Biotecnologie

Cyborg. Braccia artificiali controllate con la mente installate su paziente

Un paziente che aveva perso le braccia a seguito di un incidente ha ora la possibilità di utilizzare braccia e mani artificiali, collegate con il proprio sistema nervoso, comandate direttamente con gli impulsi provenienti dal proprio cervello. L’esito, positivo, è stato possibile grazie ad un intervento chirurgico di reinnervazione muscolare mirata. Dagli esperimenti scientifici (e la memoria va a quelli di Kevin Warwick - sin da Cyborg 1.0 del 1998 e Cyborg 2.0 del 2002) si passa dunque alle applicazioni operative, su pazienti, che per la verità non sono nuove, ma si stanno iniziando a sviluppare ora con maggiore frequenza. Il risultato medico è notevole. Un altro passo verso l’era dei cyborg.

Fabio Bravo | www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Arti bionici: dalla ricerca alla vita quotidiana. Problemi applicativi e responsabilità tra biotecnologie, bioetica e diritto

Ricorderete gli esperimenti cibernetici di Kevin Warwick, con il progetto “Cyborg”, che si era fatto impiantare un chip sotto pelle e, collegato con le proprie terminazioni nervose, era riuscito, tramite il pensiero, a comandare un bracio meccanico ed a spostare una sedia a rotelle.

Accanto a queste invezioni vi sono due percorsi: da una parte si tenta di aiutare nelle difficoltà quotidiane chi deve fare i conti con delle menomazioni fisiche; dall’altra parte v’è anche chi ipotizza la nascita dell’uomo bionico, come una sorta di evoluzione rispetto all’uomo normodotato. Con le nuove tecnologie, infatti, per la prima volta le applicazioni artificiali di tipo cibernetico possono portare veramente all’avvento dei cyborg, in parte uomoni e in parte robot, in grado di avere prestazioni superiori rispetto all’uomo senza ibridazioni robotiche.

Insomma, l’ibridazione uomo-macchina è realtà e può consentire, invero, una vista ed un udito migliori, una velocità di corsa superiore, una forza maggiore e così via, a seconda della tecnologia di cui si fa uso.

C’è chi ipotizza come normale il fatto che persone priva di handicap e di disfuzioni possano ricorrere volontariamente all’ibridazione con macchine, per diventare volontariamente cyborg o super-uomini, dotandosi di super-poteri.

C’è anche chi, proseguendo su questa scia, pensa che l’uomo ibridato sia destinato a sostituire l’uomo non ibridato, nella linea evolutiva, per cui quest’ultimo, in buona sostanza, sarebbe una specie non evoluta del primo. L’uomo ibridato, divenuto cyborg per scelta o per necessità, sarebbe in questo senso un soggetto superiore, dominante, rispetto a chi non sarà disposto ad ibridarsi.

Warwick ipotizzava che presto il sistema consentirà, ad esempio, di guidare un’automobile con la sola forza del pensiero.

Un recente fatto di cronaca, purtroppo tragico, segna l’evidenza di come le visioni che appaiono fantascientifiche siano più reali di quanto non si possa pensare.

Un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma di Elmar Burchia, dal titolo “Muore in un incidente il primo uomo con arto bionico adatto alla guida“, si sofferma sul caso di

Christian Kandlbauer, un ragazzo austriaco di 22 anni al quale furono amputate entrambe le braccia (…)

Precisando che

è stato (…) il primo paziente europeo a ricevere un arto bionico comandato direttamente dal cervello.

Si tratta di speciali protesi tecnologiche, con ibridazione uono-macchina:

il suo arto sinistro era un robot metallico con tanto di cavi, microchip e caricabatteria. La protesi super-tecnologica da diversi milioni di euro imitava in modo stupefacente un arto naturale. Con quel braccio bionico guidato dal pensiero, un prodigio della tecnica, il giovane aveva ritrovato un’esistenza normale: aveva ricominciato a lavorare e guidare.

