Concorrenza

L’Agenda Digitale Italiana

Al “Progetto Strategico Agenda Digitale Italiana” del Governo Monti fa eco il documento dell’AGCOM dal titolo “Segnalazione al Governo in tema di liberalizzazione e crescita. Un’agenda digitale per l’Italia“.

Da soluzioni incentrate sull’implementazione delle infrastrutture di rete, delineate nel Progetto Strategico, si passa ora ad individuare misure concrete per la crescita, che su quelle infrestrutture poggiano, ma che sono destinate ad andare oltre.

Certo, alcune delle misure segnalate dall’AGCOM sono da ridiscutere perché criticabili e altre da accogliere con entusiasmo e da approdondire, perché lodevoli, ma ciò che più rileva è che finalmente le istituzioni italiane sembra essersi improvvisamente rese conto che il sistema Italia ha urgente bisogno dello sviluppo tecnologico per crescere e per aumentare di competitività.

Miope sarebbe quel Governo che si illude di lasciare tecnologicamente arretrata l’Italia solamente per agevolare lo status quo di un sistema televisivo-centrico sul quale veicolare la diffusione delle informazioni, distribuire opere intellettuali (film, varietà, inchieste, etc.), ospitare talk show, raccogliere proventi pubblicitari.

Lo sviluppo della telematica nel sistema Paese è diventato non più procrastinabile, perché sulla medesima infrastruttura tecnologica possono transitare, al contempo, i servizi della pubblica amministrazione per cittadini e imprese, nuove possibilità di business per le start-up, nuovi mercati per le imprese già presenti sul mercato, nuove modalità di accedere alle informazioni e di comunicare, nonché di fruire di contenuti digitali.

I benefici sarebbero immediati e progressivi, capaci di incidere sia sulla crescita economica e la competitività del Paese, sia sulla crescita culturale e sull’effettivo concreto esercizio dei diritti fondamentali dell’Uomo.

Occorre tenere alta l’attenzione e mobilitare l’opinione pubblica.

Ecco perché continuerò a riproporre il tema su questo blog,  come già fatto in passato, nella speranza di poter contribuire a veicolare la consapevolezza diffusa che lo sviluppo tecnologico sia una priorità per il nostro Paese.

Fabio Bravo

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Apple e la garanzia biennale. Multa di 900.000 euro dall’Antitrust

La Apple ha posto in essere pratiche commerciali scorrette nel mercato italiano (e probabilmente anche europeo) con riguardo alla garanzia biennale dovuta nelle vendite commerciali con i consumatori.

Dopo numerosi casi, alcuni segnalati anche su Information Society & ICT Law, l’Antitrust italiana (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – AGCM), nel corso dell’adunanza del 21 dicembre 2011, ha sanzionato tre società del gruppo Apple per un importo complessivo di 900.000 euro, per due distinte condotte.

Ecco il provvedimento integrale dell’AGCM (82 pag.) e l’estratto (1 pag.)

Come precisato dall’Authority,

In particolare (…) le tre società del gruppo, Apple Sales International, Apple Italia S.r.l. e Apple Retail Italia hanno messo in atto due distinte pratiche commerciali scorrette:

 

1) presso i propri punti vendita e/o sui siti internet apple.com e store.apple.com, sia al momento dell’acquisto che al momento della richiesta di assistenza, non informavano in modo adeguato i consumatori sui diritti di assistenza gratuita biennale previsti dal Codice del Consumo, ostacolando l’esercizio degli stessi e limitandosi a riconoscere la garanzia convenzionale del produttore di 1 anno;

 

2) le informazioni date su natura, contenuto e durata dei servizi di assistenza aggiuntivi a pagamento AppleCare Protection Plan, unite ai mancati chiarimenti sull’esistenza della garanzia legale biennale, erano tali da indurre i consumatori a sottoscrivere un contratto aggiuntivo quando la ‘copertura’ del servizio a pagamento si sovrappone in parte alla garanzia legale gratuita prevista dal Codice del Consumo.

