Giornalismo

Inchiesta sull’avvento dei Robot

Molto interessante l’inchiesta di PresaDiretta (Rai) sull’avvento dei Robot nei diversi settori, sul loro impatto in termini di occupazione e sulla necessità di trovare risposte politiche.
Il discorso, lo si capisce bene vedendo l’inchiesta, riguarda non solo il futuro ma anche il presente, non solo “Palo Alto” in California, ma anche l’Italia.

 

 

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Sentenza sulle 10 domande di Repubblica. Il Tribunale di Roma rigetta la richiesta di risarcimento danni di Silvio Berlusconi

 Il Tribunale di Roma, Sez. I Civile,  Giudice Dott.ssa Angela Salvio, con sentenza del 5 settembre 2011, n. 17366, ha rigettato (in primo grado) la domanda di risarcimento danni per diffamazione avanzata da Silvio Berluscono contro Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.a. ed altri in conseguenza della reiterata pubblicazione quotidiana delle famose “10 domande” di Repubblica, non solo sul quotidiano in versione cartacea, ma anche on-line sul sito www.repubblica.it.

Al rigetto della domanda ne è conseguita la condanna dell’attore al pagamento delle spese processuali.

Il testo della sentenza (interessante per il giornalismo investigativo e per il diritto dell’informazione soprattutto nella parte in cui si sofferma sui confini del diritto di critica come scriminante e sulle modalità con cui il medesimo possa essere esercitato) è stato messo a disposizione sul sito di Repubblica ed è qui prelevabile in formato PDF in versione integrale.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Delibera AGCOM sulla rimozione selettiva: mobilitazione 2.0 ed eco della politica (la Protesta dei Palloncini e la Notte della Rete)

Sulla delibera AGCOM 668/2010/CONS, con la quale si intende operare una rimozione selettiva in via amministrativa introdotta d’imperio (escludendo il parlamento dall’attività di normazione e l’auorità giudiziaria in ordine alla soluzione della controversia), abbiamo già dimostrato il nostro disappunto appoggiando l’iniziativa di “sito non raggiungibile” (qui l’homepage): la scelta non è condivisa e andrebbe meditata.

Sia chiaro, ciò che non si condivide non è la scelta di operare una rimozione dei contenuti illeciti, di per sè praticabile ed il linea con la direttiva europea sul commercio elettronico, ma le modalità con cui la si vuole introdurre ed eseguire nel nostro Paese.

La blogosfera, grazie all’iniziativa di sito non raggiungibile e, in particolare, agli amici Fulvio Sarzana e Marco Scialdone e l’associazione Agorà Digitale, ha avuto un’eco crescente.

Sono stati organizzati incontri e convegni, anche presso la Camera, con presentazione di un e-Book, è stato lanciato il tam tam su Internet e si è ottenuta anche presenza televisiva (AnnoZero).

Dalla blogosfera la campagna di sensibilizzazione, proprio perché condivisa nei contenuti, ha portato a sensibilizzare giornalisti e politici.

Alle prime voci di Di Pietro ed altri, ora si aggiungono quelle del Presendente della Camera Gianfranco Fini e del Ministro della Giorventù Giorgia Meloni, nonché quella di Pier Luigi Bersani ed altri ancora.

Fulvio rimarca l’eco internazionale che ha la vicenda.

Partita dalla Rete, la mobilitazione si fa anche al di fuori, nel mondo fisico. Le iniziative sono diverse, cocnentrare per il 4 luglio (la Protesta dei Palloncini) e per il 5 luglio (la Notte della Rete) nell’ambito delle quale l’attivitsmo di Agorà Digitale e di Valigia Blu ha un ruolo decisivo.

E’ un esempio bello di democrazia. Riporto un passaggio significativo di un post firmato da Arianna Ciccone di Valigia Blu:

Che sta succedendo?
Succede che la Rete ha dettato l’agenda e la politica in ritardo e a fatica ha risposto. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini con un intervento su La Stampa ha detto: “No a troppi paletti…”, avrei preferito proprio no paletti ma va bene anche così; il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani con una dichiarazione ufficiale sostiene che l’AgCom deve fermarsi: nessun bavaglio alla nostra democrazia; il deputato del PDL Roberto Cassinelli, in solitaria nel suo partito, si augura che l’AgCom sospenda immediatamente l’esame del provvedimento e lasci al Parlamento l’incombenza di predisporre gli strumenti più idonei alla tutela del diritto d’autore; il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro, sul suo profilo Facebook fa sapere che: ”La Rete è l’ultimo baluardo per la libera informazione e non deve subire censure. Per questo, abbiamo già presentato un’interrogazione parlamentare contro la delibera dell’Agcom”.
L’Agcom ha comunicato – si vede che la pressione sta salendo – che dopo il 6 luglio ci saranno altri 15 giorni per le osservazioni e poi l’approvazione. Che significa secondo me? Che ci stanno provando. Il 6 faranno calmare le acque e poi in piena estate quando l’attenzione sarà calata potranno far passare liberamente e senza tante polemiche la delibera che farà del nostro Paese un vero e proprio laboratorio per la censura “globale” alla Rete.

