Science Daily ha diffuso una notizia, ripresa dal Corriere, secondo cui sarebbero stati realizzati muscoli artificiali
«in grado di reagire in modo controllato a stimoli elettrici, compiendo movimenti guidati. In poche parole i muscoli artificiali sono dispositivi che si basano su leggere strisce di plastica (o di altri materiali adeguati) che si contraggono o distendono quando sono sollecitati con l’elettricità».
Precisa il Corriere che
«I muscoli artificiali sono una delle ultime frontiere nel campo della biotecnologia e il loro prossimo sviluppo potrà avere applicazioni in medicina, nella robotica e addirittura in campo militare.»
Tali nuove tecnoclogie, prosegue l’articolo, sono state illustrate dagli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory (JPL) del California Institute of Technology e altri ricercatori internazionali, come il team dell’Università di Pisa guidata da Federico Carpi, nell’ambito del simposio annuale SPIE (Smart Structures and Materials & Nondestructive Evaluation & Health Monitoring).
L’invenzione mi sembra particolarmente interessante sopratutto per le possibili applicazioni nell’ambito della robotica e della cibernetica.
Fabio Bravo
Osservo con attenzione i mutamenti sociali legati alle nuove tecnologie, tra i quali appaiono di gran lunga più significativi quelli legati al mondo dei cyborg, caratterizzati dall’integrazione uomo-macchina.
Una notizia diffusa oggi da Alessandra Carboni per il Corriere della Sera (vedi l’articolo «La memoria di un dito») riporta il caso di un programmatore che, a seguito della perdita della falangetta (falange ungueale) dell’annulare della mano sinistra, a causa di un incidente, decide di farsi impiantare una protesi mobile con impiantata un’unità di memoria USB.
Nell’articolo citato è possibile reperire il link alle foto che documentano la protesi ed al post che il programmatore in questione ha dedicato all’argomento nel suo blog personale.
Ovviamente non si ha un vero e proprio caso di integrazione uomo-macchina, dato che si tratta di protesi mobile e il drive USB non è in grado di dialogare o interagire con il sistema «uomo».
Tuttavia il caso rimane interessante perché lascia presagire possibili sviluppi delle integrazioni uomo-macchina, ove le unità di memoria venissero installate sul corpo umano unitamente ai microchip già sperimentati, ad esempio, da Kevin Warwick.
Fabio Bravo
Noel Sharkey, professore di Computer Science all’Università di Sheffield, lancia un monito, raccolto da Giovanni Caprara per il Corriere della Sera nel suo articolo «2011, l’invasione dei robot»:
«I robot stanno per diventare un pericolo, dobbiamo pensare a come difenderci».
L’attenzione del Prof. Sharkey è rivolta non solo alla robotica, ma anche alle conseguenze che la sua massiva introduzione porterà nel nostro sistema sociale ed economico.
L’impatto dell’uso degli androidi sarà sicuramente senza precedenti e produrrà conseguenze irreversibili. Lo stato della tecnica è particolarmente avanzato, molto più di quanto non si riesca a credere.
Non si ha, infatti, la percezione di quanto avanti siano le ricerche scientifiche e non appena il progresso sarà accompagnato da possibilità di una più vasta commercializzazione dei prodotti ora allo stato prototipale, ma che presto saranno perfezionati in versione definitiva, avremo un’ambiente profondamente mutato.
Sharkey avverte sul rischio che l’uso degli androidi porti ad affrontare a breve rischi nuovi per la società, visto che potrebbero poi sfuggire al controllo.
Occorrerà allora ripensare fin da subito, prima che il «poi» diventi realtà, a come affrontare il rischio, per l’uomo, della perdita di controllo sugli androidi.
L’articolo di Caprara è sottile, perché coglie anche un altro aspetto del timore di Sharkey, quello legato a chi dovrà stabilisce come controllare gli androidi e la loro introduzione nella società civile. Infatti, se questa non prende coscienza del problema fin da ora, potrà capitare a breve che le regole vengano dettate solamente dal mondo militare e da quello industriale, senza alcun equilibrio con le possibili diverse esigenze di chi dovrà relazionarsi con un robot antropomorfo usato per i servizi domestici, per esigenze di compagnia e divertimento o per impieghi in altre realtà come esercizi commerciali, musei, case di cura, etc.