Ed ancora:

i medici della Technische Universität di Graz assieme agli ingegneri della società Otto Bock, specializzata in tecnologia medica, gli applicarono due speciali protesi.

Il dato soprendente, che distingue l’ibridazione uomo-macchina dalle altre protesi non cibernetiche risulta proprio nell’interazione tra sistema nervoso, impulsi cerebrali e animazione della protesi, con possibilità di innescare flussi non solo in uscita (cervello-terminazioni nervose-chip-braccio robotico), al fine di comandare il movimento della protesi attraverso gli impulsi cerebrali, ma anche in entrata (braccio robotico, chip, terminazioni nervose, cervello), al fine di restituire al soggetto la percezione del movimento.

Così prosegue l’articolo:

Con il braccio sinistro riusciva di nuovo a sentire; l’arto bionico era anche in grado di riconoscere la volontà del soggetto ed eseguire gli ordini motori del cervello in tempo reale.

L’avvento della cibernetica e l’ibridazione uomo-macchina, che rende l’uomo un cyborg, porta anche problemi giuridici di non poco conto.

Tra questi v’è anche il profilo delle responsabilità per i disfunzionamenti dei risultati dell’ibridazione.

Il giovane con il braccio bionico comandato dal cervello, che era riuscito a superare l’esame per il rilascio della patente con l’arto artificiale, purtroppo ha avuto martedì scorso un incidente con la propria automobile, perdendo la vita.

Nell’articolo si precisa che

La polizia stradale ha spiegato che è impossibile affermare se l’incidente sia stato causato da un problema di controllo degli arti artificiali del giovane.

La vicenda fa però comprendere le seguenti cose:

a) l’avvento dei cyborg non è finzione filmica, non è fantascienza cinematografica, ma è realtà;

b) la reale presenza di cyborg deve farci riflettere sulle questioni bioetiche connesse all’ibridazione uomo-macchina, anche in ragione alle teorie, discusse, che intravedono nel ricorso volontario alle tecnologie ibridanti (cyborg per scelta) il nuovo anello della catena evolutiva umana, destinato a soppiantare quello attuale. Possono apparire distanti, ma il progresso scientifico e tecnologico galoppante porteranno presto, forse nei prossimi decenni, a paventare come serio il rischio connesso ad ideologie inneggianti a razze o specie superiori;

c) la reale presenza dei fenomeni ibridativi uomo-macchina (cyborg) deve farci riflettere anche sui problemi giuridici connessi al funzionamento o al disfunzionamento di queste nuove tecnologie ed al regime giuridico di responsabilità per danni arrecati ai soggetti ibridati, ai prossimi congiunti ed a soggetti terzi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Cyborg e mano bionica. Un altro passo avanti

L’integrazione unomo-macchina ha fatto ulteriori passi avanti.

Una ricerca condotta dall’Università di Lund, in Svezia, e dalla Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa, ha realizzato la SmartHand, una mano robotica che ha il pregio di restituire al soggetto che se ne avvale la percezione tattile.

Ecco il link alla pagina del progetto, ove recuperare le informazioni tecnico-scientifiche e i contatti.

Viene spiegato in un articolo di Ketty Areddia per Il Corriere della Sera, dal titolo “La mano bionica che sente la presa“, che

Finora, la robotica aveva inventato arti elettronici che, per quanto precisi, erano poco più che pinze mosse dalla contrazione dei muscoli del braccio. Oggi, invece, grazie ad alcuni sensori (40 per la precisione) e a quattro piccoli motori elettrici, le dita artificiali restituiscono al cervello la sensazione di spinta e la consistenza di un oggetto.

