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Tribunale di Roma: dopo Google e YouTube, ora è il turno di Yahoo!

Dopo la sentenza milanese sul caso Google vs. Vividown e le ordinanze cautelari, anche in sede di reclamo, sul caso Google-YouTube vs. RTI, ora il Tribunale romano si pronuncia nella controversia che vede contrapposta Yahoo! a Open Gate Italia, in rappresentanza della società di produzione cinematografica PFA.

A Yahoo! si è contestata l’attività di linking a siti contenenti video presenti in rete illecitamente, in quanto diffusi senza il consenso del titolare dei diritti sull’opera.

Come riportato da il Velino,

La Nona Sezione del Tribunale di Roma “inibisce a Yahoo! la prosecuzione e la ripetizione della violazione dei diritti di sfruttamento economico sul film ‘About Elly’ mediante il collegamento a mezzo dell’omonimo motore di ricerca ai siti riproducenti in tutto o in parte l’opera, diversi dal sito ufficiale del film”.

 

La notizia è stata diffusa per Repubblica da Longo, il quale parla di “sentenza”. Nell’attesa di vedere il testo del provvedimento, accoglierei con elasticità il termine sentenza, dato che potrebbe a ragioni trattarsi di ordinanza resa in sede cautelare (reclamabile e, comunque, suscettibile di essere rivista nel merito con la successiva sentenza, ove il giudizio cautelare sia stato incardinato in corso di causa oppure ove sia stato incardinato ante causam e si decidesse per la riassunzione nel merito).

In questa fattispecie si profilano delel novità:
a) sarebbe stato concesso una inibitoria per attività di linking a materiale asseritamente illecito;
b) sarebbe stata accertata, quantomeno sotto il profilo del “fumus” tipico dei procedimenti cautelari, la responsabilità di un “motore di ricerca” e non di un fornitore di servizi di “hosting”.

Dalla ricostruzione di alessandro Longo apprendiamo (con l’accortezza di prendere in maniera elastica il concetto di “sentenza”):

(1)

“La nona Sezione del Tribunale di Roma “inibisce a Yahoo! la prosecuzione e la ripetizione della violazione dei diritti di sfruttamento economico sul film ‘About Elly’ mediante il collegamento a mezzo dell’omonimo motore di ricerca ai siti riproducenti in tutto o in parte l’opera, diversi dal sito ufficiale del film”. Dunque i giudici obbligano Yahoo! a offrire, nei risultati, solo risultati “ufficiali”.”

(2)

“Il giudice ha riconosciuto che i motori di ricerca non possano esercitare “un controllo preventivo sui contenuti dei siti sorgente a cui è effettuato il link“.

(3)

“Nondimeno, ha deciso in tal senso perché Yahoo! sapeva della violazione del copyright ma non ha rimosso comunque i link ai siti pirata. Per questo motivo il giudice ne ha riconosciuto la responsabilità“.

(4)

La società di produzione cinematografica PFA, che distribuisce il film in Italia, aveva infatti mandato a Yahoo! una diffida, senza successo, chiedendo di ripulire i risultati della ricerca dai “siti riproducenti in tutto o in parte l’opera diversi dal sito ufficiale del film“, si legge ancora nella sentenza. E’ intervenuta quindi Open Gate Italia, società che segue le controversie sul copyright, portando avanti la causa in rappresentanza di Pfa. Open Gate ha fatto notare al tribunale che, facendo una ricerca con le parole “About Elly” su Yahoo!, il sito ufficiale del film non era nemmeno tra le prime posizioni, scalzato da link a pagine che consentivano di scaricare il film.”

Si noti la straordinaria coincidenza con lo schema preso a base delle decisioni rese con ordinanza dal Tribunale di Roma sul caso RTI-Google/YouTube.

In entrambi i casi il titolare dei diritti manda una diffida per contestare la violazione. La contestazione, a quanto consta (almeno nel caso RTI-Google/YouTube) appare generica, ossia non ha indicazione esatta degli URL a cui corrispondere il materiale o il link da rimuovere.