 

A parte la considerazione che nel PDL la questione inizia a far breccia da più parti, se si considerano le esternazioni del Ministro Meloni (PDL), riportate da Anna masera unitamente a quelle di Fini, la cosa interessante è come il web inizia a costruire i processi democratici.

Se ne è avuta forte la percezione con le recenti amministrative e, soprattutto, con il referendum.

L’informazione di stato vacilla e si rende sempre meno credibile. L’inchiesta di RE (Repubblica e l’Espresso) sulla Struttura Delta in RAI ha svelato i retroscena raccapriccianti.

La Rete consente di far passare l’informazione senza il controllo del potere. Non è tutto, però. Ha una forza in più, perché consente anche di commentarla, di aggiungere opinioni, di replicare e di dissentire, nonché di organizzare il dissenso anche con la mobilitazione civile. E’ un processo che va sorretto con convinzione e tenacia, perché percorre una strada in salita e controvento.

L’Italia non poteva scegliere il modo migliore per festeggiare i suoi 150 anni.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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AGCOM e rimozione di contenuti sul web. Qualcosa si sta muovendo (dalla mobilitazione in Rete alla presa di coscienza della politica)

In un recente post (“AGCOM e web content. La procedura di rimozione selettiva dei contenuti on-line sarà approvata entro il 6 luglio 2011“), avevo criticato, come molti altri, la Delibera AGCOM 668/2010/CONS (l’Authority è intenta ad andare dritta verso l’instaurazione del meccanismo di rimozione selettiva dei contenuti web) ed avevo auspicato che l’uso di Internet riuscisse a confermarsi come strumento di democrazia per: a) sopperire al gap informativo a cui ci consegnano i media tradizionali (circolazione delle informazioni); b) giungere ad una mobilitazione collettiva su tale tema; c) coinvolgere la rete, la stampa, i media e, infine, le forze politiche.

Ora i giornalisti si stanno interessando sempre di più alla questione (Mello, Giglioli, Masera, etc.) e, con essi, appaiono le prese di posizione di diversi politici.

Tra le motivazioni di questi ultimi, quelle di Di Pietro mi sembra colgano bene il segno ove rileva il necessario passaggio parlamentare e la compressione dei termini per articolare le difese dell’interessato nell’ambito della procedura di rimozione selettiva voluta dall’AGCOM, che rischiano di frustrare le possibilità di contraddittorio e le prerogative costituzionali di difesa fissate nell’art. 24 Cost.

Questo tema, come molti di quelli proposti nei 4 Referendum dell’ultima voltazione, non ha colore politico. Deve (dovrebbe) essere trasversale ed incide sulla difesa dei diritti fondamentali dell’uomo.

I tempi di manovra per la mobilitazione della Rete sono stretti, se si pensa che l’AGCOM avrebbe inteso emanare la disciplina in parola il 6 luglio 2011. Seguiremo gli sviluppi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

 

AGCOM e web content. La procedura di rimozione selettiva dei contenuti on-line sarà approvata entro il 6 luglio 2011

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“Giornalismo investigativo e realizzazione delle inchieste”. Workshop

Domani 21 giugno 2011, presso l’Università di Bologna, si svolgerà il Workshop 2011 dedicato al “Giornalismo investigativo e realizzazione delle inchieste”, organizzato dal C.I.R.Vi.S. (Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza) dell’Università di Bologna e dalla S.I.V. (Società Italiana di Vittimologia), nell’ambito delle attività del progetto “Giornalismo Investigativo .TV” che sto conducendo presso l’Ateneo bolognese.

I temi centrali del Workshop saranno: 1) aspetti tecnici e tecnologici (attrezzature, elementi di regia, inquadrature, riprese, montaggio, audio, estetica del prodotto, etc.); 2) aspetti metodologici, in chiave interdisciplinare (tecniche e metologia secondo l’approccio giornalistico-documentaristico e secondo l’approccio sociologico e criminologico: interviste, osservazione partecipante, etc.); 3) aspetti giuridici (limiti di liceità nell’uso di strumenti investigativi nell’ambito del giornalismo di inchiesta: es. telecamere nascoste, etc.; limiti all’esimente del diritto di cronaca in caso di risarcimento danni da diffamazione;  etc.).