Questi decisivi mutamenti sociali, che realizzeranno le visioni di Isaac Isimov e ci costringeranno presto a confrontarci con le sue famose leggi della robotica, appaiono vicini se si pensa alle statistiche diffuse dalla International Federation of Robotics (IFR), all’esito dello studio «World Robotics 2008», ove si è avuto modo di precisare che
At the end of 2007 about 1 million industrial robots and 5.5 million service robots were worldwide operating in factories, in dangerous or tedious environment, in hospitals, in private houses, in public buildings, underwater, underground, on fields, in the air, in the space – robots are everywhere! Up to the end of 2011 more than 17 million service robots and 1.2 million industrial robots will populate the world, reports the IFR Statistical Department in the new study “World Robotics 2008”, which was published on October 15, 2008.
Rimando alla lettura integrale dell’articolo di Caprara per una migliore percezione del problema. Qui mi limito a citare alcune parti:
la maggior parte la ritroveremo in ambienti di vita familiari, domestici o che comunque frequentiamo nella nostra quotidianità. «Le indagini ci dicono che ormai molti bimbi preferiscono il robottino al tradizionale orsacchiotto di peluche—nota Sharkey in un articolo pubblicato sulla rivista americana Science —, che numerosi anziani sono seguiti nelle case di cura e in alcuni ospedali da robot, aiutandoli nella loro indipendenza e ricordando loro quando prendere le medicine. Ma anche nei musei, oltre ovviamente alle fabbriche, i robot sono sempre più presenti. Quindi significa che gli umani passano sempre più tempo in compagnia dei robot affrontando rischi che non possiamo ignorare e finora sottovalutati». Proprio l’esplosione nella quantità di queste macchine e soprattutto la loro intelligenza sempre più sofisticata amplia, infatti, la possibilità che possano sfuggire al controllo. E che il loro software li porti a compiere azioni pericolose non previste, frutto di anomalie o errori dei sistemi.
(…)
«Se non si interviene—sostiene allarmato Sharkey — finirà che le decisioni circa le applicazioni dei robot saranno prese dai militari e dagli industriali che li producono invece che da organismi internazionali che considerano prima di tutto il cittadino». E per dare la dimensione di quanto la robotica sia ad esempio ormai diffusa negli ambienti militari in impieghi terrestri e aerei ricorda che in Iraq i robot di diverso tipo utilizzati sono quattromila. Complessivamente i robot in grigioverde oggi sono il 25 per cento di tutti i robot di servizio attivi. Ma Sharkey aggiunge pure un’altra preoccupazione: «La tecnologia — nota — nonostante sia sempre più sofisticata è diventata più economica e consente già di realizzare in casa dei marchingegni automatici da utilizzare come sistemi di offesa a scopo terroristico». La crescita ha trasformato ovviamente i robot anche in un gigantesco affare: il mercato mondiale ha raggiunto il valore di 18 miliardi di dollari, un terzo del quale è rappresentato dai robot industriali.
(…)
L’area tuttavia in cui si prevede il maggior sviluppo è quella del robot di intrattenimento e piacere che quasi triplicheranno rispetto ad oggi. Ciò significa che il contatto con questa tecnologia diventerà davvero intimo e sempre più protagonista delle nostre abitazioni. Valutare i rischi e scrivere regole adeguate di prevenzione e tutela da parte degli umani che devono interagire sarebbe dunque necessario. Ma sarebbe altrettanto utile per i produttori, i quali finalmente disporrebbero così di riferimenti precisi entro i quali salvaguardare diritti e necessità.
Nei successivi post Vi indicherò esempi concreti su come la robotica sta progredendo.
Poi, cercheremo di tracciare un ragionamento per ciò che concerne le scelte giuridiche.
Vi segnalo questo interessante progetto di ricerca sia sulla comunicazione tra robots che su quella tra robots ed esseri umani, portato avanti dall’Università di Bologna.
Il nome del progetto è «ROSSI» ed è l’acromino del suo titolo in inglese, che per esteso è «Emergence of communication in RObots through Sensorimotor and Social Interaction».
Come riportato anche sul sito dell’Università di Bologna,
This project is focused on the development or emergence of communication between robots and between robots and humans. In particular, the project will address the question of how critical it is for communicating agents to share the same general view of the world. Agents possessing different sensory and motor systems may have different views of the world and therefore may have difficulties in communicating. We will explore to what extent and which aspects of world models must be shared in order to facilitate communication between between robots and humans.
We wish to increase understanding of the requirements of affordance based world models, shared models and communication provided by such models.