(…)

Spiega il meccanismo Christian Cipriani, ingegnere dell’Arts Lab di Pisa, guidato dalla professoressa Maria Chiara Carrozza: «Noi del Sant’Anna abbiamo sviluppato la mano robotica, un sistema in grado di afferrare gli oggetti e allo stesso tempo con un elevato numero di sensori, che rilevano la posizione delle dita (detta propriocezione) e misurano le interazioni con il mondo esterno. Quello che è cambiato rispetto alle mani robotiche inventate finora, è l’interfaccia sensoriale. Abbiamo, cioè applicato al moncone dei micromotori primordiali che, ad esempio, appena la mano artificiale tocca una bottiglia, spingono a livello superficiale su alcuni punti dell’arto cosiddetto “fantasma” e inviano così al cervello la sensazione del tatto».

Il funzionamento della SmartHand si basa sul ricordo cerebrale della mano mancante.

A tal riguardo nell’articolo citato si precisa che

Dopo un’amputazione, infatti avviene un rimappamento cerebrale, per cui alcuni punti dell’arto rimasto corrispondono al mignolo, altri all’anulare etc… In pratica, all’amputato rimane la sensazione della mano, anche se la mano non c’è più, perché è ancora presente nel nostro cervello. «Restituire la sensazione del tatto a una mano artificiale è importante, perché per quanto sofisticati siano gli arti artificiali non è facile muoverli in maniera controllata, se non si ha la percezione di quello che si fa», aggiunge Cipriani.

 L’intervista rilasciata da un giovane al quale la mano robotica è stata installata e sperimentata rivena il suo enorme entusiasmo, riportato ancora una volta da Ketty Areddia,

«È incredibile, quando afferro un oggetto duro riesco a sentirlo sulla punta delle dita, ed è strano visto che le dita non le ho più – ha commentato entusiasta Robin quando ha indossato la nuova mano -. Riesco anche a controllare molto meglio il mio movimento, visto che percepisco meglio quello che sto facendo».

La ricerca si colloca sul filo di una sperimentazione legata da un unico filo conduttore: quello che vede non solo l’interazione ma anche l’integrazione tra l’uomo e la maccina, mirando ad una ibridazione bionica che possa restituire all’uomo le funzionalità mancanti e, secondo altre prospettazioni, far accrescere nell’uomo “normale” le funzionalità, come in una sorta di evoluzione della specie umana.

Si veda, in proposito, anche la sperimentazione condotta da Kevin Warwick, a cui avevo fatto cenno nel post “Ibridazione uomo-macchina. L’avvetno dei Cyborg“.

Kevin Warwick aveva fatto ricorso all’impiantologia per innestare sul proprio sistema nervoso un chip sottocutaneo con cui riusciva a comandare, attraverso impulsi cerebrali, il movimento di una mano e, con sperimentazione successiva, aveva anche sondato la possibilità di feedback in entrata, estendendo il progetto alla comunicazione umana cervello-cervello senza l’intermediazione del linguaggio, mediata dagli impulsi cerebrali in entrata ed in uscita che due soggetti potevano scambiarsi interagendo ciascuno direttamente attraverso il chip installato sulle terminazioni nervose del proprio braccio.

Con riferimento alla mano robotica del progetto SmartHand, invece, l’articolo evidenzia la futura evoluzione proprio nel senso della realizzazione dell’ibridazione uomo-macchina, al fine di installare chirurgicamente i sensori e gli elettrodi con le terminazioni nervose del soggetto che ospita l’arto artificiale.

Nell’articolo del Corriere, infatti, si precisa testualmente che

Gli esperimenti condotti finora non sono stati invasivi, non hanno cioè previsto un intervento chirurgico, ma in futuro si spera che l’applicazione della SmartHand sia fatta a livello neurale, impiantando degli elettrodi nel sistema nervoso periferico dell’arto residuo.

L’importanza di queste ricerche si accompagna però ad un dilemma etico, dato che è sicuramente positivo l’utilizzo delle ricerche scientifiche per restituire un arto o un organo a chi l’ha perso, mentre è di più incerta collocazione (nel dibattito etico e scientifico, ma anche giuridico e sociale) il ricorso volontario della tecnologia bionica, con ibridazione uomo-macchina, per chi non ha perso alcuna funzionalità, ma ha solamente il desiderio di avere nuove potenzialità da sfruttare, reputando tali opportunità come parte dell’anello evolutivo della specie umana, che assiste all’avvento del super-uomo (Übermensch).

