Il Tribunale di Roma, Sez. I Civile, Giudice Dott.ssa Angela Salvio, con sentenza del 5 settembre 2011, n. 17366, ha rigettato (in primo grado) la domanda di risarcimento danni per diffamazione avanzata da Silvio Berluscono contro Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.a. ed altri in conseguenza della reiterata pubblicazione quotidiana delle famose “10 domande” di Repubblica, non solo sul quotidiano in versione cartacea, ma anche on-line sul sito www.repubblica.it.
Al rigetto della domanda ne è conseguita la condanna dell’attore al pagamento delle spese processuali.
Il testo della sentenza (interessante per il giornalismo investigativo e per il diritto dell’informazione soprattutto nella parte in cui si sofferma sui confini del diritto di critica come scriminante e sulle modalità con cui il medesimo possa essere esercitato) è stato messo a disposizione sul sito di Repubblica ed è qui prelevabile in formato PDF in versione integrale.
Fabio Bravo
L’anno scorso si commemoravano i trent’anni della strage di Bologna, avvenuta presso la stazione ferroviaria il 2 agosto 1980. Ora siamo al trentunesimo anno da quel tragico episodio, che va ricordato per non dimenticare e per fare chiarezza tramite accesso ai documenti, con eliminazione del segreto di stato (visti i trent’anni ormai trascorsi).
Mi stupì, l’anno scorso, l’assenza del governo. La storia, purtroppo, si ripete.
Spidertruman è il nickname dell’autore della pagina Facebook intitolata “I segreti della Casta di Montecitorio“.
Ha fatto clamore l’interesse che ha suscitato l’operazione trasparenza di un precario che, dopo 15 anni di lavoro come portaborse a Montecitorio, si è ritrovato da un giorno all’altro “in cerca di occupazione”, come può capitare a tutti i precari.
Spiredtruman, nei suoi 15 anni di lavoro, è venuto a conoscenza di molte notizie sui privilegi o sui benefici di cui gode la Casta, nonché di molti retroscena che solo stando dal di dentro si possono osservare.
Sostanzialmente, l’esprienza di Spiredtruman è quella che scientificamente si chiama “osservazione partecipante“. E’ uno degli strumenti di ricerca di tipo qualitativo usata in ambito sociologico e criminologico. Si tratta, involontariamente, di un’esperienza di ricerca senza precedenti, dato che l’osservazione partecipante è durata ben 15 anni e riguarda un settore solitamente coperto da tanto riserbo, a tal punto che generalmente non trapela poi molto alla società civile.
Ora i 15 anni di osservazione partecipante sono finiti e sta iniziando, purtroppo in maniera non ristematica ma comunque significativa, la fase della organizzazione e diffusione della conoscenza appresa nell’osservazione partecipante. Sarebbe interessante se poi seguisse un’analisi scientifica dei risultati.
Comunque, l’operazione (scevra da intenzioni di ricerca) ha un indubbio interesse pubblico, tanto che in pochissime ore la pagina facebook di Spidertruman ha avuto un numero impressionante di adesioni. I cittadini vogliono sapere di quali reali condizioni di favore la Casta gode in questo periodo in cui il popolo è chiamato a fare sacrifici mostruosi in nome di una crisi che ormai comprime stipendi pubblici e privati, pensioni e utili di impresa.
Il popolo vuole sapere, perché è con la trasparenza che può prendere atto delle situazioni che gli consentono di esercitare la propria sovranità, garantitagli dalla costituzione, nelle forme che la legge consente. E’ conoscendo le cose che i cittadini possono organizzare il dissenso, far sentire la propria volontà, ad esempio tramite la reazione di protesta, tramite referendum abrogativo o, più semplicemente, trovando rappresentanti responsabili che, anche solo per tornaconto elettorale, possano accogliere le istanze della popolazione reclamante.
L’operazione trasparenza di Spidertruman, con “I Segreti della Casta“, è in questo senso strumento di democrazia, che aiuta i cittadini a prendere coscienza come popolo, presupposto fondamentale per l’esercizio della sovranità popolare.
Colpiscono molto, però, le frasi di Spidertruman che campeggiano sulla propria pagina Facebook, ove, per timore che gli venga chiusa, dichiara di aver aperto anche un blog e poi un account Twitter, ponendo in essere una chiara strategia di comunicazione anti-censura, per mantenere disponibili le informazioni in canali alternativi di diffusione.