Alla fine verrà proiettata e discussa l’inchiesta dal titolo “Un pagamo. La tassa sulla paura” (2011), dedicata alla reazione della società civile, del mondo imprenditoriale e delle istituzioni al pizzo imposto dalla criminalità organizzata.

Il Workshop è finalizzato anche alla formazione per chi aderisce al Laboratorio di Giornalismo Investigativo (G.I.Lab) attivo presso l’Università di Bologna, di cui ho la responsabilità scientifica e il coordinamento e alla costituzione di team professionali, per coloro che, iscritti al Workshop ma non al G.I.Lab, intendano aderirvi e partecipare attivamente al progetto sul Giornalismo Investigativo.

Le inchieste del G.I.Lab dovrebbero poi trovare collocazione nei circuiti di diffusione nazionale, sul web, su network televisivi e su DVD allegati a pubblicazioni scientifiche.

Anche in tal modo si può contribuire all’esercizio di quella funzione nobile di risveglio delle coscienze a cui tende il giornalismo investigativo.

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Giornalismo d’inchiesta, strumento di democrazia

 

In Italia il giornalismo investigativo è sempre stato considerato come un’eccezione o una rarità, tra cui spicca “Report”.  Quell’essere watchdog, tipico del giornalismo di lingua inglese, è connaturato all’esperienza democratica di un Paese.

Il giornalismo d’inchiesta individua temi di interesse pubblico e li sottopone all’opinione pubblica anche (e soprattutto) là dove l’opinione pubblica era sopita o non aveva gli adeguati strumenti di conoscenza per accorgersene.

Così, con il giornaismo investigativo e con le sue inchieste, si forma quella coscienza collettiva che è la necessaria premessa per poter esprimere il consenso sociale e politico.

E’ per questo che al giornalismo d’inchiesta va accordato un grande risalto. Deve essere strumento quotidiano di conoscenza e di confronto per i cittadini, affinché possano esercitare appieno la sovranità popolare contemplata nella nostra Carta Costituzionale.

Il giornalismo investigativo, insomma, è strumento di democrazia a servizio dei cittadini, affinché riscoprano la verità dei fatti di rilevanza pubblica, nascosti dietro l’apparenza, la propaganda o l’informazione addomesticata.

Per questo sono felice dell’iniziativa di Repubblica e dell’Espresso, che, sulla scia di quanto realizzato da ProPublica (premio Pulitzer per il giornalismo investigativo), hanno dedicato un apposito sito al giornalismo d’inchiesta (Le Inchieste), nel quale non ci si limita solamente a pubblicare le inchieste, ma, significativamente, viene chiesto ai cittadini di segnalare e proporre un’inchiesta e di collaborare all’avvio della sua realizzazione.

 

 

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Il tributo di YouTube al giornalismo: Journalists Memorial

Segnalo Journalists Memorial, un’interessante iniziativa di YouTube, Google e Newseum sui giornalisti, vittime nel compimento del proprio lavoro.

Per una descizione in italiano rimando all’articolo di Francesco Tortora per il Corriere della Sera.

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Intervista ad Assange. Perchè Wikileaks

AgoraVox riporta un’interessante intervista di Francesco Piccinini a Julian Assange, fondatore di Wikileaks (parte 1, parte 2).

Ecco un passaggio interessante dell’intervista:

Perché ha iniziato il progetto Wikileaks?

“La mia storia viene da lontano. Non è che un giorno mi sono svegliato e ho fatto WIkileaks. Avevo iniziato in Australia con altre pubblicazioni insieme ad altre persone, poi un po’ di notorietà con i documenti contro Scientology e nel 1994 in Australia, con un nickname ho fatto alcune operazione di hacking… Ho scritto vari programmi di elaborazione di immagini, e ho iniziato a interessarmi alla matematica, alla fisica e alla meccanica, anche perché per capire le tecnologie bisogna essere capaci di guardare in molte direzioni.

Cosa ti ha spinto ad andare verso il campo dell’informazione?

“Ho iniziato perché troppo spesso i giornalisti hanno rinunciato al loro ruolo di guidare il dibattito pubblico, sollevare delle tematiche, diventando semplicemente delle persone che lo seguono, piuttosto che guidarlo. Quello che abbiamo fatto noi di Wikileaks è, probabilmente, una cosa che nessun altro avrebbe mai fatto. I giornalisti non capiscono che hanno un potere che pochi possiedono: poter guidare il dibattito pubblico”.

Ancora:

Come decidi il timing della pubblicazione dei cables?

