Cibernetica

Cyborg. Braccia artificiali controllate con la mente installate su paziente

Un paziente che aveva perso le braccia a seguito di un incidente ha ora la possibilità di utilizzare braccia e mani artificiali, collegate con il proprio sistema nervoso, comandate direttamente con gli impulsi provenienti dal proprio cervello. L’esito, positivo, è stato possibile grazie ad un intervento chirurgico di reinnervazione muscolare mirata. Dagli esperimenti scientifici (e la memoria va a quelli di Kevin Warwick - sin da Cyborg 1.0 del 1998 e Cyborg 2.0 del 2002) si passa dunque alle applicazioni operative, su pazienti, che per la verità non sono nuove, ma si stanno iniziando a sviluppare ora con maggiore frequenza. Il risultato medico è notevole. Un altro passo verso l’era dei cyborg.

Fabio Bravo | www.fabiobravo.it

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Su Google Books: Contrattazione telematica e contrattazione cibernetica

E’ consultabile su Google Books il mio volume dal titolo “Contrattazione telematica e contrattazione cibernetica“, edito da Giuffrè nel 2007, con la presentazione del Prof. Guido Alpa. Il volume riproduce per intero la mia tesi di dottorato di ricerca in “Informatica giuridica e diritto dell’informatica”  presso l’Università di Bologna, con la quale ho vinto la terza edizione del premio Frosini (verbale).

Fabio Bravo

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Robonaut 2. La robotica va avanti

La robotica sta facendo passi notevoli. Robonaut 2 è frutto dell’attività di ricerca della NASA in partnership con GM. Notate la capacità di precisione dei movimenti del robot, in grado di maneggiare anche la carta senza romperla o di stringere una mano senza fare male e, quando serve, di impiegare una forza sovrumana.

Nel casco sono installate telecamere in grado di “vedere” anche di notte, individuare oggetti e persone ferme ed in movimento, interagire con loro.

Sul sito della NASA è disponibile la presentazione interattiva di Robonaut 2. e la scheda con le caratteristiche.

Il passaggio dall’impiego aerospaziale dei robot umanoidi a quello civile, nella vita quotidiana sulla terra, è breve. Andranno ripensate le norme giuridiche e risolte alcune questione etiche. Occorrerà anche essere preparati culturalmente all’impatto che tali tecnologie avranno sul tessuto sociale (ad esempio in ambito familiare ed in quello lavorativo).

Fabio Bravo

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Arti bionici: dalla ricerca alla vita quotidiana. Problemi applicativi e responsabilità tra biotecnologie, bioetica e diritto

Ricorderete gli esperimenti cibernetici di Kevin Warwick, con il progetto “Cyborg”, che si era fatto impiantare un chip sotto pelle e, collegato con le proprie terminazioni nervose, era riuscito, tramite il pensiero, a comandare un bracio meccanico ed a spostare una sedia a rotelle.

Accanto a queste invezioni vi sono due percorsi: da una parte si tenta di aiutare nelle difficoltà quotidiane chi deve fare i conti con delle menomazioni fisiche; dall’altra parte v’è anche chi ipotizza la nascita dell’uomo bionico, come una sorta di evoluzione rispetto all’uomo normodotato. Con le nuove tecnologie, infatti, per la prima volta le applicazioni artificiali di tipo cibernetico possono portare veramente all’avvento dei cyborg, in parte uomoni e in parte robot, in grado di avere prestazioni superiori rispetto all’uomo senza ibridazioni robotiche.

Insomma, l’ibridazione uomo-macchina è realtà e può consentire, invero, una vista ed un udito migliori, una velocità di corsa superiore, una forza maggiore e così via, a seconda della tecnologia di cui si fa uso.

C’è chi ipotizza come normale il fatto che persone priva di handicap e di disfuzioni possano ricorrere volontariamente all’ibridazione con macchine, per diventare volontariamente cyborg o super-uomini, dotandosi di super-poteri.