Recent neurophysiological data have shown
that in the premotor cortex there are two sets of neurons: one active during the execution of specific object-directed actions and also responding to the visual presentation of the object that recruits the specific action coded motorically by the neuron (canonical neurons); the other that respond to the visual presentation of actions done by others and to their corresponding verbal labels in the same way as they respond when the action is done by the organism (mirror neurons).This neurophysiological evidence is the platform on which it is possible to construct robots that are able to communicate and co-operate with people, based on understanding of objects, actions, and processes in their environment. The focus of this project is the construction of robots that are able to process simple commands (words referred to actions acting upon objects and specifying objects) and to respond appropriately by interacting with different kinds of objects and entities in their environment. To pursue this goal an interdisciplinary team has been assembled, including psychologists, neuroscientists, computer scientists and robotics engineers.
Il coordinamento scientifico del progetto è affidato all’Università di Bologna – Dipartimento di Psicologia (Responsabile Scientifico: Prof.ssa Anna Maria Borghi).
Al progetto, che ha carattere internazionale, partecipano : Università di Bologna (Italy); Università di Parma (Italy); Hggsklan I Skovde (Sweden); Universitaet zu Luebeck (Germany); Middle East Technical University (Turkey); Aberystwyth University (UK).
Questo è il sito del Progetto.
A questo link, invece, sono disponibili le pubblicazioni in PDF, per chi desiderasse immergersi negli approfondimenti.
Ho già avuto modo di segnalare le due innovazione del 2008 che mi hanno colpito di più tra quelle apparse nella top-ten stilata dal Wired.
Dopo essermi soffermato sui Chip edibili, in questo post riprendo il discorso per qualche spunto di riflessione sull’invenzione delle Memristor.
Frutto di ricerche effettuate presso i laboratori di HP, le Memristor (ovvero «Memory Resistor») sono destinate a soppiantare le RAM, attualmente in uso su ogni computer. A differenza di queste ultime, le Memristor consentono di mantenere in memoria i dati trattati ed i processi effettuati dal computer prima dell’operazione di spegnimento.
A parte il recupero in termini di efficienza (per via del fatto che l’accensione del PC sarà istantanea, senza necessità di attendere gli attuali lunghi tempi di avvio), ciò che più mi colpisce è la possibilità di replicare una delle caratteristiche fondamentali del cervello umano: mantenere la memoria di ciò che si sta facendo, senza dover ripartire sempre da capo.
Le Memristor, infatti, sono una sorta di RAM non volatile, che consente di riprendere l’operatività del PC dal medesimo punto in cui lo si è lasciato. Le applicazione che ne possono derivare sono molteplici ed al limite del futuribile.
Questo tipo di tecnologie lascia ampio spazio alle applicazioni cibernetiche e robotiche, volte a replicare le funzionalità del cervello umano o del comportamento umano (sul tema si veda, ad esempio, il Programma SyNAPSE del DARPA, di cui ha fatto il resoconto Luca Annunziata su Punto-Informatico).
Con questa premessa, ripromettendo di proseguire il discorso sull’evoluzione delle tecnologie per discutere su come si sta evolvendo la nostra società (Information Society) e su come andrebbe affrontato il discorso giuridico per regolamentarla (ICT Law), riporto di seguito i passaggi che più mi hanno colpito dell’articolo della rivista Wired sulle Memristor, lasciandovi al link che vi ho segnalato per una lettura completa:
Researchers at HP Labs have built the first working prototypes of an important new electronic component that may lead to instant-on PCs as well as analog computers that process information the way the human brain does.
(…)
Researchers believe the discovery will pave the way for instant-on PCs, more energy-efficient computers, and new analog computers that can process and associate information in a manner similar to that of the human brain.
According to R. Stanley Williams, one of four researchers at HP Labs’ Information and Quantum Systems Lab who made the discovery, the most interesting characteristic of a memristor device is that it remembers the amount of charge that flows through it.
Indeed, Chua’s original idea was that the resistance of a memristor would depend upon how much charge has gone through the device. In other words, you can flow the charge in one direction and the resistance will increase. If you push the charge in the opposite direction it will decrease. Put simply, the resistance of the devices at any point in time is a function of history of the device –- or how much charge went through it either forwards or backwards. That simple idea, now that it has been proven, will have profound effect on computing and computer science.
“Part of what’s going to come out of this is something none of us can imagine yet,” says Williams. “But what we can imagine in and of itself is actually pretty cool.”
