
“Chi può dirlo? Però, la mobilitazione in corso contro questo disegno di legge dimostra che si sta muovendo qualcosa di profondo. Il diritto non è fatto di “parole messe per iscritto”, quali che siano. Esistono principi che stanno ben prima dei pezzi di carta scritti da chiunque, sia anche una maggioranza parlamentare”.

Il DDL intercettazioni, politicamente, potrebbe rappresentare un prezzo altissimo in termini di consensi elettorali.

Il fondamento della mobilitazione non risiede nel colore politico, non v’è contrapposizione tra maggioranza e minoranza, tra destre e sinistre, ma v’è contrapposizione tra potere che non tollera controlli”, da una parte, e controlli giudiziari (uso delle intercettazioni per contrastare ipotesi di reato) e “diritti fondamentali ” (come il diritto ad informare e ad essere  informati), dall’altra parte.

Il contrasto si pone sul modo di intendere la democrazia e sui contrappesi che si reputano necessari come forme di controllo formale (giudiziario) ed informale (giornalismo, opinione pubblica) dell’esercizio del potere.

Chi governa, sia di destra che di sinistra, gestisce (dovrebbe gestire) il potere in rappresentanza (e nell’interesse) del popolo.

Nelle logiche democratiche è impensabile che l’esercizio del potere non sia scevro dai controlli.

Qual è il principio in gioco, in questo caso?
“La trasparenza del potere. Un potere avvolto nel segreto è un potere totalmente anti-democratico. Solo Dio nasconde il suo volto: ma non direi che Dio possa essere assunto come esempio di democrazia”.

Se il potere viene esercitato senza trasparenza, senza che possa essere osservato, raccontato, il rischio più grande (condiviso anche da Stefano Rodotà) è quello di approdare progressivamente ad una forma di governo solo formalmente democratica, ma che nella sostanza ha altri contenuti, altre logiche:

Siamo al punto: possiamo smettere di essere una democrazia senza accorgercene?
“La democrazia è un sistema molto accogliente, tollerante. Le sue procedure possono essere, e sono state utilizzate perfino per fini anti-democratici, come sappiamo dalla storia recente. Nelle società complesse, con apparati pubblici smisurati, il colpo di mano, il colpo di Stato, il golpe non sono più ipotizzabili. Creerebbero caos e il caos fa paura. Sono diventati strumenti della archeologia politica. Oggi la conquista del potere si fa dall’interno”.

(…)

“Lei mi chiede se la democrazia può essere svuotata dall’interno, senza un cambiamento formale delle regole. E la mia risposta è: sì”

(…)

“Gli ultimi decenni, non solo in Italia, ci consegnano un paradosso. Storicamente la democrazia è stata l’aspirazione di chi voleva essere incluso: l’obiettivo degli esclusi dal potere per accedere al potere. Oggi, invece, nessuno si proclama più democratico di chi è già al potere. E accusa gli altri, coloro che gli si oppongono, di essere anti-democratici. Chi un tempo chiedeva più democrazia oggi è disincantato e ciò si manifesta in molti modi, dall’astensionismo a quell’atteggiamento, “tanto sono tutti uguali!”, che esprime un grave distacco dalla democrazia. Mentre chi è al potere rivendica per sé la democrazia”.

(…)

Oggi stanno mutando proprio i paradigmi. C’è chi come Colin Crouch parla di post-democrazia, l’esule serbo Predrag Matvejevic ha coniato la parola “democratura”, che è la contrazione di democrazia e dittatura. Sono sintomi di un fenomeno nuovo: la convivenza di forme democratiche e sostanze non democratiche.

Ovunque, le democrazie sono esposte a tendenze oligarchiche: concentrazione dei poteri, insofferenza verso i controlli, nascondimento del potere reale e rappresentazione pubblica di un potere fasullo. In democrazia, il potere ha bisogno di esibirsi in pubblico, trasformandola in “teatrocrazia”. Con i veri autori che, come in una rappresentazione teatrale, restano dietro le quinte”.

La lettura è centra appieno le dinamiche politiche che stanno attraversando il nostro Paese.