 

In conseguenza dell’accertamento delle due violazioni sono state comminate diverse sanzioni:

Le sanzioni sono pari a 400mila euro per la prima pratica e 500mila per la seconda pratica. Per la prima pratica, l’Autorità ha infatti tenuto conto delle modifiche adottate dalle società del gruppo nel corso del procedimento, in grado di garantire una migliore informazione ai consumatori, riducendo così il massimo edittale di 500mila che è stato invece applicato per la seconda pratica.

 

Tali importi sono stati ripartiti tra le tre società in ragione del loro fatturato, secondo il seguente schema:

 

1) Mancata informazione e riconoscimento della garanzia legale:

 

- Apple Sales International 240 (duecentoquaranta) mila euro;

 

- Apple Italia S.r.l. 80 (ottanta) mila euro;

 

- Apple retail Italia S.r.l. 80 (ottanta) mila euro;

 

2) informazioni fuorvianti per indurre alla sottoscrizione del contratto di assistenza aggiuntiva a pagamento:

 

- Apple Sales International 300 (trecento) mila euro;

 

- Apple Italia S.r.l. 100 (cento) mila euro;

 

- Apple retail Italia S.r.l. 100 (cento) mila euro;

 

Le società, oltre a cessare le pratiche e comunicare all’Autorità le misure assunte per ottemperare al provvedimento, dovranno pubblicare un estratto della delibera dell’Antitrust sul sito www.apple.com in modo da informare i consumatori.

 

La società Apple Sales International, infine, entro 90 giorni, dovrà adeguare le confezioni di vendita dei servizi AppleCare Protection Plan, inserendo l’indicazione sulla esistenza e durata biennale della garanzia di conformità nonché indicando correttamente la durata del periodo di assistenza con riferimento alla scadenza della garanzia legale di conformità (…).

 

Fabio Bravo

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Anche Apple è tenuta alla garanzia biennale (Aggiornamento)

Apple accorda sui propri prodotti una garanzia annuale, estesa convenzionalmente a tre anni.

La contrarietà di tale prassi alla normativa vigente, ove l’acquisto venga effettuato da consumatori (dunque nell’ambito di un rapporto di vendita business to consumer e non business to business), è palese se si ha a mente la disciplina della garanzia di cui agli artt. 128 e ss. del codice del consumo.

In particolare si veda l’art. 130, rubricato “Termini”, che fissa la durata legale della garanzia in due anni.

Pochi consumatori, tuttavia, sono disposti ad affrontare i costi di un’azione legale contro la Apple e preferiscono adeguarsi alla prassi commerciale del colosso americano.

Recentemente, tuttavia, è stato reso un precedente giurisprudenziale, che ha visto protagonista un ventiduenne  vicentino, il quale, acquistato un Mac rivelatosi malfunzionante dopo un anno dall’acquisto, aveva invocato, tra le altre rivendicazioni, la garanzia legale biennale post-vendita riservata ai consumatori, pur in difetto di acquisto della garanzia convenzionale triennale offerta dalla Apple.

La notizia, diffusa on-line dal Corriere, rimarca che

Prima ancora che il giudice di pace si esprimesse nel merito la Apple è corsa ai ripari e si è adeguata agli standard italiani garantendo ai consumatori i computer per due anni. Il giudice di pace di Vicenza intanto ha condannato l’azienda del compianto Steve Jobs a pagare al consumatore 1.300 euro, costo sostenuto dallo studente per il computer, una somma analoga di interessi legali, 350 euro per le spese sostenute dal ragazzo per riparare un vecchio pc da utilizzare in sostituzione di quello nuovo non funzionante, e 1.800 euro di spese legali sostenute per la causa.

Qui il link all’articolo in versione integrale.

Il discorso cambia, ovviamente, se l’acquisto viene fatto da un soggetto che agisce per scopi inerenti alla propria attività” professionale”, inclusa quella imprenditoriale, ovvero da un soggetto diverso da persona fisica. In tali casi, infatti, non trova applicazione la disciplina del codice del consumo.