For one thing, Williams says these memristors can be used as either digital switches or to build a new breed of analog devices.
For the former, Williams says scientists can now think about fabricating a new type of non-volatile random access memory (RAM) – or memory chips that don’t forget what power state they were in when a computer is shut off.
That’s the big problem with DRAM today, he says. “When you turn the power off on your PC, the DRAM forgets what was there. So the next time you turn the power on you’ve got to sit there and wait while all of this stuff that you need to run your computer is loaded into the DRAM from the hard disk.”
With non-volatile RAM, that process would be instantaneous and your PC would be in the same state as when you turned it off.
Scientists also envision building other types of circuits in which the memristor would be used as an analog device.
Indeed, Leon himself noted the similarity between his own predictions of the properties for a memristor and what was then known about synapses in the brain. One of his suggestions was that you could perhaps do some type of neuronal computing using memristors. HP Labs thinks that’s actually a very good idea.
“Building an analog computer in which you don’t use 1s and 0s and instead use essentially all shades of gray in between is one of the things we’re already working on,” says Williams. These computers could do the types of things that digital computers aren’t very good at –- like making decisions, determining that one thing is larger than another, or even learning.
While a lot of researchers are currently trying to write a computer code that simulates brain function on a standard machine, they have to use huge machines with enormous processing power to simulate only tiny portions of the brain.
Williams and his team say they can now take a different approach: “Instead of writing a computer program to simulate a brain or simulate some brain function, we’re actually looking to build some hardware based upon memristors that emulates brain-like functions,” says Williams.
(…)
Una pubblica dimostrazione sul funzionamento delle interfacce uomo-macchina, basate sulla sola attività cerebrale (Brain-Computer Interface), è stata data nel corso della puntata di Elisir del 28 dicembre 2008 su Rai Tre.
Nella puntata è andato in onda un servizio con immagini girate presso i Laboratori della Fondazione Santa Lucia di Roma (ove ha sede il laboratorio di «Modellistica e di Immagini NeuroElettriche e di Interfacce Cervello Computer»). Le immagini venivano commentate in diretta dal Prof. Fabio Babiloni, del dipartimento di Fisiologia e farmacologia della Sapienza, che partecipa attivamente alla ricerca.
Nel servizio e nel collegamento televisivo, preannunciato nel post «domotica e impulsi cerebrali», si è potuto vedere come, grazie alla sola attività cerebrale, è possibile:
a) muovere una mano robotica, facendole compiere diverse azioni e facendole fare diversi tipi di presa (con la mano concava, per prendere una palla; a pinza, per prendere piccoli oggetti; con il pollice in opposizione all’indice piegato, per prendere un CD, etc.);
b) compiere attività su dispositivi di una stanza domotica (spegnere ed accendere una luce; impartire istruzioni ad un piccolo robot che emula un animale domestico e che, con una telecamera montata sulla testa, è in grado di far visualizzare le immagini a chi ha deficit motori; aprire porte).
L’esempio che è stato rappresentato nei laboratori della Fondazione Santa Lucia era quello di una paziente che, rimanendo davanti ad uno schermo con degli elettrodi sulla testa, impossibilitata a muoversi, riusciva (in occasione di una visita ricevuta) sia ad aprire la porta con la sola attività cerebrale, sia a controllare sul monitor le immagini acquisite dalla telecamera installata sul robot che la paziente stessa aveva inviato in direzione della porta.
L’attività cerebrale, come si è potuto constatare dal servizio, veniva raccolta e trasmessa all’elaboratore elettronico attraverso elettrodi raccolti in una fascia morbida, che si adattava e si posizionava sulla testa come fosse la struttura di un caschetto aperto. Il sistema aveva anche un’altra periferica, costituita da un monitor, che nella dimostrazione era di grandi dimensioni e posizionato su una scrivania. Il monitor recava la rappresentazione di diverse immagini, raccolte una accanto all’altra come grandi tessere di un mosaico o, meglio, come quadrati di una griglia.
Ogni immagine posizionata in una porzione dello schermo corrispondeva ad un’azione da far eseguire al sistema elettronico.
Nel caso della mano robotica a ciascuna immagine era correlata un certo tipo di presa, fatta eccezione per l’immagine che rappresentava delle «zzz…» (ad indicare il rumore emesso da una persona dormiente), che corrispondeva alla posizione di stasi della mano robotica.