Abbiamo dovuto tutelarci da tutti questi problemi politici, potevamo essere incolpati della morte delle persone e quindi questa cosa sarebbe stata usata in maniera molto aggressiva contro di noi dicendo appunto che eravamo responsabili di aver messo le nostre fonti (usa il plurale, ndr) o le persone citate nei cables in pericolo. Ma è quasi solamente politica. Nonostante le persone ruotino molto nelle sedi diplomatiche, se a qualcuno dovesse succedere qualsiasi cosa, saremo subito accusati. E quindi abbiamo deciso di controllare tutto ciò prima di pubblicare direttamente sul sito i cables. E anche se una persona fosse uccisa per una ragione per la quale noi non siamo assolutamente colpevoli, verremo accusati in ogni caso. Ed è per questo che abbiamo rallentato la pubblicazione dei cables. Il rischio che qualcuno possa perdere la vita in relazione alla pubblicazione di questi file c’è. Un giorno non saremo gli unici proprietari di questi dati, ma fino a quel giorno dobbiamo essere cauti nella diffusione di quanto in nostro possesso”.

(…)

Qual è la cosa che più spesso ti rimproverano?
“E’ quella di lavorare contro qualcuno, ma noi non siamo contro nessuno. Se ci arriva qualcosa contro i talebani, pubblichiamo contro i talebani, se arriva qualcosa contro gli americani pubblichiamo contro gli americani. L’unica cosa di cui ci preoccupiamo è l’autorevolezza della fonte. In questo caso, trattandosi di documenti ufficiali, l’autorevolezza è insita”.
Su L’Espresso è disponibile anche un video con lo stralcio di una lunga intervista Assange, andata in onda su Sky nel mese di dicembre 2010, ove questi “parla del sito, delle ragioni che hanno spinto lui e il suo gruppo a crearlo, e delle motivazioni giornalistiche e politiche che vi sottostanno“.
Per un ulteriore approfondimento segnalo queste inchieste (da L’inchiesta di Maurizio Torrealta, su RaiNews24):
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C’è qualcosa che non va. La telefonata di Masi a Santoro

Nella telefonata di Masi a Santoro, intercorsa in apertura della puntata di Annozero dedicata al “Rubygate”, emerge qualcosa che non va. Masi, in una doppia veste (a titolo personale, nella qualità di direttore generale della RAI, e in rappresentanza dell’azienda medesima), dichiara di voler dissociare se stesso e l’azienda che rappresenta dalla trasmissione che verrà mandata in onda, presagendo come sarà impostata e i contenuti che saranno esposti (cfr. min. 01:05 ca. e ss.).

Chiarisce immediatamente che le contestazioni riguarderebbero le violazioni al Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive, nonché ai principi legislativi e costituzionali che ne sono alla base (cfr. min. 01:15-01:27 ca.).

Di fronte a tale contestazione, Santoro, che si rivela professionalmente molto capace di gestire la situazione, chiede espressamente al direttore generale se sta chiedendo di interrompere la trasmissione (cfr. min. 01:32 ca.). Il direttore generale replica immediatamente sostenendo che Santoro deve fare la trasmissione e, sostanzialmente, che non la sta impedendo (cfr. min. 01:32 ca.).

Santoro, si noti, ricapitola al direttore generale che questi sosterrebbe che la trasmissione viola le regole e il direttore contraddice con una serie di “no” (cfr. min. 01:37 ca.). Ricorda poi a Masi che, nella sua qualità di direttore generale della RAI, ha la responsabilità di fermare la trasmissione (min. 01:42) e, conseguentemente, gli chiede: “lei la ferma o no? Io vado in onda solo se sto rispettando le regole. Cosa fa?” (min. 01:43-01:46 ca.).

A questo punto Masi replica “Io non interrompo la trasmissione, come non l’ho mai fatto” (min. 01:47-01:51 ca.).

Santoro, a questo punto, chiede al direttore generale se intende ritirare l’affermazione secondo cui la trasmissione violerebbe le regole, ma Masi chiarisce solamente che vuole solo ritirare se stesso e l’azienda “da questo tipo di trasmissione”.

Poi aggiunge: “Questo le ho detto e questo le dovevo dire”, ricordando che lui ha sempre garantito che la tramissione andasse in onda (e che dunque non intende fermarla, ma solo dissociarsi).

Infine, di fronte alla richiesta di chiarimenti incalzanti di Santoro, Masi ribadisce ancora una volta che intende dissociare se stesso e l’azienda da un tipo di trasmissione “che potrebbe violare” il codice di autoregolamentazione.

Ah, potrebbe violare…“, rimarca Santoro.