Sul tema ritornerò per tenere alto l’interesse alle problematiche sottese, da affrontare con un approccio interdisciplinare.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

 

 

 

 

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Omicidio di Garlasco. Riflessioni sulla prova scientifica

L’omicidio di Garlasco, che stiamo seguendo per la rilevanza assunta in sede investigativa e processuale dalla computer forensics e dall’esame forense del DNA, è destinato a passare alla storia per le riflessioni sui confini di validità della prova scientifica e sulle modalità di effettuazione delle indagini.

Quanto a quest’ultime, forse sarebbe il caso di insistere sull’applicazione di protocolli investigativi, se è vero quanto riportato in questo interessante articolo di Piero Colaprico per la Repubblica, in cui si metteno in evidenza alcune difficoltà che possono sorgere in relazione alle scelte operative degli investigatori.

L’articolo, però, si interessa anche di un altro grande tema, quello della fragilità della prova scientifica, apparentemente in grado di dare soluzioni univoche, ma che spesso si mostra non univoca nella lettura che gli esperti ne fanno.

La triste storia di Clotilde Zambrini, a chiusura del pezzo di Niccolò Zancan per La Stampa dedicato prevalentemente all’operato dei RIS in relazione alle indagini scientifiche, costituisce un bello spunto di riflessione sul valore attualmente assegnabile alla prova scientifica, rispetto a quella tradizionale, basata su evidenze di altra natura.

Dopo la richiesta di nuovi accertamenti tecnici, nell’ambito del rito abbreviato, nel processo ad Alberto Stasi ritorna alal ribalta il tema della valutazione della prova scientifica, tacciata come capace di fornire risultanze univoche, ma che, all’esame concreto, si rivela suscettibile di interpretazioni differenti.

Certo è che il nuovo accertamento peritale sull’omicidio di Garlasco ha fornito un riscontro opposto a quello reso da Garofalo e dalla sua squadra, in seno ai RIS di Parma.

Le risultanze sono sorprendenti per la molteplicità delle discordanze, che, lungi dal fare chiarezza su chi sia l’autore del delitto, forniscono un decisivo contributo alla difesa dell’imputato.

Di fronte alla confutazione delle conclusioni a cui è giunta l’accusa sulla data della morte di Chiara Poggi, sulle traccie biologiche rinvenute sul dispenser del sapone e sui pedani della bicicletta, ma non sulla suola delle scarpe di Alberto Stasi, riemerge la rilevanza degli accertamenti peritali di computer forensics, in grado di confermare l’alibi dell’unico imputato.

I problemi non rimarranno isolati, ma interesseranno una quantità notevole di casi, se si pensa al fatto che ormai anche l’Italia vede affacciarsi la prospettiva di una sistematica utilizzazione della banca dati del DNA per fini investigativi e processuali, al di là di quanto già avveniva e tuttora avviene con il materiale biologico e i profili genetici conservati presso i RIS di Parma, Roma, Messina e Cagliari.

Si deve riflettere, secondo me, sull’approccio alle tecnologie, siano esse informatiche o biologiche (bio-informatiche, come attualmente avviene per l’analisi forense del DNA).

Occorre evitare che nel processo penale si segua quell’approccio che si aveva un tempo con l’avvento dei primi calcolatori elettronici, di fronte ai quali chi li usava o ne legeva gli output, era portato a ritenere di essere di fronte a realtà oggettive, assolute, senza riflettere sul fatto che la lettura degli output dipende (1) dalla qualità degli input e (2) dal processo di elaborazione usato, nonché (3) dalla capacità di chi gli output li legge, chiamato a svolgere comunque (4) un’attività interpretativa, naturalmente radicata con la lettura degli output medesimi.

