Risultati della ricerca per: sarah scazzi

Giornalismo, Yara e privacy

Come già avvenuto per il caso di Sarah Scazzi, anche per il caso della scomparsa di Yara Gambirasio il rischio di un accanimento mediatico eccessivo è tutt’altro che ipotetico, tant’è che il Garante per la protezione dei dati personali ha emanato, alcuni giorni fa, un apposito comunicato stampa, che riporto di seguito, al fine di contribuire a darne maggiore diffusione:

Yara: il Garante privacy invita i media a rispettare la riservatezza della famiglia

In riferimento al caso della giovane Yara Gambirasio, il Garante per la protezione dei dati personali invita i media, nell’esercitare il legittimo diritto di cronaca riguardo ad un fatto di sicuro interesse pubblico, a usare sempre la necessaria responsabilità e sensibilità e a rispettare la richiesta di riservatezza che proviene dalla famiglia e dalla comunità cittadina.

La vicenda di Yara, infatti, va purtroppo profilandosi come un fatto di cronaca particolarmente doloroso, le cui circostanze e implicazioni potrebbero ledere gravemente la dignità della minore, colpire la famiglia nei suoi affetti più intimi e provocare ulteriore dolore e lacerazione nella comunità nella quale Yara è cresciuta.

Il Garante chiede, dunque, ai media di evitare accanimenti informativi sul caso e di limitarsi a profili di stretta essenzialità, astenendosi dal riportare dettagli e particolari che rendano la ragazzina e la sua famiglia vittime di inutili morbosità.

Roma, 6 dicembre 2010

Il comunicato rende bene l’idea dell’impatto del giornalismo sulla vita privata delle persone e l’accortezza è d’obbligo quando le vicende riguardano minori.

La disciplina giuridica in materia protezione dei dati personali e il suo contemperamento con il diritto dell’informazione (nella sua duplice veste di diritto a informare e di diritto ad essere informati) deve essere patrimonio essenziale di ogni buon giornalista.

Fabio Bravo

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Sul business intorno all’omicidio di Sarah Scazzi e i rapporti tra giornalismo, programmi TV, avvocati, consulenti e parti interessate. L’intervento del Garante per la privacy, quello del consiglio dell’ordine degli avvocati e quello della procura

In un articolo di Repubblica si legge:

Da ieri sul business nato attorno all’omicidio di Sarah Scazzi ci sono soprattutto tre inchieste.

Il Garante per la privacy, Francesco Pizzetti, ha chiesto (dopo un esposto del Codacons) spiegazioni a Rai, Rti Mediaset, Sky e Telecom sulla diffusione dei verbali e dei file audio degli interrogatori dei protagonisti del giallo.

Il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, ha invece aperto un fascicolo per fuga di notizie e ricettazione di atti giudiziari.

L’Ordine degli avvocati, infine, oggi ascolterà i tre legali coinvolti della vicenda cercando di capire se davvero siano stati violati i principi deontologici nella gestione di questo caso.

I problemi sono diversi.

Per quanto riguarda la Procura,  il problema è quello di valutare eventuali ipotesi di reato in relazione alla dovulgazione di atti di indagine e giudiziari coperti da segreto.  Si pensi all’audio degli interrogatori, messo on-line  a pochi giorni da quando era stato reso.

Altra questione attiene al diritto alla protezione dei dati personali dei soggetti coinvolti dal fenomeno mediatico, dato che non tutto ciò che è passato in onda o messo nero su bianco sembra possa rientrare nei limiti dell’interesse pubblico alla notizia, tanto per fare un esempio. L’attaccamento morboso a stati d’animo, a particolari inutili e ai colpi di scena sembra aver oltrepassato il limite dell’informazione e aver consegnato all’opinione pubblica assetata di reality show il reality show più triste e più drammatico che si potesse avere. Vedremo le deduzioni del Garante, che intanto è entrato in fase istruttoria.

Vi sono poi le posizioni dei familiari di Sarah Scazzi, dei consulenti e degli avvocati.

Con riferimento a questi ultimi, la discussione atteiene ai possibili illeciti disciplinari che riguarderebbero eventuali violazione al codice deontologico forense, il cui accertamento è di competenza dell’Ordine degli Avvocati di appartenenza.