C’è anche chi, proseguendo su questa scia, pensa che l’uomo ibridato sia destinato a sostituire l’uomo non ibridato, nella linea evolutiva, per cui quest’ultimo, in buona sostanza, sarebbe una specie non evoluta del primo. L’uomo ibridato, divenuto cyborg per scelta o per necessità, sarebbe in questo senso un soggetto superiore, dominante, rispetto a chi non sarà disposto ad ibridarsi.

Warwick ipotizzava che presto il sistema consentirà, ad esempio, di guidare un’automobile con la sola forza del pensiero.

Un recente fatto di cronaca, purtroppo tragico, segna l’evidenza di come le visioni che appaiono fantascientifiche siano più reali di quanto non si possa pensare.

Un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma di Elmar Burchia, dal titolo “Muore in un incidente il primo uomo con arto bionico adatto alla guida“, si sofferma sul caso di

Christian Kandlbauer, un ragazzo austriaco di 22 anni al quale furono amputate entrambe le braccia (…)

Precisando che

è stato (…) il primo paziente europeo a ricevere un arto bionico comandato direttamente dal cervello.

Si tratta di speciali protesi tecnologiche, con ibridazione uono-macchina:

il suo arto sinistro era un robot metallico con tanto di cavi, microchip e caricabatteria. La protesi super-tecnologica da diversi milioni di euro imitava in modo stupefacente un arto naturale. Con quel braccio bionico guidato dal pensiero, un prodigio della tecnica, il giovane aveva ritrovato un’esistenza normale: aveva ricominciato a lavorare e guidare.

Ed ancora:

i medici della Technische Universität di Graz assieme agli ingegneri della società Otto Bock, specializzata in tecnologia medica, gli applicarono due speciali protesi.

Il dato soprendente, che distingue l’ibridazione uomo-macchina dalle altre protesi non cibernetiche risulta proprio nell’interazione tra sistema nervoso, impulsi cerebrali e animazione della protesi, con possibilità di innescare flussi non solo in uscita (cervello-terminazioni nervose-chip-braccio robotico), al fine di comandare il movimento della protesi attraverso gli impulsi cerebrali, ma anche in entrata (braccio robotico, chip, terminazioni nervose, cervello), al fine di restituire al soggetto la percezione del movimento.

Così prosegue l’articolo:

Con il braccio sinistro riusciva di nuovo a sentire; l’arto bionico era anche in grado di riconoscere la volontà del soggetto ed eseguire gli ordini motori del cervello in tempo reale.

L’avvento della cibernetica e l’ibridazione uomo-macchina, che rende l’uomo un cyborg, porta anche problemi giuridici di non poco conto.

Tra questi v’è anche il profilo delle responsabilità per i disfunzionamenti dei risultati dell’ibridazione.

Il giovane con il braccio bionico comandato dal cervello, che era riuscito a superare l’esame per il rilascio della patente con l’arto artificiale, purtroppo ha avuto martedì scorso un incidente con la propria automobile, perdendo la vita.

Nell’articolo si precisa che

La polizia stradale ha spiegato che è impossibile affermare se l’incidente sia stato causato da un problema di controllo degli arti artificiali del giovane.

La vicenda fa però comprendere le seguenti cose:

a) l’avvento dei cyborg non è finzione filmica, non è fantascienza cinematografica, ma è realtà;

b) la reale presenza di cyborg deve farci riflettere sulle questioni bioetiche connesse all’ibridazione uomo-macchina, anche in ragione alle teorie, discusse, che intravedono nel ricorso volontario alle tecnologie ibridanti (cyborg per scelta) il nuovo anello della catena evolutiva umana, destinato a soppiantare quello attuale. Possono apparire distanti, ma il progresso scientifico e tecnologico galoppante porteranno presto, forse nei prossimi decenni, a paventare come serio il rischio connesso ad ideologie inneggianti a razze o specie superiori;

c) la reale presenza dei fenomeni ibridativi uomo-macchina (cyborg) deve farci riflettere anche sui problemi giuridici connessi al funzionamento o al disfunzionamento di queste nuove tecnologie ed al regime giuridico di responsabilità per danni arrecati ai soggetti ibridati, ai prossimi congiunti ed a soggetti terzi.

