e-Advertising

Responsabilità del provider e on-line behavioural advertising

Segnalo, per chi fosse interessato, il seminario ordierno su “Responsabilità del provider” (Fabio Bravo) e su “on-line behavioural advertising ed i nuovi servizi integrati di Google”  (Italo Cerno), nell’ambito del Dottorato di Ricerca in “Diritto delle Nuove Tecnologie – Informatica Giuridica” organizzato dal CIRSFID presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna.

Il seminario si svolge dalle 14,30 alle 16,30 presso la Sala Bertrand Russel di via Galliera n. 3.

A questo link è disponibile la locandina del seminario.

 

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Google News Italia, editori di giornali, diritto d’autore e pubblicità on-line. Ecco gli atti dell’Antitrust

L’Antitrust italiana (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) si è pronunciata sul caso relativo al servizio Google News, sollevato dall’editoria giornalistica italiana.

L’istruttoria, oltre a risolvere il caso specifico, di particolare importanza per la gestione dei contenuti su Internet e per l’organizzazione dell’offerta di fornitura dei servizi nella società dell’informazione, ha un esito che coinvolge anche, de jure condendo, la materia del diritto d’autore, chiamato ad adeguarsi alle innovazioni tecnologiche.

L’antitrust individua infatti la necessità di tale adeguamento normativo e lo illustra con una specifica segnalazione al Presidente della Camera, del Senato, del Consiglio di Ministri, nonché al Ministro dello Sviluppo Economico ed al Dipartimeno Politiche Comunitarie presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ecco i documenti rilevanti sul caso in questione:

1) la Segnalazione dell’Authority (AS 787), del 17 gennaio 2011, di stimolo per il legislatore italiano sulla “Tutela dei contenuti editoriali su Internet”;

2) il Provvedimento dell’Authority con cui risolve il caso Google News Italia (A 420), Adunanza del 22 dicembre 2010;

3) gli Impegni vincolanti proposti da Google per adeguare i servizi alle prescrizioni normative a tutela del mercato e della concorrenza;

4) il Comunicato Stampa dell’Authority sul caso in questione.

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YouTube e le segnalazioni degli utenti nel caso di Daniele Sensi. Quando il pollice verso determina la censura dal basso

Immaginiamo che un utente di YouTube carichi, sulla nota piattaforma di videosharing, materiale proveniente da altre fonti (dunque nella titolarità, quanto a diritti di proprietà intellettuale ed industriale, di altri soggetti) con l’intento di proporre un’azione di protesta o di denuncia di fronte all’opinione pubblica (alla net-community). Si pensi, ad esempio, a materiali radiofonici contenenti toni “aspri” nei confronti di immigrati, meridionali, etc.

Immaginiamo che la net-community, senza censurare la violazione del diritto di proprietà intellettuale ed industriale, assuma un atteggiamento di condanna nei confronti dei contenuti caricati a titolo di protesta o di denuncia dall’utente di YouTube e proceda a valutarli criticamente con commenti negativi e abbondanti clickate sul “pollice verso”, espressione di disapprovazione, non ovviamente indirizzati all’azione di denuncia in sè, ma al materiale che l’azione di denuncia mirava a condannare pubblicamente.

Immaginiamo dunque che qualcuno (forse distrattamente, forse volutamente) finisca anche per segnalare al provider come “illecito” o come espressione di “abuso” il materiale in questione, senza  badare all’intento di denuncia che ha mosso l’utente. Quest’ultimo, nel nostro esempio, ha voluto rendere pubblici i contenuti in questione, al solo fini di allertare l’opinione pubblica, che avrebbe potuto altrimenti ignorarli del tutto.

Immaginiamo ora che le segnalazioni giungano numerose al provider.

Cosa fa Google, nella gestione della piattaforma di videosharing denominata “YouTube”?