Nell’articolo citato si trova scritto:

C’è il consulente che chiede ottomila euro per le fotografie del garage dell’orrore. L’avvocato che ne pretende qualche migliaio per essere ospite in televisione. C’è anche l’ex portavoce delle famiglie Scazzi e Misseri che racconta di cifre a quattro zeri pagate per avere interviste, diari e video in esclusiva.

(…)

E proprio da un avvocato, Daniele Galloppa, difensore di Michele Misseri, parte un’inchiesta di RepubblicaTv sul mercato nato ad Avetrana. “Sì – confessa Galoppa ripreso con un telecamera nascosta – mi sono fatto pagare per andare in televisione. Qual è il problema? Lo fanno tutti, non capisco perché non dovrei farlo anche io: alcune trasmissioni pagano, è vero, ma bisogna saperci fare”. Per lui nessun problema di deontologia professionale. “Io sono un professionista – ribatte Galloppa, che oggi dovrà rispondere all’Ordine del comportamento tenuto con la stampa, insieme con i colleghi Vito Russo ed Emilia Velletri – e quella in fin dei conti è una prestazione. Per stare in tv perdo ore di lavoro: se vengo chiamato come ospite esperto, posso essere pagato. Sono tranquillo”. Galloppa non dice quanto incassa, anche se nell’ambiente si parla di cifre intorno ai tremila euro. Certo non si può dire che non ami la televisione: l’avvocato è presenza fissa di Quarto Grado (Rete 4, è ospite il 10, il 15 e il 22 ottobre), ma ha partecipato anche a l’Arena di Domenica in, Matrix,  Mattino cinque, la Vita in diretta.

(…)

Qui mi sorge un dubbio perché si noti, per ironia della sorte, l’uso della telecamera nascosta, di per sè lecito in ambito giornalistico, avviene per acquisire gratuitamente un’intervista ad un professionista che dichiara di farsi pagare per rilasciarle.

Per capire meglio su cosa sta riflettendo l’Ordine degli Avvocati, trascrivo l’articolo 18 del Codice deontologico forense, relativo ai rapporti con la stampa e gli altri mezzi di diffusione:

ART. 18. – Rapporti con la stampa.

Nei rapporti con la stampa e con gli altri mezzi di diffusione l’avvocato deve ispirarsi a criteri di equilibrio e misura nel rilasciare interviste, per il rispetto dei doveri di discrezione e riservatezza.

I. Il difensore, con il consenso del proprio assistito e nell’esclusivo interesse dello stesso, può fornire agli organi di informazione e di stampa notizie che non siano coperte dal segreto di indagine.

II. In ogni caso, nei rapporti con gli organi di informazione e con gli altri mezzi di diffusione, è fatto divieto all’avvocato di enfatizzare la propria capacità professionale, di spendere il nome dei propri clienti, di sollecitare articoli di stampa o interviste sia su organi di informazione sia su altri mezzi di diffusione; è fatto divieto altresì di convocare conferenze stampa fatte salve le esigenze di difesa del cliente.

III. E’ consentito all’avvocato, previa comunicazione al Consiglio dell’Ordine di appartenenza, di tenere o curare rubriche fisse su organi di stampa con l’indicazione del proprio nome e di partecipare a rubriche fisse televisive o radiofoniche.

Il problema, forse, potrebbe risiedere proprio nel parametro dato dall’interesse esclusivo del cliente, giacché accettare la restribuzione potrebbe indurre taluno a ritenere che l’interesse non sia esclusivamente quello del cliente, ma anche il proprio.

Il caso è interessante, perché vale a delineare i limiti nei rapporti tra avvocati e stampa, almeno quando il difensore compare in sede giornalistica per riferire sul caso per il quale ha ricevuto il mandato professionale e, si noti, viene già pagato dal proprio cliente.

Ove l’intervista avvenga però per esigenze difensive e con il consenso del cliente, il difensore ha il diritto di farsi pagare dal cliente per l’attività prestata anche in sede giornalistica. Tuttavia, ove sia la testata giornalistica a corrispondere i compensi o, per ipotesi, la società che gestisce la raccolta pubblicitaria delle trasmissioni in cui l’intervista appaia, qualche problema interpretativo potrebbe porsi, a meno che non si voglia ammettere che il terzo stia adempiendo la prestazione economica a cui sarebbe tenuto il cliente dell’avvocato, ad esempio per il meccanismo delineato dall’art. 1180 c.c. (“Adempimento del terzo”), secondo cui

“L’obbligazione può essere adempiuta da un terzo anche contro la volontà del creditore, se questi non ha interesse a che il debitore esegua personalmente la prestazione.