Fabio Bravo

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Self-driving cars. L’eccellenza italiana dell’Università di Parma, prima di Google

A seguito del post sulle self-driving cars, ove segnalavo che in realtà la notizia diffusa dai media, secondo cui Google starebbe approntando, quale novità assoluta, “un’auto che si guida da sola”, aveva dei precedenti noti in ambito mondiale ed europeo, in prestigiose università e centri di ricerca mondiali, ove l’europa non è certo da meno.

Anche in Italia abbiamo ricerche di grande rilievo in questo settore. Ringrazio vivamente Giuseppe Gungui, che mi ha rilasciato un apposito commnento, per aver proposto diversi link ed alcuni ulteriori video sugli importanti risultati dei progetti dell’Università di Parma, che vorrei riproporvi affinché non passi inosservata l’eccellenza italiana.

Sono contento della segnalazione avuta, che mi dà l’occasione di dimostrare, in questi giorni così difficili per il mondo accademico (in relazione alle discusse proposte di riforma universitaria ed ai drastici tagli che hanno colpito il mondo accademico) quanto sia capace la ricerca sviluppata nelle Università del nostro Pasese, che merita di essere alimentata se volgiamo che lo sviluppo economico dell’Italia decolli definitivamente.

Ecco i link proposti:

1) Overland

Quattro veicoli elettrici guidati in modo automatico da computer, una sfida in bilico tra l’Avventura e la fantascienza con un occhio di riguardo all’ambiente. Da Agosto a Novembre 2010 lungo i 15000 chilometri che separano Milano e Shangai proiettati verso Expo 2015. Tutto questo è reso possibile dall’incontro tra Overland e il Vislab dell’Università di Parma con la collaborazione di Gazpromneft lubricants. Un’avventura unica con molteplici obiettivi scientifici, compresa una mappa dell’inquinamento da CO2 nei paesi attraversati.

2) VisiLab

VisLab is a spinoff company of the University of Parma; it is involved in basic and applied research, developing machine vision algorithms and intelligent systems for different applications, primarily for the the automotive field.

Many results are considered worldwide milestones in vehicular robotics. VisLab, thanks to its almost-20-ys-old history, is also developing its own products for the automotive market.

3) ARGO

4) VisiLab. Dimostrazione (BRAiVE)

5) Progetto ARGO nel 1998

6) Progetto ARGO nel 1999

Che sia di buon auspicio per le sorti future dell’Università italiana, che, quanto a intelligenze e capacità, nulla ha da invidiare a quelle estere. Se solo fosse oggetto di maggior considerazione nelle scelte, anche economiche e finanziarie, di Governo potrebbe ben esercitare quel ruolo trainante per il benessere economico, sociale e culturale del nostro Paese che le è proprio.

Fabio Bravo

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Self-driving cars. Quella di Google non è una novità esclusiva

Un articolo pubblicato su La Stampa ha per titolo “Google lancia l’auto che si guida da sola“.

Come noto spesso negli articoli dei quotidiani e della Stampa in particolare, ciò che proviene da Google sembra brillare più degli altri. Che Google innovi molti sono d’accordo, ma occorre un po’ di accortezza nel lanciare certi messaggi, altrimenti, chi non è addentro al mondo della ricerca nel settore tecnologico, rischia di avere informazioni fuorvianti.