Nel caso della stanza domotica, invece, le immagini rappresentate nelle diverse porzioni dello schermo erano associate ad azioni diverse (es. accendere la luce, spegnere la luce, aprire la porta, etc.).
Per azionare i comandi corrispondenti ad una qualsiasi delle immagini rappresentate sullo schermo, il soggetto munito di elettrodi doveva semplicemente concentrare la propria attenzione sulla porzione dello schermo che conteneva la relativa immagine. Il sistema elettronico, come quando si posiziona il puntatore di un mouse su un’icona visualizzata nello schermo di un normale computer, era in grado di rilevare, attraverso il trattamento dei dati provenienti dall’attività cerebrale, quale fosse l’immagine selezionata e, conseguentemente, quale azione avrebbe dovuto eseguire.
Le istruzioni al sistema elettronico, ha precisato Fabio Babiloni, non venivano impartite dall’utente attraverso il movimento degli occhi, ma solamente dall’attività cerebrale compiuta nel momento in cui il soggetto concentra la propria attenzione su un’immagine o su un’altra tra quelle a disposizione sullo schermo.
I Prossimi passi della ricerca saranno volti a miniaturizzare le apparecchiature usate o, comunque, a renderle meno visibili (es.: gli elettrodi si potrebbero tenere nascosti tra i capelli, mentre lo schermo da utilizzare potrebbe essere quello di un cellulare o di un apparecchio dedicato, di dimensioni ed aspetto simili a quelli del cellulare). Ulteriore obiettivo, ovviamente, è anche quello di diffondere tali tecnologie negli ambienti domestici di quanti ne possano trarre utilità.
La ricerca nasce, infatti, per soddisfare le esigenze di chi, anche in giovane età, è costretto a confrontarsi con le difficoltà quotidiane dovute a deficit motori o a disfunzioni conseguenti a patologie, malattie, incidenti o infortuni.
Da quanto si è potuto vedere, si tratta di interfacce BCI (Brain-Computer Interface) monodirezionali. Infatti il segnale viene trasmesso dal cervello alla macchina e non anche viceversa dalla macchina al cervello.
Si tratta, poi, di tecnologie non invasive, dato che non implicano alcuna installazione nel corpo umano. Diversamente dai fenomeni di ibridazione uomo-macchina sperimentati da Kevin Warwick, l’interazione brain-computer non richiede alcun intervento chirurgico.
A questa ricerca, sicuramente preziosa e meritevole di grande attenzione come già lo è stato da parte di testate come “la Repubblica” e “La Stampa“ , se ne affiancano altre analoghe, sulle quali avremo modo di soffermarci in seguito.
Una cosa è chiara. La nostra società è destinata a rapide trasformazioni grazie alla tecnologia.
L’integrazione tra uomo e computer è stata sperimentata, al di là della domotica, anche con altre applicazioni. Dal 1998, ad esempio, vengono condotte ricerche e sperimentazioni concrete di ibridazione uomo-macchina da Kevin Warkick, celebre scienziato e professore di cibernetica all’Università di Reading, in Inghilterra.
I suoi esperimenti sono celebri anche per i dilemmi etici che pongono. La tecnologia usata prevede tecniche di impianto di microchip sottocutanei, innestati con le terminazioni nervose presenti nel corpo umano.
Gli esperimenti hanno avuto come primo obiettivo quello di fare in modo di arricchire le funzionalità dell’uomo attraverso l’interazione con gli apparati elettronici.
Nel corso del tempo gli esperimenti condotti da Warwick sono stati sempre più ambiziosi, giungendo ad unire tecnologie di ibridazione uomo-macchina con tecnologie telematiche e robotiche. Nel 2002 Kevin Warwick, dagli Stati Uniti ha telematicamente comandato, mediante impulsi cerebrali raccolti da un microchip installato sul suo avambraccio, un braccio robotico presente nel suo laboratorio inglese (si veda anche il resoconto di Alessandra Retico, per la Repubblica, in questo post dell’11.11.2002).
Ulteriori esperimenti sono legati alla percezione dei segnali in entrata ed alla loro decodificazione da parte del cervello umano, dopo essere passati per il microchip installato chirurgicamente sottopelle. Un test è stato effettuato tra Kevin Warwick e sua moglie, che hanno tentato un primo esperimento di comunicazione da cervello a cervello con la sola intermediazione dei chip rispettivamente impiantati nel loro corpo, con l’obiettivo di emulare una sorta di conversazione telepatica.