Bella, al riguardo, la chiosa finale di Piero Colaprico:

Ma davvero ci vogliono due anni per stabilire che, se si cammina sulla ghiaia o sull’erba bagnata, il sangue secco può staccarsi dalle suole? Nei laboratori dei telefilm non succede mai, nella realtà della provincia italiana sì.

 Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Banca dati del DNA. Approvato in via definitiva il disegno di legge

Il 24 giugno 2009 il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge 586-909-955-956-960-B sulla Banca Dati del DNA per fini investigativi e forensi, in ratifica del Trattato di Prum.

Sul sito del Senato è possibile rinvenire il testo in formato PDF.

Il passaggio è epocale.

Sicuramente il contrasto alla criminalità potrà essere molto efficace, sopratutto per i crimini violenti, ma a fronte dei vantaggi prospettati c’è sicuramente da affrontare anche i possibili rischi connessi all’uso della Banca dati del DNA (si veda, per riflettere, anche il caso Hamkin nel resoconto di Giuseppe Aiello, segnalato da Luca Annunziata di Punto Informatico).

Per la verità le Banche dati del DNA in Italia già ci sono da un po’ presso i RIS, come evidenziato anche di recente da un comunicato del Garante per la protezione dei dati personali ed anche per questo si attendeva un testo di legge che potesse disciplinare con maggior chiarezza la materia. Alcune perplessità, evidenziate in un mio precedente post, risiedono però sul tempo di conservazione dei dati, anche alla luce  di quanto previsto dalla sentenza 880/2008 della Corte europea dei diritti dell’uomo.

A breve il testo del disegno di legge definitivamente approvato dal Senato sarà legge dello Stato italiano.

Cambierà lo scenario relativo alle tecniche investigative.

Si porranno, al contempo, problemi nuovi sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali della persona. Occorre pertanto analizzare bene il settore ed assicurare una adeguata preparazione anche di magitrati ed avvocati, per evitare tragici errori e forti compressioni alla libertà individuale dovute ad errate valutazioni del peso probatorio della prova scientifica, ritenuta a torto aprioristicamente infallibile.

Il tema è di confine tra il diritto penale e processuale penale, la criminologia e la criminalisitica, il diritto costituzionale ed il diritto privato, attento quest’ultimo ai diritti fondamentali dell’uomo, compreso il diritto alla protezione dei dati personali che tanto interessa anche l’informatica giuridica ed il diritto dell’informatica. 

Occorre perciò una preparazione interdisciplinare per cogliere gli aspetti del fenomeno, nella ricerca del giusto equilibrio tra le esigenze di sicurezza e di controllo sociale, attuato con le (bio)tecnologie, e le esigenze di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.

Ritornerò sicuramente con altri post sull’argomento, dato che la riflessione ed il monitoraggio sull’istituzione e sul funzionamento della Banca Dati dei DNA devono essere oggetto di attenzione costante, al fine di evitare che la tecnocrazia possa travolgere, anche involontariamente, i principi di libertà su cui la nostra società di fonda.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Produrre "macchine genetiche" (viventi). Concorso del MIT

L’Università di Bologna, rivelandosi ancora una volta tra le più attente all’innovazione ed al progresso tecnologico e scientifico, parteciperà alla nuova edizione del concorso per la realizzazione di «Macchine di ingegneria genetica» («International Genetically Engineered Machine competition» – iGEM), organizzato dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston.

Nell’edizione del 2008 l’Università di Bologna aveva conseguito un ottimo posizionamento (terzo posto nella categoria «Best Model»).

La notizia, oltre che sul sito dell’Università, è apparsa anche su Panorama e su la Repubblica.

Nell’articolo di Panorama vengono evidenziati gli obiettivi del concorso, volto a costruire «macchine genetiche»:

«due obiettivi: progettare e fabbricare componenti e sistemi biologici non ancora esistenti in natura oppure riprogettare e produrre sistemi biologici già presenti in natura. Per fare qualche esempio concreto, con la biologia sintetica si possono produrre farmaci di ultima generazione in grado di curare in modo mirato malattie resistenti ma allo stesso tempo, ed è l’altra faccia della medaglia, si possono addirittura ridisegnare patogeni potentissimi come ad esempio il vaiolo».