Dalla diffida il Provider, secondo tale schema, può rendersi conto della presenza o meno delle violazioni.

Prima della diffida non ha un obbligo di controllo. Dopo la diffida, essendo in grado di acquisire consapevolezza della violazione, scattano i meccanismi di responsabilità, anche prima che venga attivata la richiesta di rimozione tramite l’autorità giudiziaria (o quella amministrativa) ai sensi del d.lgs. 70/2003 sul commercio elettronico.

Sorprende, invero, le possibilità di estensione delle responsabilità se, come sta avvenendo, si assesta questo modello. Occorre estrema cautela nell’applicazione del principi giuridici emergenti dalla recente giurisprudenza.

La materia dovrà essere quanto prima aggiornata a livello normativo, attraverso il processo di revisione della direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico.

Ritornerò quanto prima su tale argomento, attendendo il deposito del provvedimento in questione, comprensivo delle motivazioni.

Fabio Bravo

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Protocollo Google-Vividown per la segnalazione e rimozione di abusi su Internet. I trusted users e le responsabilità giuridiche dei providers

Sul celebre caso Google vs Vividown, culminato con la sentenza di condanna emanata dal Tribunale penale di Milano a carico di alcuni dirigenti Google per il video caricato dagli utenti sulla nota piattaforma di videosharing (YouTube), nel quale venivano riprodotte le vessazioni dei compagni di scuola ai danni di un ragazzo autistico, si registrano importanti novità.

Nell’attesa che il giudizio di appello faccia il suo corso, Google ha stipulato un protocollo con Vividown, l’associazione, citata nel video incriminato, che aveva chesto di potersi costituire parte civile in primo grado.

Il protocollo è finalizzato a creare un meccanismo privilegiato di segnalazione e di rimozione, accordando a Vividown uno status di utente privilegiato o fidato (trusted users), in grado di collaborare con Google per la segnalazione dei materiali illeciti o contenenti “abusi”, al fine di stimolarne una più rapida rimozione da parte del colosso americano.

Come riportato su PMI-Dome,

Si tratta di un accordo stragiudiziale che prevede che l’associazione goda di un accesso privilegiato alla segnalazione di contenuti lesivi riconoscendola in sostanza come “trusted user” (utente certificato).

L’applicazione concreta dell’accordo prevede la possibilità di segnalare (in inglese flag, da cui il termine “flagger”) i video offensivi attraverso una casella di posta privilegiata a cui indirizzare le segnalazioni che potranno divenire nelle successive 24 ore richieste di rimozione concreta del materiale.

Sarà Google stessa a occuparsi della formazione dei volontari di Vividown necessaria per scandagliare la rete alla ricerca di file incriminati e attuare le corrette procedure per la segnalazione e rimozione (…).

Un dato interessante riportato nel Protocollo è il meccanismo di estensione dei poteri di segnalazione:

(…) l’associazione torinese avrà la facoltà di estendere il protocollo operativo anche ad ulteriori associazioni italiane consentendone l’utilizzo della procedura privilegiata, previa comunicazione a Google.

Stando ad un altro articolo, apparso su il Sole 24 Ore,

L’accordo stragiudiziale prevede che il motore di ricerca metterà a disposizione una pista privilegiata a Vividown per segnalare e far rimuovere in tempi veloci «contenuti inappropriati».

Non solo, le parti indirizzeranno i «comuni sforzi» anche per «educare contro la violenza ed il bullismo perpetrati ai danni delle persone disabili»: non si tratta quindi di «un’attività censoria» sul caricamento dei contenuti da parte dei navigatori ma l’accordo serve invece a promuovere chiare «intenzioni educative».

Si aggiunge, poi, che

In pratica, l’associazione in difesa dei ragazzi disabili diventa un trusted user/flagger (utente/segnalatore privilegiato) che attraverso una casella di posta potrà prima segnalare e, nelle 24 ore successive, chiedere la rimozione dei contenuti lesivi di diritti altrui.

Youtube non sarà comunque vincolato alla rimozione, ma se decidesse di non sopprimere il contenuto indicato dovrà spiegarne le ragioni a Vividown.