Sulla vicenda, che è meno lineare di quanto sempri prima facie per via della ripartizione tra produttore e venditore (ove tali soggetti non coincidano) dell’obbligazione relativa alla garanzia, sta indagando anche l’antitrust.

Seguiremo gli sviluppi.

 ***** AGGIORNAMENTO (07.10.2011) *******

Per approfondire il discorso ho verificato, dal testo della sentenza in questione, che (diversamente da quanto rappresentato dalla fonte giornalistica!) la controversia intentata dal consumatore non ha coinvolto la Apple in qualità di convenuta, ma un rivenditore autorizzato. La Apple, pertanto, è rimasta estranea al giudizio.

La sentenza (ottenuta dalla collega che ha difeso l’attore e che ringrazio per la gentile disponibilità) si sofferma sulla disciplina delle garanzie nella vendita dei beni di consumo, accertando il rispetto dei termini decadenziali previsti per la denuncia dei vizi ex art. 132 del codice del consumo e la mancata eliminazione, ad opera del (ri)venditore, dei vizi lamentati dal consumatore, consistenti nella apparizione di linee verticali sul monitor di un iMac G5 1.9 Ghz, che poi cessava di funzionare. Il comportamento del venditore è stato apprezzato però sul piano dell’inadempimento alle proprie obbligazioni contrattuali e, pertanto, è stato ritenuto idoneo a determinare la risoluzione del contratto, con condanna alla restituzione della somma equivalente al prezzo di acquisto del computer in questione, oltre alla somma di 532,00 euro sborsati dal medesimo consumatore per potenziare un vecchio computer, da utilizzare nell’attesa della rimozione dei difetti o della sostituzione di quello nuovo.

Più che nella garanzia post vendita, la sentenza riconduce poi la fattispecie nei tradizionali rimedi di cui agli artt. 1490 e 1492 c.c., con facoltà del compratore di richiedere la risoluzione del contratto ove la res venduta sia affetta da vizi che la rendono inidonea all’uso o nel compromettano in modo significativo (“apprezzabile”) il valore.

Va notato che la risoluzione del contratto può essere applicata anche in forza della disciplina contenuta nel codice del consuno, ex art. 130, co. 7, lett. c), ove, come nel caso di specie, il venditore non abbia provveduto entro un congruo termine alla riparazione dei difetti o alla sostituzione del prodotto difettato.

Va poi precisato che, in caso di acquisto da un Apple Store o dall’Apple Online Store, il regime applicabile, compreso quello di garanzia biennale post-vendita in favore dei consumatori, obbliga direttamente la Apple (in caso di acquisti sull’Apple Online Store, la società venditrice è, più precisamente, la “Apple Sales International“, che “è una società di diritto irlandese con sede in Irlanda, con sede a Hollyhill Industrial Estate, Hollyhill, Cork, Irlanda e con numero di registrazione 157192“, così come precisato nelle condizioni generali di vendita presenti sul sito dell’AppleStore)

Fabio Bravo

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YouTube, la selezione ex ante e il controllo dei contenuti

Avevo mosso nel precedente post alcuni dubbi sull’applicazione o meno dei regolamenti AGCOM sulle WebTV (e sule WebRadio) a YouTube, ragionando sul significato di “selezione ex ante” dei contenuti nelle piattaforme UGC (User Generated Content).  La riflessione si innesta su una conversazione già avviata in rete, che vede soluzioni contrapposte, tra cui quella di Guido Scorza e di Marco Scialdone.

Marco, che ringrazio, ha avuto la bontà di lasciarmi un commento, che riporto di seguito, al quale, per l’importanza della questione e per l’ampio respiro della riposta che stavo approntando, ho preferito dare seguito con questo post.

Riporto il suo commento:

(…) personalmente non ritengo che la presentazione dei “video più popolari” integri una selezione ex ante, ma al contrario operi una mera classificazione sulla base della popolarità degli stessi.