Oggi le adesioni su Facebook, in continuo aumento, arrivano a 204.775 (fan).
L’enfasi mediatica è stata forte. Tra tutti v’è l’azione portata avanti dal Fatto Quotidiano con una serie di articoli, che addirittura hanno indotto la risposta di Gianfranco Fini nella qualità di Presidente della Camera, a fronte di una esplicita richiesta di intervento.
Vedremo gli sviluppi.
*** (Aggiornamento: 19 luglio 2011) ***
Gli sviluppi hanno portato a far emergere, a quanto sembra, un’operazione di comunicazione politica volta a catalizzare le attenzioni dei netcitizens verso i privilegi della casta, attraverso un espediente basato non su una storia non vera. In altre parole, il fantomatico precario Spidertruman non esiste in quanto tale, ma come tipologia.
Le considerazioni che possono farsi sono diverse.
La prima viene spontanea: non importa chi vi sia dietro l’operazione di comunicazione, se un precario in carne ed ossa o un politico o un giornalista o un attivista.
L’importante è che venga alimentata l’attenzione dei cittadini verso l’insostenibile situazione che si sta vivendo nel periodo di crisi, ove i tagli interessano le fasce più deboli o i settori (ad esempio quello della ricerca e dell’università) a torto ritenuti di fatto di importanza secondaria dalle politiche di governo, mentre la classe politica non accenna a tagliare là dove invece si potrebbe (vogliamo ripensare a cosa è avvenuto recentemente in Parlamento a proposito dell’abolizione delle province).
L’escamotage mediatico che si cela dietro la comunicazione di “Spidertruman”, in altre parole, servirebbe per creare la reazione, mantenere alta l’attenzione mediatica ed arrivare al risultato politico concreto di un taglio dei costi che interessi anche “la Casta”.
V’è però un’altra reazione, che merita di essere valutata con attenzione. L’escamotage mediatico, infatti, è finzione che rischia di svilire la bontà degli intenti. Come è stato ben osservarto, alla fine l’effetto che si ha è quello di muovere il consenso delle masse ingannandole, ossia facendo leva sull’alterazione della realtà al fine di catalizzare e dirottare gli umori del popolo. Insomma, è una questione non solo di contenuti, ma anche di metodo, in quanto lo stesso intento poteva essere realizzato partendo da una storia vera, che di sicuro non era impossibile da trovare.
Sintetizza bene il concetto Valigia Blu in un interessante post, ove viene messo in dubbio il modo con cui si vuole cercare il consenso della massa per ottenere una partecipazione di protesta in piazza, cone se il popolo in Rete, senza gli escamotage mediatici, non sapesse organizzarsi democraticamente.
Ecco il paradosso: l’operazione di comunicazione anti-casta invocava la trasparenza per mettere a nudo i privilegi della classe politica, ma aveva il vizio genetico essa stessa del difetto di trasparenza.
A mio avviso il tema proposto da Spidertruman è importante e non va abbandonato neanche a fronte del “peccato originale” con cui pare sia nato “I Segreti della Casta di Montecitorio”.
La sfida democratica, ora, è quella di vedere un popolo che sappia organizzarsi in maniera trasparente tramite la rete per esprimere le proprie idee e farle valere, in maniera altrettanto trasparente, anche fuori dalla rete, senza bisogno di ingannare il lettore e di abusare a priori della fiducia, in quanto è proprio sulla fiducia che si costruisce un consenso duraturo.
Fabio Bravo
In Italia il giornalismo investigativo è sempre stato considerato come un’eccezione o una rarità, tra cui spicca “Report”. Quell’essere watchdog, tipico del giornalismo di lingua inglese, è connaturato all’esperienza democratica di un Paese.
Il giornalismo d’inchiesta individua temi di interesse pubblico e li sottopone all’opinione pubblica anche (e soprattutto) là dove l’opinione pubblica era sopita o non aveva gli adeguati strumenti di conoscenza per accorgersene.
Così, con il giornaismo investigativo e con le sue inchieste, si forma quella coscienza collettiva che è la necessaria premessa per poter esprimere il consenso sociale e politico.