Tuttavia il creditore può rifiutare ‘adempimento offertogli dal terzo, se il debitore gli ha manifestato la sua opposizione”.

Esemplificando, è possibile immaginare uno scenario del genere:

a) un difensore compaia in programmi televisivi per esigenze difensive con il consenso del cliente e matura il diritto agli onorari professionali per tale attività;

b) tali onorari dovrebbero essere corrisposti dalla parte assistita e la prestazione, restribuita, viene posta in essere nell’interesse esclusivo della medesima, non potendo il compenso professionale costituire un ostacolo nel ravvisare l’esclusività dell’interesse per cui viene eseguita la prestazione professionale, giacché è la naturale controprestazione dell’attività svolta;

c) un terzo, in questo caso la testata giornalistica o l’emittente televisiva o la società che gestisce gli introiti pubblicitari decide di adempiere in proprio alla prestazione economica che grava in capo al cliente, ai sensi dell’art. 1180 c.c. sopra trascritto, con conseguente obbligo da parte del difensore di emettere la relativa parcella.

Così configurati i rapporti (salvo a valutare la congruità dei compensi in ragione dell’attività svolta che non potrebbe avere, come parametro, l’entità degli introiti incamerati dall’emittente televisiva o dalla testata giornalistica in relazione all’indice di ascolto o delle copie vendute) v’è illecito deontologico?

Diverse, invece, sono le posizioni degli altri soggetti.

Un po’ meno tranquillo sarà probabilmente il consulente tecnico dell’avvocato Russo: l’uomo, un ingegnere nominato per ricostruire il luogo del delitto, ha chiesto (all’insaputa degli avvocati, giurano loro) prima diecimila e poi ottomila euro all’inviato del Tg2, Valerio Cataldi per le foto del garage dell’orrore. Il giornalista ha registrato tutto e poi ha mandato in onda il servizio. Dopo mezz’ora è stato convocato in procura dal procuratore Sebastio e dall’aggiunto Pietro Argentina dove fino alle tre di notte ha raccontato quello che è accaduto. Dopodiché è scattata la perquisizione a casa del consulente, dove sono state trovate le fotografie proposte. Le stesse, tra l’altro, andate in onda in esclusiva qualche ora prima in un programma Mediaset.

(…)

“Anche Cosima e Sabrina sono state lautamente compensate”, si difende, accusando, l’avvocato Galoppa. E una conferma in questo senso arriva da un altro personaggio assai controverso, Valentino Castriota. Per 15 giorni, dopo la scomparsa di Sarah, funge da portavoce della famiglia. Poi viene allontanato proprio da Sabrina Misseri, con l’accusa di essere un “disturbatore televisivo”, modello Paolini. É Castriota però a convincere i calciatori del Lecce a scendere in campo con una maglietta per Sarah, su richiesta della famiglia. É Castriota che organizza la fiaccolata in paese. “Di offerte di denaro per interviste o materiale video esclusivo ne arrivavano tutti i giorni – racconta oggi – per il filmato del viaggio a Roma di Sarah e Sabrina sono arrivate proposte da quattromila euro, per i diari cifre superiori a diecimila euro. Quando non erano soldi, erano promesse di costosi regali” (…).

Vedremo l’esito delel inchieste.

Fabio Bravo

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Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.). Ai domiciliari un appuntato della GdF per aver trasferito dati personali di VIP a un giornalista di Panorama (indagato per concorso nel medesimo reato)

Secondo quanto rivelato dagli organi di informazione, un giornalista di Panorama avrebbe attinto dati personali su personaggi famosi (tra cui alcuni componenti della famiglia Agnelli, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano, Beppe Grillo, Marco Travaglio, Patrizia D’Addario, Gioacchino Genchi), da un appuntato della Guardia di Finanza, accusato di aver effettuato ripetute interrogazioni del sistema informatico delle “Fiamme Gialle”, in violazione dell’art. 615 ter c.p. (Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico).