L’attività di selezione implica necessariamente, a mio avviso, che l’operatore conoscendo i video decida prima che gli stessi vengano visualizzati quali saranno proposti e quali no (altrimenti non ci sarebbe tecnicamente “selezione”).

Nel caso dei video popolari YouTube non opera alcuna selezione, ma si limita a proporre una “classifica” sulla base delle preferenze espresse dagli utenti.

Uno dei punti cruciali sta proprio nel concetto di “selezione”. Secondo tale prospettazione l’attività di selezione implicherebbe ex se la conoscenza dei contenuti del video. Con ciò però si finirebbe per escluderedalla definzione (di selezione) l’attività con cui l’individuazione dei video venga fatta utilizzando volontariamente (coscientemente e consapevolmente) criteri in grado di operare ex ante in via automatica la scelta dei contenuti (“selezione automatica”).

L’effetto è quello di escludere la disciplina intervenendo con una interpretazione restrittiva dell’accezione tecnica di “selezione” ex ante, escludendo la selezione automatica basata sull’interazione con gli utenti per sondare l’indice di gradimento (lo “share“).

Ragionando “a voce” alta, facendovi partecipi delle riflessioni che sto maturando, mi sembra che più di un dubbio permanga. A ben guardare, infatti, la scelta di individuare automaticamente (nel senso di “selezionare” automaticamente) ex ante i video da proporre nel “catalogo” sulla base dell’indicide di gradimento riscontrato dall’interazione con gli utenti è già una realtà nella selezione dei palinsesti di TV innovative come Current_TV.

Leggendo su wikipedia la Mission e la Vision di Current TV si vede bene come il criterio di formazione dei palinsesti televisivi per la TV satellitare sia basato proprio sulla selezione automatica dei video più popolari scelti dagli utenti sul canale telematico di trasmissione:

“Current ha implementato il modello dei contenuti creati dallo spettatore (VC2 – Viewer Created Content). Per VC² (si legge “vi si squerd”) si intendono tutti quei video-contenuti ideati, prodotti e realizzati dal pubblico e che costituiscono circa il 30% della programmazione sul canale televisivo. Vengono trasmessi sul canale satellitare i video più votati dalla community internet all’indrizzo [1]. L’interazione fra Web e TV è infatti totale. Gli argomenti della programmazione televisiva riflettono i temi affrontati all’interno della community e viceversa, in uno scambio diretto e costante tra canale e sito, quest’ultimo autentico luogo d’incontro e integrazione degli utenti”.

Dunque il dubbio continuerebbe a sussistere se si rimanesse a disquisire sul requisito di “selezione ex ante” dei contenuti trasmessi sulle piattaforme di UGC e la categoria dei video più popolari, proposta da YouTube, in fondo può essere interpretata, a mio sommesso parere, come una “selezione ex ante” dei contenuti.

Tuttavia, e qui vado un po’ oltre, il problema interpretativo nell’applicazione delle norme in questione forse non concerne l’accezione tecnica di “selezione”, ma ulteriori requisiti, quali la presenza o meno di un’attività di controllo sui contenuti e il grado (la profondità) di controllo che verrebbe ad essere richiesta al provider. Qui i dubbi mi sembra si dipanano.

In questo senso può leggersi la risposta alla FAQ n. 21 ai regolamenti dell’AGCOM, ove l’Authority ha voluto precisare che

(…) affinché si determini la responsabilità editoriale, sono invece richiesti due elementi concorrenti: l’esercizio di un controllo effettivo sia sulla selezione dei programmi, ivi inclusi i programmi-dati, sia sulla loro organizzazione in un palinsesto cronologico, nel caso delle radiodiffusioni televisive o radiofoniche, o in un catalogo nel caso dei servizi a richiesta. Pertanto, i siti che non selezionano ex ante i contenuti generati dagli utenti, ma effettuano una mera classificazione dei contenuti stessi, non rientrano nel campo di applicazione della norma.

Il testo della risposta alla FAQ ricalca il dettato normativo.