Il lavoro consisterà, dunque, nella produzione di

«una macchina genetica. Una struttura ingegneristica fatta non di ferro e mattoni, come li immaginiamo noi, ma di biobricks, mattoncini della vita, autentici organismi biologici le cui combinazioni possono portare a risultati utilissimi anche per la vita quotidiana.

Tutti i progetti in gara, compreso quello degli italiani, sono top secret come da regolamento. Ma c’è da ben sperare. Nelle precedenti edizioni, infatti, con questo tipo di macchine della vita si è prodotto in vitro betacarotene, fondamentale per prevenire la cecità nei paesi in via di sviluppo o lattasi, un enzima chiave per chi è allergico al lattosio».

L’articolo riporta anche le parole dei Prof. Silvio Cavalcanti:

«Questo concorso così prestigioso – spiega a Panorama.it il Silvio Cavalcanti, professore di bioingegneria elettronica e informatica all’Università di Bologna nonché responsabile del team selezionato per il concorso – è importantissima per i ricercatori e gli studenti italiani per confrontarsi a livello internazionale su una disciplina nuovissima, affrontando con uno spirito di squadra anche le implicazioni etiche che essa inevitabilmente comporta».

Molto interessante anche l’articolo di Sara Ficocelli per la Repubblica, ove, oltre alle caratteristiche del concorso, vengono prospettate anche le perplessità che accompagnano l’iniziativa.

Quanto alle caratteristiche del concorso:

«La gara vede in competizione oltre 100 team di ricerca provenienti da tutto il mondo. Questa è l’ultima settimana in cui scienziati e studenti possono iscriversi con il loro team al concorso: da giugno avranno tre mesi di tempo per terminare il progetto e per farlo dovranno utilizzare i componenti ordinati nel registro del Mit, che contiene circa 3.200 pezzi di ricambio biologici.

(…)

Per gli scienziati coinvolti, la competizione rappresenta una sfida eccezionale: tutte le parti della loro creazione dovranno infatti essere costituite da esseri viventi. Al posto di viti e bulloni dovranno usare microparticelle di cellule biologiche e le formule abitualmente applicate alla meccanica dovranno essere adattate all’ingegneria genetica. Paul Freemont, co-fondatore dell’Institute of Systems and Synthetic Biology dell’Imperial College London, sta ad esempio lavorando con il suo team per creare vestiti usando batteri. Un’idea interessante, che potrebbe risolvere il problema dell’inquinamento da agenti chimici. Già negli anni passati sono stati proposti progetti importanti, come il batterio “detective” capace di scoprire la presenza di arsenico nell’acqua, una delle principali cause di avvelenamento della popolazione nei paesi in via di sviluppo.

Ma la competizione di quest’anno chiederà agli scienziati di andare oltre e trasformare la vita in tecnologia. Il premio che verrà dato al vincitore, assegnato i primi di novembre, sarà un simbolico mattoncino Lego grosso come una scatola di scarpe. Quello vero, la soddisfazione di passare alla storia».

Quanto alle aspettative alle aspettative ed alle contrapposte perplessità, l’articolo di Sara Ficocelli ben illustra che

«Alla base della competizione c’è la speranza di stimolare la scienza a creare meccanismi che abbiano le stesse utilità di quelli artificiali e al tempo stesso la capacità di biodegradarsi e rigenerarsi propria degli esseri viventi. Una risposta affascinante alla progressiva autodistruzione del pianeta, ma che desta perplessità in parte dell’opinione pubblica, soprattutto considerando la possibilità che certi meccanismi sfuggano di mano a chi li progetta. Una delle paure sollevate dagli esperti che finora si sono espressi sull’iniziativa è che da queste invenzioni possano nascere organismi pericolosi. C’è addirittura chi insinua che nuove tecnologie complesse potrebbero venire utilizzate fuori da ogni controllo a fini terroristici: la creazione di virus mortali da usare come armi di distruzione di massa è insomma uno dei veleni che ammorbano l’atmosfera del concorso, ma per il momento si tratta unicamente di ipotesi».