Controlla direttamente i contenuti e valuta la loro liceità o meno (ovvero, comunuque, la rispondenza dei contenuti alle disposizioni contrattuali, quali sono le condizioni generali di servizio, o alle policy, pur sempre richiamate contrattualmente?

Oppure finisce per fidarsi della segnalazione degli utenti e, magari per timore di una esposizione a possibili conseguenze sul piano processuale, come avvenne per il caso Google-Vividown, finisce per censurare comunque l’utente?

Il caso è reale ed è quanto avvenuto a Daniele Sensi (“Su YouTube il censore potresti essere tu“), che rimarca l’effettiva assenza di un sostanziale controllo da parte di Google, con l’effetto di praticare una censura dal basso, determinata dalle segnalazioni di utenti distratti, a suo dire incapaci di rendersi conto, nell’immediatezza della interazione telematica, che una cosa è produrre e divulgare i contenuti per scopi razziali, xenofobi, etc., ed un’altra cosa è pubblicarli per scopo di denuncia nei confronti dell’opinione pubblica.

Si aprono discorsi interessanti, sia sulle modalità con cui deve essere effettuato il controllo sostanziale dei contenuti ritenuti abusivi o illeciti, sia sulle modalità operative con cui giungere ai meccanismi “sanzionatori”, per giungere alla rimozione dei contenuti), sia sul limite di liceità di certi meccanismi di tutela attivati dal provider (es.: è lecito disattivare l’account? E’ lecito sospendere l’accesso all’account? In quest’ultimo caso però, osserva Daniele Sensi, si finirebbe per precludere al titolare del’account le repliche ai messaggi, talvolta dai contenuti forti, di chi, distrattamente o non distrattamente, non condivide i contenuti immessi su YouTube, a prescidnere o meno dalle finalità per cui siano stati caricati).

Sono temi interessanti su cui riflettere e le decisioni da adottare a livello giuridico (e che mi riprometto di esternare quanto prima in maniera articolata nell’ambito di una pubblicazione scientifica) saranno fondamentali per lo sviluppo futuro della rete.

A mio avviso non è così scontato che sia esente da rilievi l’uploading, anche per fini di denuncia, di materiale che altrimenti sarebbe andato incontro a sicure segnalazioni di abuso. La linea di confine non è netta e non si può procedere a giudizi in senso assoluto. Il caso, però, pone questioni interessanti e contribuisce ad arricchire l’analisi delle sfumature su cui il giurista deve soffermarsi.

Vi segnalo, oltre al post di Daniele Sensi sopra richiamato, anche il breve commento di Vittorio Zambardino (“La censura deviata di YouTube“), che ha contribuito a darne maggior risalto mediatico e di cui condivido parzialmente il rilievo in ordine alla gratuità del servizio.

Condivido cioè la necessità che l’attenzione verso l’utente non cali su standard minimi, dato che, a tutto voler concedere, non possono ad esempio essere pregiudicati i diritti fondamentali e le modalità esecutive delle obbligazioni che hanno riflesso sull’esercizio di tali diritti.

Non condivido, invece, l’impostazione acritica sulla pretesa gratuità del servizio, che tende a considerare l’utente come l’unico beneficiario delle prestazioni del providers. Bisogna prestare attenzione su questo tema, perché a mio avviso il servizio non è affatto gratuito, dato che l’utente paga sonoramente, concedendo materiale che potrà essere utilizzato anche a fini commerciali, tramite il meccanismo dell’associazione pubblicitaria e altri meccanismo di e-advertising, presenti e futuri.

Insomma, la gratuità è solo apparente.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

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Sull’accordo tra YouTube e SIAE. Licenza triennale su musiche e opere audiovisive

Da un comunicato stampa pubblicato sul sito della SIAE si legge che tra quest’ultima e YouTube:

1) è stato siglato un accordo avente ad oggetto una licenza

2) di durata triennale (con scadenza al 31 dicembre 2012).