Risalendo direttamente alle fonti normative, infatti, si scorge che l’art. 1, co. 1, lett. i), del Regolamento AGCOM allegato “A” alla delibera 607/10/CONS, relativo alla fornitura di servizi di media audiovisivi a richiesta, definisce espressamente la “Responsabilità editoriale“, rilevante ai fini dell’applicazione della disciplina de qua, come

“l’esercizio di un controllo effettivo sia sulla selezione dei programmi, ivi inclusi i programmi-dati, sia sulla loro organizzazione in un palinsesto cronologico, nel caso delle radiodiffusioni televisive o radiofoniche, o in un catalogo, nel caso dei servizi di media audiovisivi a richiesta”.

Il problema vero, dunque, dovrebbe concernere il concetto di “controllo effettivo” esercitato sui contenuti.

Percorrendo questa strada può sostenersi che, là dove si richiede, per ravvisare la responsabilità editoriale, che venga esercitato un controllo effettivo ex ante sui contenuti, YouTube rimarrebbe fuori dall’ambito di applicazione dei regolamenti AGCOM, ma non perché non faccia una selezione ex ante, quanto perché si limiterebbe a porre in essere una selezione ex ante senza un effettivo controllo dei contenuti.

Poiché l’art. 2, co. 1, del citato Regolamento richiede, per potersi applicare la normativa anche ai siti internet, la sussistenza di una “responsabilità editoriale”, si potrebbe concludere che il regolamento dell’AGCOM non troverebbe applicazione a YouTube se, come sembrerebbe prima facie, pur selezionando ex ante i contenuti e organizzandoli, non esercita un “effettivo” controllo sui contenuti medesimi.

Per contrastare tale interpretazione, occorrerebbe affermare che l’ “effettivo controllo” si ha qualora YouTube facesse ricorso a filtri automatici per il controllo dei contenuti, come avviene, ad esempio, in caso di filtri in grado di individuare le possibili violazioni del copyright.

Il ragionamento, si noti, finisce per allacciarsi a quello concernente la disciplina sulla responsabilità degli intermediari nella società dell’intermediazione (responsabilità dei providers) ex d.lgs. 70/2003, di recepimento della direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, in corso di revisione, nell’ambito della quale l’attività ed il grado di controllo sui contenuti assume rilievo decisivo.

Ritornerò ancora sull’argomento.

Fabio Bravo

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Google News Italia, editori di giornali, diritto d’autore e pubblicità on-line. Ecco gli atti dell’Antitrust

L’Antitrust italiana (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) si è pronunciata sul caso relativo al servizio Google News, sollevato dall’editoria giornalistica italiana.

L’istruttoria, oltre a risolvere il caso specifico, di particolare importanza per la gestione dei contenuti su Internet e per l’organizzazione dell’offerta di fornitura dei servizi nella società dell’informazione, ha un esito che coinvolge anche, de jure condendo, la materia del diritto d’autore, chiamato ad adeguarsi alle innovazioni tecnologiche.

L’antitrust individua infatti la necessità di tale adeguamento normativo e lo illustra con una specifica segnalazione al Presidente della Camera, del Senato, del Consiglio di Ministri, nonché al Ministro dello Sviluppo Economico ed al Dipartimeno Politiche Comunitarie presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ecco i documenti rilevanti sul caso in questione:

1) la Segnalazione dell’Authority (AS 787), del 17 gennaio 2011, di stimolo per il legislatore italiano sulla “Tutela dei contenuti editoriali su Internet”;

2) il Provvedimento dell’Authority con cui risolve il caso Google News Italia (A 420), Adunanza del 22 dicembre 2010;

3) gli Impegni vincolanti proposti da Google per adeguare i servizi alle prescrizioni normative a tutela del mercato e della concorrenza;

4) il Comunicato Stampa dell’Authority sul caso in questione.