Le possibilità che si aprono sono tante. C’è chi (e tra questi anche Warwick) ipotizza l’avvento dei cyborg come naturale evoluzione della specie umana, che sarà dominata da chi accetterà di ibridarsi con le macchine.
Sicuramente la società è destinata a cambiare radicalmente ed a subire una metamorfosi profonda, strutturale, senza precedenti. Queste tecnologie, oltre alla creazione di una super-specie umana, sono attese anche come benefiche per chi si trova ad affrontare il dramma esistenziale di disfunzioni fortemente invalidanti. Occorre però capire fino a che punto è possibile utilizzare ciò che il progresso tecnologico consente.
È bene che se ne parli, per evitare di trovarci, come spesso avviene, di fronte ad una tecnologia che potremmo essere costretti a subire senza esserci organizzati per scegliere le modalità del suo utilizzo.
Vi segnalo, sull’argomento, l’interessante intervista (MP3) effettuata da Margherita Fronte a Kevin Warwick in occasione del Fiera Internazionale dell’Editoria Scientifica di Trieste ad aprile del 2008, nonché l’intervento integrale di Warwick, documentato dalla WebTV della Regione Autonoma Friuli-Venezia-Giulia.
Vi prego di notare, sia nell’intervista in MP3, sia nell’inotrduzione all’intervento di Warwick sulla WebTV, la centralità del tema relativo alla gestione dei mutamenti prodotti dal progresso tecnologico sull’information society.
La tecnologia e la sua incidenza sull’ambiente determina anche modifiche ai comportamenti ed apre possibilità nuove, prima impensabili. Si assiste, così, ad un’evoluzione inarrestabile. Questo aspetto è un tratto particolarmente rilevante dell’information society. Spesso le innovazioni tecnologiche sono in grado di offrire fantastiche opportunità all’uomo che se ne serve.
Di grande impatto è sicuramente la ricerca sugli ambienti domotici controllati da soli impulsi cerebrali, portata avanti da un team di neurologi, neurofisiologi e bioingegneri guidato da Fabio Babiloni, del dipartimento di Fisiologia e farmacologia della Sapienza, e da Maria Grazia Marciani, professoressa di neurologia di Tor Vergata.
L’ambiemte domotico realizzato in questa ricerca è in grado di attivare dispositivi come TV, cellulare, porte automatizzate, luci, videocamere, robot mobili, etc., mediante il riconoscimetno dell’attività elettrica cerebrale.
La notizia è stata diffusa sul sito della Sapienza – Università di Roma, in vista di un apposito collegamento alla trasmissione Elisir, che andrà in onda domenica 28 dicembre 2008 alle ore 21,30 su Rai Tre.
Dal sito della Sapienza si legge che la ricerca, realizzata in collaborazione con la Fondazione Santa Lucia, prosegue da dieci anni grazie ai finanziamenti di enti nazionali e internazionali (VII programma quadro europeo, progetto Tobi e Smart4all) e di fondazioni private (fondazione Telethon e fondazione Bnc), ha lo scopo di generare nuovi ausili per coloro che, a causa di patologie neurodegenerative o traumatiche, possono perdere o hanno perso del tutto il controllo volontario dei muscoli e con esso la capacità di comunicare con l’esterno. Lo sviluppo dell’ambiente domotico intende così mettere a punto una serie di tecnologie, incluse le interfacce fra cervello e computer, in grado di sostituirsi ai nervi periferici e ai muscoli. L’intento è quello di diminuire il livello di dipendenza dagli altri nelle attività della vita quotidiana e ridare alla persona un senso di privacy nella comunicazione e cura della propria persona
La notizia è stata ripresa anche da La Repubblica, ove si precisa che
Lo sviluppo dell’ambiente domotico intende così mettere a punto una serie di tecnologie, incluse le interfacce fra cervello e computer, in grado di sostituirsi ai nervi periferici e ai muscoli. Il prossimo passo, annuncia Fabio Babiloni è rendere invisibile il sistema, con l’abolizione della cuffia sostituita da piccolissimi elettrodi senza fili incollati sul cuoio capelluto, che comunicano con il computer grazie al sistema wireless. Il progetto, rivela Babiloni, ha catturato l’interesse anche dell’Agenzia Spaziale Europea “per un possibile sviluppo di un ambiente domotico di questo tipo anche nello spazio”.
Sicuramente tornerò a parlare di quest’argomento, che sto seguendo da tempo.
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