Per rendersene conto basti leggere la prima pagina del Giornale on-line, in cui campeggia un articolo che, proprio con riguardo al tema delle intercettazioni ed al dibattito internazionale che sta sorgendo sul disegno di legge italiano, il Presidente del Consiglio, in missione a Bruxelles, dichiara di non accettare da Fini lezioni di democrazia (Berlusconi in missione a Bruxelles: “da Fini niente lezioni di democrazia”).

L’articolo del Giornale, firmato da Adalberto Signore, riferisce che, per il Premier,

l’insofferenza degli ultimi giorni non accenna a sopirsi. Anzi, aumenta di ora in ora con buona pace di un umore sempre più nero. La convinzione, infatti, è che ormai Fini abbia deciso di fare «il guastatore di professione». E – ragiona in privato il Cavaliere – non darà più tregua al governo finché non sarà riuscito a far saltare il banco. Il problema è che a breve soluzioni non ce ne sono, perché anche l’ipotesi elezioni anticipate deve essere messa nel cassetto almeno fino alla fine anno visto che è impensabile lasciare il Paese senza guida mentre la manovra economica viene discussa in Parlamento. Così, Berlusconi ha deciso di vedere «fino a che punto ha il coraggio di arrivare» l’ex leader di An. Che, spiega nelle sue conversazioni private, sulle intercettazioni si è messo a disposizione di opposizione e procure pur di boicottare. Arrivando a fare «un vero e proprio danno all’Italia», visto che il muro contro muro sulle intercettazioni ha oltrepassato i nostri confini. Insomma, «che io debba prendere patenti di democrazia da lui è veramente paradossale».

Si capisce che il tema della democrazia, più che quello sulle intercettazioni in sè, è al centro del dibattito politico interno alla destra.

Sul Web Magazine di Fare Futuro, si noti, appare in apertura “il Corsivo” di Filippo Rossi intitolato “Ma la democrazia non è un’azienda“, nel quale  se legge significativamente:

La democrazia? Non sono solo numeri. Certo, i numeri sono importanti. Eccome se sono importanti. Ma in democrazia, per intenderci, i numeri non sono importanti quanto in un consiglio di amministrazione di un’azienda. Lì è roba privata: se la maggioranza, così per paradosso, decidesse di cominciare a vendere frigoriferi al polo nord, o ghiaccioli all’equatore, non è che qualcuno si potrebbe opporre più di tanto. Questione di numeri, appunto. Ma la democrazia non funziona così. La forza dei numeri è comunque attenuata dalla forza dei diritti. E dalla forza di poteri alternativi. Non è che la maggioranza, per dire, può decidere che tutti dobbiamo andare in giro in mutande: o che tutti dobbiamo camminare all’indietro; o che tutti dobbiamo stare in religioso silenzio. E la maggioranza non può nemmeno imporre la rinuncia a quei diritti della persona che, appunto, vengono definiti “inviolabili”. Non violabili da tutti, anche da una maggioranza assoluta.

(…)

In una logica aziendale e “proprietaria,” il potere infatti assomiglia moltissimo a un assolutismo più o meno illuminato: oneri e doveri sono concentrati su una persona che ha la fiducia della maggioranza o che, ancora più semplicemente, è (ha) la maggioranza.

In una logica aziendale, le decisioni possono essere istantanee, impulsive, svincolate da ogni ricerca di un nuovo consenso. Decide la maggioranza (di capitale): punto. In fondo, basta una telefonata, un fax, una mail.

In una logica democratica, non funziona così. Le decisioni non sono mai “a prescindere”, devono tener presente il contesto, le altre forze in campo, le regole. Perché, in fondo, la maggioranza per essere davvero tale deve dimostrare di esserlo ogni sacrosanto giorno, deve ogni giorno conquistare il consenso con decisioni che non possono arrivare dalla luna, non possono essere imposte senza dialogo, senza confronto.

E’ sui diritti fondamentali e sui valori democratici che si sta giocando il destino politico e civile del nostro Paese.