3) che copre l’uso in Italia,

4) in modalità streaming,

5) di musica e opere audiovisive

6) contenute nel repertorio SIAE

7) e riprodotte nei video presenti sulla piattaforma YouTube.

***

Nel predetto comunicato  si rimarca che

Come risultato dell’accordo, autori, compositori ed editori musicali rappresentati da SIAE saranno ricompensati quando viene utilizzata la loro musica.

Sulle licenze anti-pirateria della SIAE ero intervenuto su Information Society & ICT Law.

Il mutamento delle strategie commerciali di Google (YouTube) è evidente e non sembra sia solo un effetto delle decisioni che l’autorità giudiziaria italiana ha reso nei confronti del colosso americano (cfr., in particolare, YouTube-RTI nel procedimento cautelare reso in corso di causa innanzi al Tribunale di Roma, sul caso dei video del Grande Fratello).

Le strategie appaiono orientate anche ad affrontare il mercato della Internet TV (cfr. Google TV).

Significativo, al riguardo, è anche quanto osservato su “il Post” nell’articolo dal titolo “You Tube rientra nei ranghi, e paga la SIAE”, ove viene osservato che

Il nuovo passo compiuto da Google conferma il piano di differenziare i contenuti su YouTube, affiancando all’ampio catalogo di video prodotti dagli utenti, filmati di qualità prodotti dalle major. I video musicali sono da tempo disponibili in alta definizione sul portale e grazie a una joint venture con Sony, Emi e Universal, in alcuni paesi è possibile accedere a Vevo, un’area di YouTube interamente dedicata alla musica e alla riproduzione dei videoclip.

Prima di arrivare agli accordi con le major, e ora in Italia anche con SIAE, YouTube ha vissuto un periodo “corsaro” dove la musica e altri contenuti protetti da copyright venivano caricati e riprodotti dagli utenti senza i dovuti permessi. Numerose major e alcuni colossi dell’intrattenimento come Viacom decisero di avviare alcuni contenziosi legali contro Google, accusata di favorire la violazione del diritto d’autore sul suo portale per i video. Molte querelle legali sono state risolte grazie agli accordi con le major, ma non mancano le cause ancora aperte.

Le strategie commerciali di Google con l’accordo in questione appaiono ulteriormente evidenti dalle note di commento apparse su il Sole 24 Ore:

(…) l’onda lunga generata dall’accordo tra YouTube e la Siae, anticipato ieri dal Sole 24 Ore, riguarda la possibilità di inserire pubblicità online nei video musicali e di renderli redditizi. Ecco perché il presidente della Siae, Giorgio Assumma, definisce «storico» il deal tra la sua associazione e i nuovi partner.

Ma c’è di più. L’intesa tra la piattaforma video e la Società italiana degli autori ed editori chiude un cerchio industriale. Se YouTube già da tempo aveva sottoscritto larghe intese nella direzione della tutela delle major (quindi sui diritti “connessi”), l’anello mancante riguardava proprio la tutela del diritto d’autore, cioé il compenso spettante alla persona fisica, la stessa che aveva scritto quella canzone e sceneggiato quella pellicola. In una parola: mancava la tutela della creatività.

In fondo è tutta una questione di avere le carte in regole per competere nel ricco agone degli spot online, che Google conosce alla perfezione perché l’ha inventato. Ma come avrebbe potuto YouTube, in assenza di un contratto con la Siae, raccogliere in Italia pubblicità nei suoi video sotto forma di “bannerini” (ma non solo)?

Alle strategie commerciali nel settore delle nuove tecnologie, come ci si rende conto, si accompagnano inscindibilmente precisi problemi giuridici da gestire (questioni contrattuali, legate agli accordi per il rilascio delle licenze; tutela dei diritti sulle opere digitali; problemi giuridici legati alla Internet TV; responsabilità dei providers e degli utenti nelle piattaforme di gestione dei contenuti digitali; etc.), oggetto centrale dell’ICT Law (Information and Communication Technology Law).

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it


Information Society & ICT Law

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