Fabio Bravo

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Clonati 14 embrioni umani. Il video

Secondo le notizie diramate dagli organi di stampa, ad opera di un andrologo cipriota naturalizzato americano (Panayiotis Zavos), sarebbero stati già clonati 14 embrioni umani, di cui 11 sarebbero stati trasferiti ed impiantati negli uteri di 4 donne. La notizia è stata diffusa da The Independent e ripresa da La Repubblica.

La clonazione addirittura sarebbe stata oggetto di una videoripresa, al fine di documentare tutta l’operazione. Ecco il link al filmato relativo alle operazioni svolte prima dell’impianto in utero.

Si tenga conto, al riguardo, che già nel 2004 lo stesso medico diede un annuncio simile, affermando di aver impiantato nell’utero di una donna un embrione umano clonato, ma, non avendo prove delle sue affermazioni, non riuscì a contrastare le critiche avanzate con scetticismo dal mondo scientifico.

Addirittura, secondo il resoconto di La Repubblica, l’andrologo amerciano avrebbe dato l’annuncio anche di

«aver prodotto embrioni clonati da tre persone morte, inclusa una bambina statunitense di dieci anni di nome Cady morta in un incidente automobilistico. La decisione sarebbe stata presa da Zavos su richiesta dei familiari delle vittime».

Le legislazioni nazionali presentano evidenti posizioni contrastanti da Paese a Paese, così gli interventi tecnici di clonazione umana possono essere effettuati in Paesi in cui la stessa non è considerata punibile dalla legge come reato (es. nel Medio Oriente).

Dalla medesima fonte vengono spiegati alcuni particolari della clonazione, là dove si precisa come l’andrologo abbia dichiarato che

«alcuni degli embrioni clonati si sono sviluppati fino ad uno stadio di 4 cellule prima di essere trasferiti, ma altri si sono sviluppati fino ad uno stadio di 32 cellule definito “morula”».

Si ripresenta inquietante l’interrogativo etico che la società, la politica ed il diritto devono affrontare, evitando che sia la tecnologia (e chi la controlla) a dettare le regole della società civile.

E’ chiaro che si sta affermando una società tecnocratica, la quale ha come parametri di riferimento prioritario le possibilità scientifiche e non gli effetti dell’uso di tali tecniche sulla società.

Le finalità, normalmente, vengono infarcite di buoni propositi, come dichiara lo stesso andrologo il quale afferma, stando a quanto riportata nuovamente dall’articolo de La Repubblica, che

«La mia ambizione è aiutare le persone».

L’impatto della tecnologia sulla società, anche in tema di biotecnologie e biogenetica, non può essere misurato sulla base degli effetti immediati sulla vita dei singoli, ma va valutato in una visione globale, che coinvolge l’intera società.

Il mondo della politica e del diritto e l’intero mondo scientifico, compreso quello delle scienze umane e sociali, deve dare una risposta chiara, pronta, senza aspettare che sia definitivamente troppo tardi.

Purtroppo, le aspettative non sono delle più rosee, sia per l’estrema difficoltà di rendere universali i principi che dovrebbero disciplinare (nel senso di vietare), la clonazione umana sia per l’impossibilità di rendere cogente l’affermazione di detti principi, anche qualora dovessero essere universalmente riconosciuti.

Molte volte, come in questo caso, si verifica che, per raggiungere risultati scientifici non consentiti dalla legislazione di uno Stato, ci si rivolge a laboratori stranieri, appositamente ubicati in Pasesi sprovvisti di legislazione di settore o con una legislazione assolutamente permissiva.