Come precisa l’articolo citato, il giornalista sarebbe indagato per concorso nel medesimo reato:

Fabio Diani, appuntato della Guardia di Finanza in servizio a Pavia, è stato posto agli arresti domiciliari su ordine del Gip presso il Tribunale di Milano, per una serie di accessi abusivi agli archivi informatici delle Fiamme Gialle, “in violazione dell’articolo 615 ter del codice penale”.

Il finanziere, secondo l’accusa, avrebbe poi passato informazioni riservate al giornalista di “Panorama” Giacomo Amadori, riguardanti una serie di noti personaggi. Amadori, stando a quanto si apprende, ha ricevuto un avviso di garanzia per concorso nello stesso reato: accesso abusivo a sistemi informatici.

La competenza del reato sarebbe stata individuata, dunque, in favore del Tribunale di Milano.

Ricordo il tenore dell’articolo citato:

Art. 615 ter c.p. – Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni:

1) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;

2) se il colpevole per commettere il fatto usa violenza sulle cose o alle persone, ovvero se è palesemente armato;

3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.

Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanita’ o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena e’, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni.

Nel caso previsto dal primo comma il delitto e’ punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d’ufficio.

Non v’è menzione delle violazioni relative alla disciplina in materia di protezione dei dati personali (privacy), ad esempio con riferimento all’art. 167 del d.lgs. 196/2003 (Illecito trattamento di dati personali), forse perché non sarebbe stato rinvenuto il nocumento richiesto dalla norma incriminatrice, ma non è detto che, tra i soggetti interessati al trattamento dei dati personali non vi sia chi abbia ricevuto un pregiudizio.

Tale circostanza potrebbe far ipotizzare anche eventuali richieste risarcitorie di tipo civilistico, anche in sede penale tramite costituzione di parte civile, in relazione a quanto previsto dall’art. 15 del Codice della privacy, che va a delinere una responsabilità civilistica di tipo oggettivo (e, comunque, fino al limite del caso fortuito e della forza maggiore) basata sul regime di cui all’art. 2050 c.c.  anche per il risarcimento del danno non patrimoniale.

Una considerazione, che rimane implicita, attiene alle modalità del reperimento delle fonti del giornalismo ed al rapporto tra forze dell’ordine e organi di informazione, che deve essere curato non solo tramite l’apposizione di un corpo normativo, che in realtà già c’è, ma tramite un più serio approccio alla deontologia ed al ricorso ai codici etici, che, per evitare che rimangano lettera norma, vanno veicolati in primo luogo attraverso la formazione e altra attività di sensibilizzazione.

Mi rendo conto che non è la risposta decisiva al problema, ma una delle possibili risposte al problema, le quali mirano a porre in essere azioni di tipo preventivo e contenitivo ai fenomeni in esame, da affiancare a quelle di tipo repressivo, per mano della magistratura ove si ravvisassero concretamente le responsabilità ipotizzate.

Il rapporto tra forze di polizia e giornalismo è un rapporto delicato, che si alimenta reciprocamente, in entrambe le direzioni.

Sul ruolo investigativo del giornalismo a favore dell’attività degli investigatori e degli inquirenti mi sono soffermato con un articolo recente, a proposito dell’esposizione mediatica sul caso di Sarah Scazzi e della famiglia Misseri.

Ora questa vicenda, insieme ad innumerevoli altrei, fornisce l’occasione per meditare sul ruolo informativo delle forze dell’ordine, a favore del giornalismo.

Si creano flussi di informazioni che vanno ricondotti ad equilibrio.

Fabio Bravo

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Attivato e rimosso il falso profilo Facebook di Sabrina Misseri

Mi sembra sconcertante il caso dell’attivazione del falso profilo Facebook di Sabrina Misseri, riportato dall’ANSA.

Qualcuno avrebbe simulato l’identità della cugina di Sarah Scazzi, attualmente in stato di fermo e, a quanto illustrato dalla fonte sopra citata, in isolamento fino all’udienza di convanida del fermo innanzi al G.I.P.

Sulla pagina intitolata ’500mila fan uniti per trovare Sarah Scazzi’, che ha quasi 55mila iscritti, è comparso (e dopo meno di due ore è stato cancellato) perfino l’intervento di qualcuno che, dopo aver aperto un nuovo profilo, si presentava proprio come Sabrina Misseri e sosteneva di scrivere dal carcere, anche se il fatto che la ragazza sia in isolamento porta ad escludere che ciò sia possibile.