E’ per questo che al giornalismo d’inchiesta va accordato un grande risalto. Deve essere strumento quotidiano di conoscenza e di confronto per i cittadini, affinché possano esercitare appieno la sovranità popolare contemplata nella nostra Carta Costituzionale.
Il giornalismo investigativo, insomma, è strumento di democrazia a servizio dei cittadini, affinché riscoprano la verità dei fatti di rilevanza pubblica, nascosti dietro l’apparenza, la propaganda o l’informazione addomesticata.
Per questo s
ono felice dell’iniziativa di Repubblica e dell’Espresso, che, sulla scia di quanto realizzato da ProPublica (premio Pulitzer per il giornalismo investigativo), hanno dedicato un apposito sito al giornalismo d’inchiesta (Le Inchieste), nel quale non ci si limita solamente a pubblicare le inchieste, ma, significativamente, viene chiesto ai cittadini di segnalare e proporre un’inchiesta e di collaborare all’avvio della sua realizzazione.
Un articolo di denuncia del Corriere della Sera avverte che, a seguito del disastro giapponese e di quanto sta avvenendo alla Centrale Nucleare nipponica di Fukushima, in Svizzera si è pensato di vietare la diffusione di un episodio in cui Homar, nel panico di fronte ad un allarme nucleare, non sapendo quale tasto premere per far fronte all’emergenza, pigia miracolosamente un tasto a caso: quello giusto. In tal modo sventa il processo di fusione del nocciolo, salvando la comunità di Springfield (e l’umanità intera) dall’esplosione.
L’episodio non è affatto nuovo. Rivisto oggi allarma qualcuno. Perché?
Così inizia l’interessante articolo del Corriere della Sera dal titolo “Effetto Fukushima, Simpson censurati“:
Intoppo nel settore 7G. Homer Simpson, ispettore alla sicurezza presso la centrale nucleare di Springfield, viene svegliato di colpo dalla sirena d’allarme. Centinaia di tasti sulla sua postazione di controllo lampeggiano a intermittenza. È iniziato il processo di fusione del nocciolo.
«Devo pensare, ora concentrati», dice Homer in evidente stato di panico. «Ci deve essere un coso da qualche parte che ti dice come far funzionare questa roba». E poi esclama: «Il manuale, il manuale!», che però è grosso quanto un elenco telefonico. Mancano pochi secondi alla fusione del nocciolo ma Homer, premendo a casaccio uno dei bottoni, riesce a sventare la catastrofe.
Dopo l’incidente nucleare di Fukushima I, la televisione svizzerotedesca SRF non trasmetterà più gli episodi dei Simpson che trattano di sicurezza atomica.
Tutte le puntate verranno attentamente analizzate dai responsabili di rete, quelle «inopportune», tagliate.
«Per quale motivo? Proprio ora che sarebbe interessante capire», si lamentano i fan della serie.
E’ sconcertante. La satira sociale dei Simpson, in grado questa volta di destare l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema attuale, facendo in modo che i cittadini reclamino e pretendano di comprendere come si svolge la sicurezza delle centrali nucleari, viene fatta tacere.
Ci vorrebbe quella trasparenza che da un po’ di tempo in Italia è assente in materia di centrali nucleari.
Sinceramente, anche prima del disastro nipponico, avevo manifestato il mio impegno apartitico a favore dell’abrogazione della legge sul nucleare, nella convinzione che le scelte tecnologiche devono muovere passi in altra direzione.
In vista della tornata referendaria vi invito a consultare il sito www.referendumnucleare.info ove è possibile reperire anche materiale di approfondimento.
Di seguito riporto ancora una volta il video CSR di ReferendumNucleare.info:
AgoraVox riporta un’interessante intervista di Francesco Piccinini a Julian Assange, fondatore di Wikileaks (parte 1, parte 2).
Ecco un passaggio interessante dell’intervista:
Perché ha iniziato il progetto Wikileaks?
“La mia storia viene da lontano. Non è che un giorno mi sono svegliato e ho fatto WIkileaks. Avevo iniziato in Australia con altre pubblicazioni insieme ad altre persone, poi un po’ di notorietà con i documenti contro Scientology e nel 1994 in Australia, con un nickname ho fatto alcune operazione di hacking… Ho scritto vari programmi di elaborazione di immagini, e ho iniziato a interessarmi alla matematica, alla fisica e alla meccanica, anche perché per capire le tecnologie bisogna essere capaci di guardare in molte direzioni.