Nel predetto articolo apparso oggi (11 ottobre 2010),  si legge chiaramente quanto segue:

È il desiderio di tantissimi automobilisti: salire a bordo di una macchina che si guida da sola. Ora però, grazie a Google, questo che sembrava un sogno da film di fantascienza è diventato realtà. Anche stavolta la tecnologia è riuscita a realizzare le suggestioni di scrittori e cineasti visionari. In particolare, a immaginare una macchina di questo tipo, era stato prima Stephen King, poi John Carpenter che ha tradotto nel grande schermo la sua idea. Il film, come il romanzo, del 1983, si chiamava, «Christine, la macchina infernale». Racconta proprio le vicende di un’auto che, come un essere vivente, si muove e agisce in modo autonomo (…).

Quella che in realtà appare un’invenzione di Google, è oggetto di studi e di ricerche, con ottimi risultati, nelle università e nei centri di ricerca di tutto il mondo, oltre che nei laboratori delle principali case automobilistiche. Gli esempi non mancano neanche in Europa.

I progetti sono numerosi. Di seguito mi limito ad indicarne alcuni.

In questo PDF c’è un articolo scientifico, dal titolo significativo “CyberCars: Past, Present and Future of the Technology elaborato nell’ambito di un importante progetto finanziato dall’UE sulle CyberCars.

Alcuni dei quali sono frutto di una semplice ricerca su YouTube, altri mi erano noti da molto tempo:

Ed ancora:

L’articolo continua precisando che

Secondo il New York Times, l’automobilista, o sarebbe meglio parlare di passeggero, si siede normalmente al suo posto ed è comunque in grado di prendere il controllo della manovra in ogni momento. Per il blog del famoso motore di ricerca, il dipartimento della Motorizzazione della California ha già autorizzato la circolazione di queste auto, a patto che non circolino da sole. La stessa Google ha informato la polizia del ’Golden State’ sulla loro invenzione, assicurando sempre la presenza di una persona a bordo, in grado di correggere ogni eventuale difetto. Dall’esterno, questa ’Google car’, appare come una normale Toyota Prius, che ha sul tetto uno strano cilindro.

Se la Google Cyber-Car appare come una normale Toyota Prius, allora si potrebbe dubitare che sia una loro invenzione. Su YouTube, infatti, c’è un video non recentissimo della Toyota Self-Driving Car:

Oltre alla GM, alla Toyota, anche le case automobilistiche europee hanno le loro Cyber Cars (Self-Driving Cars).

Di seguito alcuni link video che attestano il risultato di ricerche per la BMW e per la VW, con il modello Golf, che evidenziano come le tecnologie in questione possono ben essere utilizzate senza pregiudicare una guida sportiva:

1) BMW (video)

2) VW (Golf) (video).

Qui altri interessanti video (da scaricare) nell’ambito del progetto “Cyber-Car2″.

L’articolo termina con queste parole:

Il progetto e stato sviluppato da Sebastian Thrun, 43 anni, direttore del Stanford Artificial Intelligence Laboratory, ingegnere della Google e co-invetore del famosissimo programma Street View. Secondo le stime più ottimistiche ci vorranno almeno altri otto anni per mettere a punto questo tipo di vettura al livello commerciale. In questo modo si potrebbe fortemente ridurre l’incidenza della mortalità nelle strade, che solo negli Usa provoca 37 mila vittime l’anno. Nel frattempo, le leggi della strada dovranno necessariamente adattarsi alle nuove prospettive. Il problema maggiore riguarda il settore assicurativo e legale. Se qualcosa va storto e il computer non ferma la macchina di fronte a un pedone, chi sarà il responsabile? L’uomo che si trova a bordo o chi ha ideato il software difettoso?

Insomma, quella che appare come una novità di Google è, in realtà, un importante contributo che anche Google sta dando a questo collaudatissimo settore.

L’impegno di molte case automobilistiche è notevole e già si vedono in commercio i risultati di parte della ricerca, dai sensori per il parcheggio ai veicoli autoparcheggianti.