La disciplina sulle intercettazioni è solamente la punta dell’iceberg.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Censurato su Facebook l'appello della Gabanelli contro la legge-censura?

La Repubblica riferisce che “E’ sparito da Facebook il videoappello della Gabanelli“, tratto dalla trasmissione Report del 25 maggio scorso.

Nell’articolo citato si legge:

Il videoappello di Milena Gabanelli contro la Legge Bavaglio scompare da Facebook. Da ieri, infatti, il messaggio tratto da Report del 25 maggio scorso non è più accessibile dalle pagine personali di migliaia di utenti.

(…)

Da Facebook assicurano che da parte del social network “non c’è stata alcuna censura” e che se il post è scomparso dalle pagine personali degli utenti è solo per “un problema tecnico”. Fatto sta che il video (disponibile su YouTube) è scomparso e che se viene di nuovo postato, il link non si apre.

Nel suo videoappello la Gabanelli critica i punti della legge sulle intercettazioni che le appaiono inaccettabili:

“Se fosse in vigore ora (…) non sapremmo nulla dello scandalo che riguarda i grandi appalti”. Inoltre, secondo la norma in discussione, solo i giornalisti professionisti possono effettuare riprese e registrazioni senza il consenso dei diretti interessati. “Una buona parte dei giornalisti televisivi che lavorano nei programmi d’inchiesta – osserva la conduttrice di Report – sono iscritti all’albo pubblicisti”. Il risultato? Non potranno più entrare negli ospedali per testimoniare come i medici trattano i pazienti o quali sono le condizioni di lavoro nei cantieri. “Se non siete d’accordo” conclude la giornalista “fatevi sentiere nelle sedi competenti”.

Se effettivamente si tratta solo di problemi tecnici, come è auspicabile che sia (ma le coincidenze potrebbero indurre qualcuno a pensare male: perché proprio quell’appello, in un cliema così delicato per l’approvazione del ddl sulle intercettazioni?), c’è da ipotizzare un pronto ripristino del link al video in questione, stante la presa d’atto da parte di Facebook. Vedremo.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Ecco la lettera dell'OSCE contro il DDL italiano sulle intercettazioni e a favore del giornalismo investigativo

Dal sito de Il Sole 24 Ore si inviene il link alla nota dell’OSCE (The Organization for Security and Co-operation in Europe), pubblicata sul proprio sito istituzionale a firma della delegata per la libertà dei media Dunja Mijatovic, con la quale si

chiede all’Italia di non approvare definitivamente nella versione uscita dal Senato il testo di legge sulle intercettazioni proposto dal Governo Berlusconi.

Riporto di seguito alcuni passaggi della nota dell’OSCE, così come proposti dal Sole 24 ore:

(1.)

«Il progetto di legge approvato dal Senato nella sua formulazione attuale (…) contraddice le raccomandazioni dell’Osce, specialmente nella misura in cui proibisce l’uso di alcune fonti confidenziali e materiali che possono essere necessari per indagini giornalistiche significative al servizio della democrazia».

(2.)

«Sono preoccupata che il Senato abbia approvato una legge che potrebbe seriamente ostacolare il giornalismo investigativo in Italia nonostante i diversi ammonimenti venuti dal mio ufficio: esso (…) segna una tendenza alla criminalizzazione del lavoro giornalistico. I giornalisti devono essere liberi di riportare le notizie di pubblico interesse e di essere in grado di decidere come portare avanti un’inchiesta in modo responsabile».

(3.)

La rappresentante Osce, in particolare, ha ribadito la censura da parte dell’organismo da lei rappresentato delle norme del ddl intercettazioni che prevedono «forti restrizioni – ha denunciato – nella pubblicazione di atti processuali o di indagine anche prima dell’inizio dei processi», così come le «multe salate» e «anche il carcere» per editori e giornalisti che le pubblichino, così come la previsione del carcere per chiunque, senza essere giornalista, registri e diffonda conversazioni senza il consenso dell’altra persona.

Consiglio di leggere con attenzione l’intero comunicato dell’OSCE, in versione originale (in inglese).

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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