Cosa ti ha spinto ad andare verso il campo dell’informazione?
“Ho iniziato perché troppo spesso i giornalisti hanno rinunciato al loro ruolo di guidare il dibattito pubblico, sollevare delle tematiche, diventando semplicemente delle persone che lo seguono, piuttosto che guidarlo. Quello che abbiamo fatto noi di Wikileaks è, probabilmente, una cosa che nessun altro avrebbe mai fatto. I giornalisti non capiscono che hanno un potere che pochi possiedono: poter guidare il dibattito pubblico”.
Ancora:
Come decidi il timing della pubblicazione dei cables?
Abbiamo dovuto tutelarci da tutti questi problemi politici, potevamo essere incolpati della morte delle persone e quindi questa cosa sarebbe stata usata in maniera molto aggressiva contro di noi dicendo appunto che eravamo responsabili di aver messo le nostre fonti (usa il plurale, ndr) o le persone citate nei cables in pericolo. Ma è quasi solamente politica. Nonostante le persone ruotino molto nelle sedi diplomatiche, se a qualcuno dovesse succedere qualsiasi cosa, saremo subito accusati. E quindi abbiamo deciso di controllare tutto ciò prima di pubblicare direttamente sul sito i cables. E anche se una persona fosse uccisa per una ragione per la quale noi non siamo assolutamente colpevoli, verremo accusati in ogni caso. Ed è per questo che abbiamo rallentato la pubblicazione dei cables. Il rischio che qualcuno possa perdere la vita in relazione alla pubblicazione di questi file c’è. Un giorno non saremo gli unici proprietari di questi dati, ma fino a quel giorno dobbiamo essere cauti nella diffusione di quanto in nostro possesso”.
(…)
Qual è la cosa che più spesso ti rimproverano?“E’ quella di lavorare contro qualcuno, ma noi non siamo contro nessuno. Se ci arriva qualcosa contro i talebani, pubblichiamo contro i talebani, se arriva qualcosa contro gli americani pubblichiamo contro gli americani. L’unica cosa di cui ci preoccupiamo è l’autorevolezza della fonte. In questo caso, trattandosi di documenti ufficiali, l’autorevolezza è insita”.
Nella telefonata di Masi a Santoro, intercorsa in apertura della puntata di Annozero dedicata al “Rubygate”, emerge qualcosa che non va. Masi, in una doppia veste (a titolo personale, nella qualità di direttore generale della RAI, e in rappresentanza dell’azienda medesima), dichiara di voler dissociare se stesso e l’azienda che rappresenta dalla trasmissione che verrà mandata in onda, presagendo come sarà impostata e i contenuti che saranno esposti (cfr. min. 01:05 ca. e ss.).
Chiarisce immediatamente che le contestazioni riguarderebbero le violazioni al Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive, nonché ai principi legislativi e costituzionali che ne sono alla base (cfr. min. 01:15-01:27 ca.).
Di fronte a tale contestazione, Santoro, che si rivela professionalmente molto capace di gestire la situazione, chiede espressamente al direttore generale se sta chiedendo di interrompere la trasmissione (cfr. min. 01:32 ca.). Il direttore generale replica immediatamente sostenendo che Santoro deve fare la trasmissione e, sostanzialmente, che non la sta impedendo (cfr. min. 01:32 ca.).
Santoro, si noti, ricapitola al direttore generale che questi sosterrebbe che la trasmissione viola le regole e il direttore contraddice con una serie di “no” (cfr. min. 01:37 ca.). Ricorda poi a Masi che, nella sua qualità di direttore generale della RAI, ha la responsabilità di fermare la trasmissione (min. 01:42) e, conseguentemente, gli chiede: “lei la ferma o no? Io vado in onda solo se sto rispettando le regole. Cosa fa?” (min. 01:43-01:46 ca.).
A questo punto Masi replica “Io non interrompo la trasmissione, come non l’ho mai fatto” (min. 01:47-01:51 ca.).