Dall’articolo commentato mi rendo conto che le innovazioni e le ricerche nel settore tecnologico non sono conosciute ai più, che vedono come lontane e futuristiche le soluzioni già operative nei centri di ricerca, ma che nell’immaginario collettivo appartengono a film di fantascienza. Mi propongo, allora, di introdurre nei prossimi post, di tanto in tanto, degli esempi su come il futuro sia più vicino di quanto non si possa credere.

Come già mi era capitato di annotare in altri post legati alla robotica ed alla cibernetica, concordo ampiamente sul fatto che il diritto dovrà cercare nuove regole e rispondere a nuovi interrogativi, ma, a mio avviso, dovrà farlo molto prima degli otto anni pronosticati in casa Google.

Fabio Bravo

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Fabio Bravo riceve il Premio Nazionale Vittorio Frosini, giunto alla Terza Edizione

Giovedì 15 aprile 2010, presso l’Università di Roma Tre, nell’ambito di un convegno in tema di censura, si è celebrata la consegna del Premio Nazionale Vittorio Frosini, giunto alla sua Terza Edizione.

Il Premio è stato vinto dal sottoscritto, che ha concorso con la propria tesi di dottorato di ricerca in Informatica giuridica e diritto dell’informatica dal titolo “Contrattazione telematica e contrattazione cibernetica, poi pubblicata per i tipi della Giuffrè nella collana del Prof. Guido Alpa “Diritto dell’informatica”.

L’autorevolissima Commissione che ha valutato le tesi di dottorato in concorso era composta dal Prof. Pietro Rescigno (Presidente), il Prof. Vincenzo Zeno-Zencovich e il Prof. Tommaso Edoardo Frosini.

Sono felice ed onorato per l’assegnazione del Premio con cui si celebra la memoria del Prof. Vittorio Frosini, padre e fondatore dell’informatica giuridica in Italia.

Ho conosciuto il Prof. Frosini personalmente. Ho sentito le sue lezioni, ho studiato sui suoi libri, ho avuto l’onore di averlo come Co-Relatore nella tesi di laurea sui problemi giuridici di Internet, all’Università la Sapienza. Ho frequentato anche il suo Istituto di Teoria dell’Interpretazione e di Informatica Giuridica, ove avevo anche concluso il Corso di Perfezionamento in Informatica giuridica, agli albori del mio percorso di approfondimento scientifico con cui ponevo le primissime basi del mio percorso di carriera universitaria.

Oltre che come insigne studioso, capace di precorrere i tempi come pochi altri, ricordo il Prof. Vittorio Frosini con sempre viva emozione per il suo lato profondamente umano. Mi hanno colpito il suo sorriso costante, la sua bontà d’animo e la sua profonda passione per la materia, passione che mi ha trasmesso e che custodisco gelosamente. Ha segnato in maniera indelebile tutta la mia attività scientifica, che nell’attenzione alle nuove tecnologie ha il suo filo conduttore, in una prospettiva inevitabilmente interdisciplinare.

Fabio Bravo

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Ibridazioni uomo-macchina. Ancora sul dialogo tra chip e neuroni (l'attenzione del mondo industriale: Intel e Toyota)

Su La Stampa è apparso un articolo dal titolo “Chip nei neuroni per comandare computer e TV“, in cui vengono dipinte come fossero una novità la ricerce di Intel e, poi, di Toyota.

Si legge nell’articolo, infatti, che

Lo scenario da fantascienza si apre grazie alle ricerche che sta compiendo la Intel. L’azienda elettronica americana sta studiando di impiantare nel cervello umano un chip capace di trasformare le onde del nostro cervello in impulsi elettrici per dialogare con le apparecchiature elettroniche.

Ancora, nel medesimo articolo viene altresì riportato che 

Nei laboratori Toyota, gli scienziati hanno realizzato un modello di sedia a rotelle che viene controllata direttamente con il cervello.