“Io non sono malata – si leggeva nel messaggio di cui è impossibile stabilire con certezza la reale provenienza – ho dovuto farlo per salvare mio padre che non l’ha mai toccata mia cugina! Siamo solo vittime, non capite che se lo meritava?!”.

E ancora: “Mia cugina accusava ingiustamente mio padre! Lui non l’ha mai toccata lo giuro!”.

Rispondendo ai moltissimi commenti di quanti si sono subito chiesti come mai la presunta ‘Sabrina’ potesse scrivere dal carcere, la risposta è stata: “In carcere ci danno la possibilità di comunicare. Io sono in stato di fermo fino al processo e non condannata!”.

Ancora:

E poi, in un altro post, si leggeva: “Ho aperto questo nuovo profilo per difendermi. Nessuno di voi può capire. Credetemi, ho dovuto difendere me stessa e mio padre da colei che voleva la nostra rovina, perdonatemi se potete”.

Parole che hanno provocato commenti infuriati sulla rete. In realtà, risulta che Sabrina Misseri sia in isolamento nel carcere di Taranto (e cioè che non possa comunicare in alcun modo con l’esterno) almeno fino a domani quando si terrà davanti al Gip l’udienza per la convalida del fermo.

Inoltre, il messaggio di stamattina è stato inviato da un Iphone e non risulta che Sabrina l’avesse, tanto meno che possa averlo portato in carcere.

Infine, le foto inserite nel nuovo profilo sono quelle in circolazione da giorni e la pagina di Facebook in questione è già stata usata nei giorni scorsi da mitomani per suscitare attenzioni morbose, ad esempio quando è stata pubblicata una foto falsa del cadavere di Sarah.

Va tenuto presente che:

a) tecnicamente è relativamente facile risalire all’identità del soggetto che ha posto in essere tale condotta, salvo l’uso di accorgimenti tecnici volti ad anonimizzare la navigazione in rete o, come in caso di utilizzo di server proxy, a far apparire un ip diverso da quello effettivamente usato;

b) la condotta, ove effettivamente sia stata posta in essere da un soggetto diverso da Sabrina Misseri, potrebbe ricadere nel reato previsto e punito dall’art. 494 c.p., rubricato “Sostituzione di persona”:

Art. 494 Codice Penale – Sotituzione di persona

Chiunque al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici è punito se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino a un anno.

I profili fake di Facebook sono piuttosto frequenti.

Fabio Bravo

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Su Sarah Scazzi: Mariangela contro Sabrina. L’esposizione mediatica e il ruolo investigativo del giornalismo

Dall’epilogo tragico, sconvolgente, che ha rivelato i misteri intorno a Sarah Scazzi, si apre il dramma familiare, che reclamerebbe un po’ di silenzio. Non scriverò molto. Rimarco solo quanto sia decisiva, nella ricostruzione dei fatti, la figura di Mariangela Spagnoletti, l’amica automunita che avrebbe dovuto portare a mare Sarbina e Sarah.

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Sarah Scazzi. L’incredibile epilogo

Quante ipotesi sulla scomparsa di Sarah Scazzi. Lo zio ha confessato, dopo un interrogatorio durato circa 10 ore, non solo le proprie responsabilità penali, ma anche le modalità con cui ha avvicinato, rapito e ucciso la nipote e, infine, abusato sessualmente di lei quando era già morta. Poi ha rivelato ove fosse il cadavere, nei pressi in cui v’era stato il “ritrovamento” del cellulare. Il corpo di Sarah è stato ritrovato in una fossa piena d’acqua, nudo e in posizione fetale, ironia della sorte in una posizione che ricorda la nascita, prima ancora, la vita intrauterina che ha la sua protezione dentro il corpo materno, nello scambio simbiotico, istintivo, naturale di emozioni tra madre e figlia.

La madre ha appreso la drammatica notizia in diretta, come è per sua natura senza una lacrima, senza un segno esterno di disperazione, senza una parola, come chi rimane impietrito e il dolore lo sente dentro, lacerante, a tal punto da farla rimanere immobile.

Facebook era dunque un disperato tentativo di fuga da una situazione difficile, perché le attenzioni dello zio non erano sorte quel 26 agosto, il giorno della sua scomparsa, ma duravano da tempo.