Santoro, a questo punto, chiede al direttore generale se intende ritirare l’affermazione secondo cui la trasmissione violerebbe le regole, ma Masi chiarisce solamente che vuole solo ritirare se stesso e l’azienda “da questo tipo di trasmissione”.
Poi aggiunge: “Questo le ho detto e questo le dovevo dire”, ricordando che lui ha sempre garantito che la tramissione andasse in onda (e che dunque non intende fermarla, ma solo dissociarsi).
Infine, di fronte alla richiesta di chiarimenti incalzanti di Santoro, Masi ribadisce ancora una volta che intende dissociare se stesso e l’azienda da un tipo di trasmissione “che potrebbe violare” il codice di autoregolamentazione.
“Ah, potrebbe violare…“, rimarca Santoro.
Poi, quasi in conclusione, il giornalista aggiunge: “Va bene, abbiamo capito… non è lei…” (min. 02:46 ca.), alludendo probabilmente al fatto che la telefonata in diretta, che ricorda uno stile non suo, sia stata forse commissionata o suggerita da altri.
Sotto il profilo giuridico c’è qualcosa che non va.
Il direttore generale contesta la trasmissione, dissociando preventivamente sè e l’azienda dalla tramissione, perché “potrebbe violare” il codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle rappresentazioni radiotelevisive, ma, pur avendone i poteri, non intende affatto fermare la trasmissione.
Con ciò, ovviamente, ha rafforzato il concetto di corresponsabilità sua e dell’azienda in ordine agli illeciti che fossero eventualmente ravvisabili, quantomeno sotto il profilo della culpa in omittendo, non avendo impedito un evento (ove fosse illecito) che, al momento della telefonata in diretta, avrebbe anche potuto evitare interrompendo la tramissione.
Certo, non credo basti la telefonata con cui ci si dissocia dalla tramissione per evitare le responsabilità giuridiche in ordine agli illeciti che fossero eventualmente configurabili. Se fosse così semplice, ad ogni puntata di ogni trasmissione, il direttore generale farebbe una telefonata di rito.
La questione, invece, mi pare un’altra. Sembrerebbe che il motivo della telefonata fosse, oltre quello di rispondere ad esigenze, diciamo, legate alle relazioni di tipo “istituzionale”, quella di lasciare un messaggio ai telespettatori.
L’azienda che, pur mandando in onda una tramissione, prende le distanze dal giornalista che la conduce, sta dicendo di fatto ai telespettatori che non è condivisibile ciò che viene mandanto in onda, dando pubblico discredito alla tramissione stessa ed al giornalista.
Il tema, purtroppo, è legato alla costruzione del consenso politico ed elettorale. Volontariamente o no, Masi, telefonando in diretta nella tramissione di Santoro, ha finito per dire ai telespettatori, cittadini votanti, che la critica giornalistica di Annozero concernente i fatti di cronaca che coinvolgono il Presidente del Consiglio non è condivisibile.
Il messaggio non è giuridico, non attiene alle ripartizioni delle responsabilità di fronte alla commissione degli illeciti. Mi pare sia solamente un messaggio politico, che contraddice però le funzioni “nobili” del giornalismo, in particolare quello di inchiesta, ma anche quello in cui campeggia il diritto di critica.
Con ciò intendo riferirmi a quanto previsto in un passaggio della sentenza della Cassazione n. 16236/2010, ove si è stabilito che
“Il giornalismo di inchiesta ha un posto ed una funzione preminenti nell’ambito di quegli strumenti democratici previsti dall’art. 1, co. 1, Cost. con cui il popolo può esercitare, nelle forme e nei limiti della Costituzione, la sua sovranità, come previsto dall’art. 1, co. 2, Cost.; vale a dire che intanto il popolo può ritenersi costituzionalmente “sovrano” (nel senso rigorosamente tecnico-giuridico di tale termine) in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico“.
Ma allora, forse, c’è qualcosa che non va.
Fabio Bravo
Sul caso che ha visto la nota giornalista Tiziana Ferrario vedersi accolto il ricorso in via d’urgenza innanzi al Tribunale di Roma, sezione Lavoro, contro la RAI per la reintegrazione nelle mansioni relative alla conduzione del TG1 e di inviato speciale per grandi eventi, riporto qui il link al testo integrale dell’ordinanza.
Fabio Bravo
Information Society & ICT Law
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