Come fatto presente in altri post su questo blog, le ricerche sull’ibridazione uomo-macchina, sulla possibilità di comandare  apparecchi elettronici, mano robotiche e sedie a rotelle (ed in futuro anche automobili) mediante impulsi cerebrali non rappresentano una novità assoluta, ma sono il frutto di un’attività che impegna da tempo illustri esponenti del mondo accademico, tra cui, sicuramente il più noto, Kevin Warwick, Professore di Cibernetica all’Università di Reading (cfr. il progetto “Cyborg 1.0″ del 1998 e “Cyborg 2.0″ del 2002)

L’articolo de La Stampa è interessante perché ci rimarca come l’attenzione dell’industria (Intel, Toyota) sia destinata a rendere operante lo scenario finora realizzato nei laboratori delle università.

Non si tratta di fantascienza, ma di realtà non conosciuta ai più.

E’ importante ragionare su questi temi, illustrarli e pensare come affrontarli. Occorre anche in questo caso una convergenza interdisciplinare, in grado di analizzare e prevedere gli effetti sociali dell’introduzione di tali tecnologie, quando saranno su larga scala, per poi sindacare le soluzioni giuridiche con il supporto di tutte le scienze utili a comprendere quale tipo di modernizzazione vogliamo per la nostra società (mi riferisco all’etica, alla filosofia, alla sociologia e, ovviamente, alla politica ed al diritto). 

Fabio Bravo

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Cyborg e mano bionica. Un altro passo avanti

L’integrazione unomo-macchina ha fatto ulteriori passi avanti.

Una ricerca condotta dall’Università di Lund, in Svezia, e dalla Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa, ha realizzato la SmartHand, una mano robotica che ha il pregio di restituire al soggetto che se ne avvale la percezione tattile.

Ecco il link alla pagina del progetto, ove recuperare le informazioni tecnico-scientifiche e i contatti.

Viene spiegato in un articolo di Ketty Areddia per Il Corriere della Sera, dal titolo “La mano bionica che sente la presa“, che

Finora, la robotica aveva inventato arti elettronici che, per quanto precisi, erano poco più che pinze mosse dalla contrazione dei muscoli del braccio. Oggi, invece, grazie ad alcuni sensori (40 per la precisione) e a quattro piccoli motori elettrici, le dita artificiali restituiscono al cervello la sensazione di spinta e la consistenza di un oggetto.

(…)

Spiega il meccanismo Christian Cipriani, ingegnere dell’Arts Lab di Pisa, guidato dalla professoressa Maria Chiara Carrozza: «Noi del Sant’Anna abbiamo sviluppato la mano robotica, un sistema in grado di afferrare gli oggetti e allo stesso tempo con un elevato numero di sensori, che rilevano la posizione delle dita (detta propriocezione) e misurano le interazioni con il mondo esterno. Quello che è cambiato rispetto alle mani robotiche inventate finora, è l’interfaccia sensoriale. Abbiamo, cioè applicato al moncone dei micromotori primordiali che, ad esempio, appena la mano artificiale tocca una bottiglia, spingono a livello superficiale su alcuni punti dell’arto cosiddetto “fantasma” e inviano così al cervello la sensazione del tatto».

Il funzionamento della SmartHand si basa sul ricordo cerebrale della mano mancante.

A tal riguardo nell’articolo citato si precisa che

Dopo un’amputazione, infatti avviene un rimappamento cerebrale, per cui alcuni punti dell’arto rimasto corrispondono al mignolo, altri all’anulare etc… In pratica, all’amputato rimane la sensazione della mano, anche se la mano non c’è più, perché è ancora presente nel nostro cervello. «Restituire la sensazione del tatto a una mano artificiale è importante, perché per quanto sofisticati siano gli arti artificiali non è facile muoverli in maniera controllata, se non si ha la percezione di quello che si fa», aggiunge Cipriani.