Il social network fonte di pericoli e rischi per i giovani? Può darsi. Anzi, sicuramente i rischi ci sono. Ma era anche l’ancora di salvezza a cui si stava aggrappando Sarah, che dal confronto con la cugina non sembrava aver ricevuto un aiuto e forse, come capita nei drammi in cui si consuma la violenza domestica, la famiglia finisce spesso per fare l’errore di minimizzare i segnali di allarme e ricondurre la vittima designata nel vortice di solitudine che conduce al baratro.

Avverto che le confessioni dovrebbero essere in ogni caso verificate (ricorderete che in un caso celebre la confessione di uno stupro era stata contraddetta dalla prova del DNA). Ma l’autopsia che sarà disposta sul corpo ritrovato potrà confermare la versione dello zio e fornire i riscontri scientifici incontrovertibili in relazione all’abuso necrofilo.

Riporto alcune osservazioni e le fonti che mi hanno colpito di più.

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Sulla lite di Sarah Scazzi con la cugina Sabrina il giorno prima della scomparsa (aggiornamento: la conferma è nel diario di Sarah)

Sarah Scazzi aveva trascorso i giorni dal 23 al 25 agosto a San Pancrazio. Continua a leggere

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Caso Sarah Scazzi: sì, è stata ritrovata la carcassa del cellulare. Ma le rilevazioni satellitari militari che risultati hanno dato?

Sul caso di Sarah Scazzi mi ero intrattenuto per le connessioni che la fattispecie presenta con le nuove tecnologie, sia sotto il profilo investigativo, sia sotto il profilo dei rischi connessi all’uso dei social network nel mondo giovanile, sia con riferimento alla privacy e al controllo sociale.

Ora che è stato trovato il cellulare della ragazza scomparsa, si aprono nuovi scenari dal punto di vista investigativo.

Rimane però aperto un interrogativo, al quale, dopo il clamore mediatico connesso alle nuove possibilità offerte dalle tecnologie satellitari, non è stata data ancora una risposta: cosa emerge dalle rilevazioni satellitari militari che il Ministro della Difesa ha reso disponibili?

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Riflessione a partire dal caso di Sarah Scazzi: privacy e controllo sociale

In casi come quello di Sarah Scazzi, e purtroppo ce ne sono molti, l’uso di ogni strumento tecnologico utile al ritrovamento è d’obbligo. Comprensibili dunque le richieste, caldeggiate dall’associazione Penelope, per la verifica delle rilevazioni satellitari militari nella zona che la quindicenne scomparsa avrebbe percorso prima di scomparire nel nulla.

Sulla vicenda consiglio di leggere due recenti articoli che mi hanno colpito.

Il primo è di Cristina Bassi, per Panorama. Intervista Elisa Pozza Tasca, Presidente dell’associazione Penelope (associazione nazionale delle famiglie e degli amici delle persone scomparse). In tale articolo vengono diffuse informazioni di interesse generale e di contenuto tenico, dalle Linee Guida per favorire la ricerca di persone scomparse all’attività del Commissario Straordinario del Governo per le persone scomparse ed a quella del RI.SC., il sistema informatico per il ritrovamento delle persone scomparse.

Si parla anche della richiesta di accedere ai risultati delle rilevazioni effettuate con il sistema satellitare militare:

Presidente, crede che le persone e i mezzi impegnati nelle ricerche di Sarah siano inadeguati?
A mio parere la madre di Sarah non ha motivo di lamentarsi, ho visto un notevole impiego di forze: uomini, cani, elicotteri. Piuttosto il mio primo consiglio ai familiari della ragazza è quello di dire agli inquirenti tutto quello che sanno e al più presto. Spesso in questi casi accade invece che i parenti diano informazioni “a rate”, non facilitando le indagini. Forse però si poteva pensare prima all’utilizzo del sistema satellitare, che potrebbe mostrare con chi è salita in auto Sarah, la targa e il modello della macchina. Ora comunque abbiamo richiesto il ricorso al sistema satellitare militare e il ministro La Russa ha dato il via libera.

Ed ancora:

Come funziona questo sistema?
Nelle ricerche di Sarah verranno impiegati sia il sistema civile sia il militare. Quest’ultimo è molto sofisticato, viene utilizzato a scopi importanti come la sicurezza e contro il terrorismo, i risultati sono secretati. Il satellite “fotografa” quello che succede nell’area monitorata: nella zona di Avetrana c’è una base Nato e quindi contiamo sul fatto che il satellite fosse attivo nei giorni della scomparsa e che le immagini siano state conservate. Potrebbero aiutare molto il magistrato, che coordina le indagini ed è il solo che le può visionare. La famiglia e le associazioni come la nostra non hanno accesso a certe informazioni, ma l’importante è che le indagini procedano.