Continua a leggere

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Nemesys e GPL. Arriva il codice sorgente

A seguito di un mio recente post dal titolo “Nemesys. Il software è in GPL ma la GPL non è una licena d’uso“, avuti contatti con l’Ing. Luca Rea, Responsabile del progetto, questi mi segnala in anteprima che:

1) il codice sorgente di Nemesys è ora reso disponibile on-line al seguente indirizzo:

http://code.google.com/p/nemesys-qos/

2) presto verrà inserito tale link anche all’interno del sito di progetto (MisuraInternet.it)

3) quanto prima verranno sanate le ulteriori discrepanze segnalate.

Ringrazio dunque l’Ing. Rea della Fondazione Ugo Bordoni per gli immediati riscontri e Paolo del Bene per lo stimolamente commento che mi ha rilasciato.

Fabio Bravo

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La FUB risponde: Nemesys è open source con licenza GPL

La Fondazione Ugo Bordoni, tramite il Dott. Sebastiano Trigila (Direzione delle Ricerche – FUB) che ringrazio vivamente, a fronte della richiesta di informazioni in ordine alle modalità di licencing del software Nemesys per il monitoraggio della velocità di connessione ad Internet, mi ha dato cortese riscontro tramite e-mail, facendomi sapere che la distribuzione avverrà con licenza open source e,  precisamente, in GPL.

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La risposta, che attendevo con ansia insieme a Marco Scialdone, non è tardata a pervenire, se si considerano i giorni di ferie sotto ferragosto.

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Non mi sono state indicate, però, le ragioni sulla scelta della licenza e sui motivi (se ve ne sono) che hanno portato a preferire la GPL alla EUPL.

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Va ricordato che la GPL ha un effetto virale gestito da una clausola strutturata secondo il modello di strong copyleft, che, utile nella prima fase di affermazione della licenza ed idonea al raggiungimento dei suoi obiettivi (affermazione delle libertà predicate dalla Free Software Foundation – FSF) , finisce paradossalmente ora per avere un effetto drasticamente anticoncorrenziale sulla scelta di licenze open source alternative, pur indirizzate al raggiungimento del medesimo obiettivo.

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In altre parole, le libertà che la FSF pratica in favore del codice sorgente vengono negate per la licenza, che costituisce in un certo qual senso il “codice sorgente” in cui sono contenute le “istruzioni” (clausole) per l’uso del software.

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A differenza di quanto avviene per il software, con la licenza GPL si ha paradossalmente una politica di tipo “proprietario” che, in forza della posizione dominante raggiunta sul mercato delle licenze open source, porta al problema del conflitto tra licenze open source (costringendo ad esempio i progetti nati sotto altra licenza open, come la EUPL, e che vogliono integrare porzioni di codice in GPL, ad abdicare la licenza di origine in favore della GPL, con sacrificio della libertà nell’uso della scelta delle licenze per la gestione dei rapporti tra licenziante e licenziatari).

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Sul tema ritornerò ancora.

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Certo è che l’AGCOM e la FUB hanno mostrato grande sensibilità nella scelta delle modalità di distribuzione del software ed anche chi ha commentato scetticamente l’idea che in Italia possa avanzare la cultura dell’open source ora, per fortuna, deve ricredersi.

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Fabio Bravo

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Punto-Informatico riprende il dibattito in rete sul software Nemesys. Sarà EUPL?

Su Punto-Informatico è apparso l’articolo di Claudio Tamburrino dal titolo “Banda larga, consumatori a metà“, in cui viene ripreso il dibattito instaurato da Marco Scialdone e dal sottoscritto sulla licenza del software Nemesys, per la misurazione della connessione ad Internet.

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Nel corso del dibattito ho inoltrato una richiesta di informazioni all’AGCOM ed alla Fondazione Ugo Bordoni (FUB), per avere notizie sulle modalità di licencing, auspicando che il software possa essere rilasciato in EUPL (European Union Public Licence) e comunque in licenza open source.

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La questione inizia a rimbalzare su altri network, come quello di Vivitelese.it, nelle pagine curate dal Movimento per la Difesa del Cittadino, sezione locale di Sannio Valle Telesina.

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Nell’attesa della risposta, sono felice che l’interessamento al tema inizi ad essere corale.

Spero si aggiungano altre voci.

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Fabio Bravo

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