Poi, quasi in conclusione, il giornalista aggiunge: “Va bene, abbiamo capito… non è lei…” (min. 02:46 ca.), alludendo probabilmente al fatto che la telefonata in diretta, che ricorda uno stile non suo, sia stata forse commissionata o suggerita da altri.

Sotto il profilo giuridico c’è qualcosa che non va.

Il direttore generale contesta la trasmissione, dissociando preventivamente sè e l’azienda dalla tramissione, perché “potrebbe violare” il codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle rappresentazioni radiotelevisive, ma, pur avendone i poteri, non intende affatto fermare la trasmissione.

Con ciò, ovviamente, ha rafforzato il concetto di corresponsabilità sua e dell’azienda in ordine agli illeciti che fossero eventualmente ravvisabili, quantomeno sotto il profilo della culpa in omittendo, non avendo impedito un evento (ove fosse illecito) che, al momento della telefonata in diretta, avrebbe anche potuto evitare interrompendo la tramissione.

Certo, non credo basti la telefonata con cui ci si dissocia dalla tramissione per evitare le responsabilità giuridiche in ordine agli illeciti che fossero eventualmente configurabili. Se fosse così semplice, ad ogni puntata di ogni trasmissione, il direttore generale farebbe una telefonata di rito.

La questione, invece, mi pare un’altra. Sembrerebbe che il motivo della telefonata fosse, oltre quello di rispondere ad esigenze, diciamo, legate alle relazioni di tipo “istituzionale”, quella di lasciare un messaggio ai telespettatori.

L’azienda che, pur mandando in onda una tramissione, prende le distanze dal giornalista che la conduce, sta dicendo di fatto ai telespettatori che non è condivisibile ciò che viene mandanto in onda, dando pubblico discredito alla tramissione stessa ed al giornalista.

Il tema, purtroppo, è legato alla costruzione del consenso politico ed elettorale. Volontariamente o no, Masi, telefonando in diretta nella tramissione di Santoro, ha finito per dire ai telespettatori, cittadini votanti, che la critica giornalistica di Annozero concernente i fatti di cronaca che coinvolgono il Presidente del Consiglio non è condivisibile.

Il messaggio non è giuridico, non attiene alle ripartizioni delle responsabilità di fronte alla commissione degli illeciti. Mi pare sia solamente un messaggio politico, che contraddice però le funzioni “nobili” del giornalismo, in particolare quello di inchiesta, ma anche quello in cui campeggia il diritto di critica.

Con ciò intendo riferirmi a quanto previsto in un passaggio della sentenza della Cassazione n. 16236/2010, ove si è stabilito che

“Il giornalismo di inchiesta ha un posto ed una funzione preminenti nell’ambito di quegli strumenti democratici previsti dall’art. 1, co. 1, Cost. con cui il popolo può esercitare, nelle forme e nei limiti della Costituzione, la sua sovranità, come previsto dall’art. 1, co. 2, Cost.; vale a dire che intanto il popolo può ritenersi costituzionalmente “sovrano” (nel senso rigorosamente tecnico-giuridico di tale termine) in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico“.

Ma allora, forse, c’è qualcosa che non va.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Google News Italia, editori di giornali, diritto d’autore e pubblicità on-line. Ecco gli atti dell’Antitrust

L’Antitrust italiana (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) si è pronunciata sul caso relativo al servizio Google News, sollevato dall’editoria giornalistica italiana.

L’istruttoria, oltre a risolvere il caso specifico, di particolare importanza per la gestione dei contenuti su Internet e per l’organizzazione dell’offerta di fornitura dei servizi nella società dell’informazione, ha un esito che coinvolge anche, de jure condendo, la materia del diritto d’autore, chiamato ad adeguarsi alle innovazioni tecnologiche.

L’antitrust individua infatti la necessità di tale adeguamento normativo e lo illustra con una specifica segnalazione al Presidente della Camera, del Senato, del Consiglio di Ministri, nonché al Ministro dello Sviluppo Economico ed al Dipartimeno Politiche Comunitarie presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ecco i documenti rilevanti sul caso in questione:

1) la Segnalazione dell’Authority (AS 787), del 17 gennaio 2011, di stimolo per il legislatore italiano sulla “Tutela dei contenuti editoriali su Internet”;

2) il Provvedimento dell’Authority con cui risolve il caso Google News Italia (A 420), Adunanza del 22 dicembre 2010;

3) gli Impegni vincolanti proposti da Google per adeguare i servizi alle prescrizioni normative a tutela del mercato e della concorrenza;

4) il Comunicato Stampa dell’Authority sul caso in questione.

Continua a leggere

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