 L’intervista rilasciata da un giovane al quale la mano robotica è stata installata e sperimentata rivena il suo enorme entusiasmo, riportato ancora una volta da Ketty Areddia,

«È incredibile, quando afferro un oggetto duro riesco a sentirlo sulla punta delle dita, ed è strano visto che le dita non le ho più – ha commentato entusiasta Robin quando ha indossato la nuova mano -. Riesco anche a controllare molto meglio il mio movimento, visto che percepisco meglio quello che sto facendo».

La ricerca si colloca sul filo di una sperimentazione legata da un unico filo conduttore: quello che vede non solo l’interazione ma anche l’integrazione tra l’uomo e la maccina, mirando ad una ibridazione bionica che possa restituire all’uomo le funzionalità mancanti e, secondo altre prospettazioni, far accrescere nell’uomo “normale” le funzionalità, come in una sorta di evoluzione della specie umana.

Si veda, in proposito, anche la sperimentazione condotta da Kevin Warwick, a cui avevo fatto cenno nel post “Ibridazione uomo-macchina. L’avvetno dei Cyborg“.

Kevin Warwick aveva fatto ricorso all’impiantologia per innestare sul proprio sistema nervoso un chip sottocutaneo con cui riusciva a comandare, attraverso impulsi cerebrali, il movimento di una mano e, con sperimentazione successiva, aveva anche sondato la possibilità di feedback in entrata, estendendo il progetto alla comunicazione umana cervello-cervello senza l’intermediazione del linguaggio, mediata dagli impulsi cerebrali in entrata ed in uscita che due soggetti potevano scambiarsi interagendo ciascuno direttamente attraverso il chip installato sulle terminazioni nervose del proprio braccio.

Con riferimento alla mano robotica del progetto SmartHand, invece, l’articolo evidenzia la futura evoluzione proprio nel senso della realizzazione dell’ibridazione uomo-macchina, al fine di installare chirurgicamente i sensori e gli elettrodi con le terminazioni nervose del soggetto che ospita l’arto artificiale.

Nell’articolo del Corriere, infatti, si precisa testualmente che

Gli esperimenti condotti finora non sono stati invasivi, non hanno cioè previsto un intervento chirurgico, ma in futuro si spera che l’applicazione della SmartHand sia fatta a livello neurale, impiantando degli elettrodi nel sistema nervoso periferico dell’arto residuo.

L’importanza di queste ricerche si accompagna però ad un dilemma etico, dato che è sicuramente positivo l’utilizzo delle ricerche scientifiche per restituire un arto o un organo a chi l’ha perso, mentre è di più incerta collocazione (nel dibattito etico e scientifico, ma anche giuridico e sociale) il ricorso volontario della tecnologia bionica, con ibridazione uomo-macchina, per chi non ha perso alcuna funzionalità, ma ha solamente il desiderio di avere nuove potenzialità da sfruttare, reputando tali opportunità come parte dell’anello evolutivo della specie umana, che assiste all’avvento del super-uomo (Übermensch).

Sul tema ritornerò per tenere alto l’interesse alle problematiche sottese, da affrontare con un approccio interdisciplinare.

Fabio Bravo

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Strumenti di decision making nell'attività contrattuale on-line. Il decision engine

Venerdì scorso, al Master in Diritto delle Nuove Tecnologie e Informatica Giuridica dell’Università di Bologna, organizzato dal CIRSFID, ho tenuto quattro ore di lezione su commercio elettronico e conclusione del contratto on-line, soffermandomi su alcune teorie che avevo elaborato ed esposto nel mio volume “Contrattazione telematica e contrattazione cibernetica”, pubblicato con la Giuffrè.

Ho avuto modo di soffermarmi anche sulla possibilità delle trattative telematiche via web, che costituisce anche questo un mio vecchio “cavallo di battaglia” preannunciato in alcune lezioni tenute nel 2002 presso l’Università di Roma La Sapienza e oggetto di un percorso di riflessione e ricerca che ha visto le mie prime pubblicazioni sul tema dal 2003 (Cfr. F. Bravo, Le trattative nei contratti telematici, in Contratti, 2003, n. 7, pp. 739 e ss., prelevabile in PDF, draft version, dalla pagina pubblicazioni del mio sito personae).