Alcune riflessioni critiche possono sorgere rileggando, dopo più di sette anni, l’articolo di Gianfranco Bangone, apparso il 19 febbraio 2002 su Panorama con il titolo «Teneteli d’occhio: cloneranno un uomo». Nella parte finale dell’articolo si legge proprio il nome di Zavos, unitamente a quello dell’italiano Severino Antinori.

Quale futuro ci attende?

Fabio Bravo

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Muscoli artificiali reagiscono a stimoli elettrici

Science Daily ha diffuso una notizia, ripresa dal Corriere, secondo cui sarebbero stati realizzati muscoli artificiali

«in grado di reagire in modo controllato a stimoli elettrici, compiendo movimenti guidati. In poche parole i muscoli artificiali sono dispositivi che si basano su leggere strisce di plastica (o di altri materiali adeguati) che si contraggono o distendono quando sono sollecitati con l’elettricità».

Precisa il Corriere che

«I muscoli artificiali sono una delle ultime frontiere nel campo della biotecnologia e il loro prossimo sviluppo potrà avere applicazioni in medicina, nella robotica e addirittura in campo militare.»

Tali nuove tecnoclogie, prosegue l’articolo, sono state illustrate dagli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory (JPL) del California Institute of Technology e altri ricercatori internazionali, come il team dell’Università di Pisa guidata da Federico Carpi, nell’ambito del simposio annuale SPIE (Smart Structures and Materials & Nondestructive Evaluation & Health Monitoring).

L’invenzione mi sembra particolarmente interessante sopratutto per le possibili applicazioni nell’ambito della robotica e della cibernetica.

Fabio Bravo

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email

Biotecnologie e Violazione dei brevetti

Una giovane ricercatrice indiana Dr. Bhanumathi Ramesh Kumar, Patent Examiner presso il Patent Office indiano, sta affrontando sotto la mia supervisione scientifica un periodo di sei mesi di ricerca presso l’Università di Bologna, grazie alla possibilità offerta dall’ISA (Institute of Advanced Studies) dell’Università di Bologna.

La ricerca semestrale riguarda i casi di violazione dei brevetti industriali nel settore delle biotecnologie, con particolare riferimento ai brevetti concernenti gli strumenti di ricerca biotecnologica (titolo per esteso della ricerca: “Infringement cases on biotechnology research tools: impact on society“).

La ricerca intende partire dall’esame della casistica giurisprudenziale per esaminare i casi di violazione brevettuale nel settore biotecnologico, le caratteristiche degli autori e delle vittime della violazione, l’entità del danno e del risarcimento, nonché le reazioni e le tecniche di tutela riconosciute dall’ordinamento giuridico nelle fattispecie concrete.

L’occasione di approfondimento scientifico è preziosa perché intende valorizzare, con un approccio comparatistico, le specifiche compentenze della giovane ricercatrice, che presso l’Ufficio Brevetti indiano si occupa proprio dell’esame delle domande di brevetto concernenti il settore delle biotecnologie.

Oltre alla mia guida in qualità di Supervisor scientifico dell’intera ricerca, la giovane ricercatrice indiana si avvale anche della collaborazione dell’Avv. Giorgio Spedicato, tutor per i temi relativi al diritto industriale.

Questa ricerca si innesta su un’altra, che sto portando avanti personalmente, concernente la disamina della normativa europea, della casistica giurisprudenziale e delle politiche comunitarie relative al settore biotecnologico, con particolare riguardo ai casi di violazione dei diritti di privativa industriale e degli strumenti di tutela, compreso quella risarcitoria.

Fabio Bravo

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Twitter
  • MySpace
  • LinkedIn
  • FriendFeed
  • Google Buzz
  • Live
  • del.icio.us
  • RSS
  • email
EnglishFrenchGermanItalianPortugueseRussianSpanish

My Projects

      EUPL.IT - Sito italiano interamente dedicato alla EUPL

E-Contract-U

Giornalismo Investigativo - Inchieste e Diritto dell'informazione

My Books

My e-Books