Sarei davvero felice se si riuscisse a far luce sulla vicenda tramite tali rilievi. C’è da riflettere però, a margine di queste dichiarazioni, su ciò che in fin dei conti già sappiamo tutti, ma su cui non c’è una adeguata coscienza critica: il dettaglio con cui siamo monitorati quotidianamente è davvero impressionante. C’è un controllo sociale sistematico spaventoso.

L’altro scritto è firmato da Goffredo Buccini per il Corriere della Sera. Nella parte finale del suo articolo mette in evidenza l’invasività dei media nella sfera intima delle persone toccate dalla tragedia e, forse anche per questo, incapaci di reagire di fronte alle richieste provenienti dai “giornalisti d’assalto”:

«Dai, manda un messaggio caloroso alla tua bambina», la incita una cronista tv a caccia d’emozioni. «Su, mandale un bacio», azzarda un’altra. «Non mi sembra il caso…», abbassa gli occhi Concetta, che baci alla figlia non ne ha dati granché neanche di persona, e forse per farsi perdonare, forse per riempire questi vuoti, spalanca diari e cassetti, sicché taccuini e telecamere registrano e spiattellano di Sarah persino l’emozione del primo reggiseno, i cuoricini della prima cotta, i palpiti del primo giorno da signorina: tutte le emozioni negate in quelle vite finiscono in televisione (…)

Siamo di fronte a due aspetti diversi sulla condizione della privacy nella società dell’informazione, concernenti il medesimo caso. Ma se pensiamo a Facebook, gli esempi potrebbero continuare.

Fabio Bravo

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Aggiornamenti sul caso di Sarah Scazzi. Un’altra pista su Facebook e rilevazioni satellitari militari (già disposte)

Continuano le investigazioni sul caso di Sarah Scazzi, la quindicenne scomparsa e si affaccia un’altra pista su Facebook.

Leggo su “Libero” un articolo del 13 settembre 2010 nel quale viene precisato che

Negli ultimi giorni l’attenzione della polizia postale si è concentrata su un gruppo su Facebook che ha il nome di una città della Germania, Regen, e che è gestito da un’altra cugina coetanea di Sarah. I post di questo gruppo, anche se non viene mai nominata  la ragazza, sembrano tutti riferiti alla sua scomparsa.

Ancora una conferma della centralità delle investigazioni digitali e dell’analisi dell’attività svolta sui social network.

Sia chiaro: Facebook non è da demonizzare perché, come ogni innovazione tecnologica, porta con sé fantastiche opportunità che meritano di essere colte. Occorre ovviamente imparare (ed anche insegnare) a gestire i rischi, ai quali i ragazzi sono i primi ad essere esposti.

Altra importante svolta alle indagini potrebbe venire, come ricorda l’articolo citato, dalle rilevazioni satellitari chieste dall’associazione Penelope:

l’associazione “Penelope”, a sostegno delle famiglie delle persone scomparse, ha annunciato di aver chiesto al Ministero della Difesa, Ignazio La Russa, l’utilizzo delle rilevazioni dei satelliti militari per accertare il momento della scomparsa di Sarah. La rilevazione satellitare militare potrebbe essere molto importante poiché a Brindisi, c’è una base della Nato e si spera che ci sia un monitoraggio 24 ore su 24.

A fine giornata si è appreso dal TG COM che le rilevazioni satellitari militari sono state disposte, in quanto potrebbero portare ad individuare immagini utili per il ritrovamento della quindicenne scomparsa. In un comunicato è stato infatti precisato che:

E’ stata avviata la ricerca di immagini satellitari utili alla soluzione del caso Sarah Scazzi, la 15enne scomparsa da venti giorni da Avetrana (Taranto). Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha aderito alla richiesta di Elisa Pozza Tasca, presidente della onlus Penelope (Associazione famiglie e amici delle persone scomparse), disponendo che “si verifichi l’esistenza di immagini riprese da satelliti militari sull’area interessata”.

Seguiremo gli sviluppi.

Fabio Bravo

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