Ciò che avevo teorizzato, in ordine alla possibilità di trattative telematiche individuali su siti web anche in assenza di applicazioni di intelligenza artificiale (es. software agents), ha avuto successivamente l’adesione di dottrina autorevole (compreso quella del Prof. Giovanni Perlingieri, che conferma in toto nel 2004, nell’opera curata dalla Prof.ssa Daniela Valentino, quanto avevo pubblicato nel 2003, ma adesivamente si sono espressi anche altri rilevanti autori) e qualche voce dissenziente, compreso quella significativa di Emilio Tosi che, a commento di ciò che avevo scritto, ribadiva l’idea che la trattativa contrattuale via web non rispondese all’idealtiplus di contratto telematico stipulato tramite sito Internet, per il quale la trattavia sarebbe negata, in quanto l’unica alternativa rimarrebbe quella tra il sì ed il no da utilizzare per l’accettazione o il rifiuto delle condizioni generali immodificabili di un contratto per adesione, che, in caso di accettazione, verrebbe a concludersi tramite pressione del “tasto negoziale virtuale”.

Proprio a dimostrare la fattibilità e la praticabilità con successo della negoziazione on-line delle clauole contrattuali, oltre ad alcuni miei scritti teorici, ho dato impulso al progetto “E-Contract-U”, in fase di ultimazione, destinato a realizzare un sistema on-line di trattativa telematica delle clausole contrattuali. Il sistema  arriva ad una personalizzazione del contratto che si propone di avere, per le clausole o gli elementi di clausola negoziati, i connotati della trattativa individuale.

Nelle prossime settimane indicherò i link ed il materiale di tale progetto, che attualmente si svolge tutto in area riservata.

Più in generale, l’attività contrattuale on-line, compreso quella che ha le pretese di assurgere (un domani) a negoziazione cibernetica, si avvale di strumenti di ausilio diversi, alcuni dei quali allo stadio sperimentale per gli impieghi negoziali (es. agenti software), altri invece già lanciati sul mercato, come i decision engine, che possono essere utilizzati a supporto dell’attività negoziale dell’utente oppure, se automatizzati, a supporto del decision making di strumenti di intelligenza artificiale (agenti software).

L’analisi dei “decision engine”, dunque, si mostra estremamente interessante sotto questo profilo, perché essi rappresentano una evoluzione significativa dei motori di ricerca, finalizzati al supporto delle decisioni, e costituiscono un interessante step intermedio per giungere, con una successiva evoluzione, ad una loro utilizzazione direttamente per l’adozione della decisioni negoziali, che ora si limitano a supportare solamente.

In altre parole, il “decision engine” attuale (come “bing” della Microsoft – cfr. VIDEO e LETTER e articolo su la Repubblica) potrebbe arrivare presto non solo a selezionare le informazioni per aiutare l’utente a compiere le proprie scelte di acquisto, ma anche a completare le operazioni contrattuali al posto dell’utente.

Si apre la strada, cioè, all’avvento effettivo della contrattazione cibernetica, su cui già ho avuto modo di proporre una mia costruzione teorica, con impalcatura differente rispetto a quanto già illustrato in precedenza dalla dottrina, quanto ai problemi ed alle soluzioni giuridiche che si dipanano (cfr. F. Bravo, Contrattazione telematica e contrattazione cibernetica, Giuffrè, Milano, 2007).

E’ bene che su tali temi possa proseguire il confronto scientifico, in modo che, con l’avanzare della tecnologia, la società e chi per essa è tenuto ad adottare in via politica e legislativa le soluzioni più adegate, possa contare su una solida base, evitando quella dannosa improvvisazione che troppo spesso connota le scelte normative di diritto dell’informatica.

Fabio Bravo

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