Google, peraltro, si fa carico della formazione del personale che Vividown destinerà all’ispezione della rete, e metterà a disposizione un assistente di lingua italiana.

Si affacciano nuovi scenari per la rete. Il carico del procedimento di controllo viene decentrato su soggetti socialmente impegnati, che affiancherano il Provider nelle operazioni di monitoraggio degli abusi, con particolare riferimento al materiale caricato su YouTube.

Il decentramento delle attività di controllo, però, proprio perché oggetto di intesa, finisce per incidere sui meccanismi di responsabilità delineati dalla direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico e recepiti in Italia con il d.lgs. 70/2003.

Il Provider, cioè, immette sul proprio sistema strumenti di controllo delocalizzati che possono essere a lui riconducibili in forza del Protocollo di intesa, con ovvie conseguenze sulla tesi, discutibile ma finora costantemente enunciata da Google, che il Provider non esercita controllo sui contenuti, limitandosi solamente a mettere a disposizione degli utenti lo spazio web.

Lodevole in linea di principio, il sistema funzionerà:

a) se il meccanismo di controllo sociale decentrato rimane qualitativamente su livelli elevati, tanto da incrementare l’azione di contrasto agli abusi e ridurre preventivamente i livelli di esposizione a rischio dei dirigenti di Google e della società nel suo complesso, in ambito penale e civile;

b) se le conseguenze giuridiche, come emergeranno dalle decisioni giurisprudenziali, portaranno ad un alleggerimento e non ad un aggravamento del carico delle responsabilità imputabili a Google ed ai suoi dirigenti. Sul punto, però, ho dei dubbi, in riferimento a come è attualmente congegnato il regime giuridico delle responsabilità degli intermediari nella società dell’informazione.

In materia di responsabilità ritornerò ancora.

Il problema delle forme di controllo, è facile prevederlo, trova ora nei trusted users una soluzione “test”, che potremmo dire interlocutoria, di cui dovranno essere esaminati i risultati per stabilire se è una strada percorribile, da confermare, o se è meglio cambiare rotta.

Fabio Bravo

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YouTube e le segnalazioni degli utenti nel caso di Daniele Sensi. Quando il pollice verso determina la censura dal basso

Immaginiamo che un utente di YouTube carichi, sulla nota piattaforma di videosharing, materiale proveniente da altre fonti (dunque nella titolarità, quanto a diritti di proprietà intellettuale ed industriale, di altri soggetti) con l’intento di proporre un’azione di protesta o di denuncia di fronte all’opinione pubblica (alla net-community). Si pensi, ad esempio, a materiali radiofonici contenenti toni “aspri” nei confronti di immigrati, meridionali, etc.

Immaginiamo che la net-community, senza censurare la violazione del diritto di proprietà intellettuale ed industriale, assuma un atteggiamento di condanna nei confronti dei contenuti caricati a titolo di protesta o di denuncia dall’utente di YouTube e proceda a valutarli criticamente con commenti negativi e abbondanti clickate sul “pollice verso”, espressione di disapprovazione, non ovviamente indirizzati all’azione di denuncia in sè, ma al materiale che l’azione di denuncia mirava a condannare pubblicamente.

Immaginiamo dunque che qualcuno (forse distrattamente, forse volutamente) finisca anche per segnalare al provider come “illecito” o come espressione di “abuso” il materiale in questione, senza  badare all’intento di denuncia che ha mosso l’utente. Quest’ultimo, nel nostro esempio, ha voluto rendere pubblici i contenuti in questione, al solo fini di allertare l’opinione pubblica, che avrebbe potuto altrimenti ignorarli del tutto.

Immaginiamo ora che le segnalazioni giungano numerose al provider.

Cosa fa Google, nella gestione della piattaforma di videosharing denominata “YouTube”?

Controlla direttamente i contenuti e valuta la loro liceità o meno (ovvero, comunuque, la rispondenza dei contenuti alle disposizioni contrattuali, quali sono le condizioni generali di servizio, o alle policy, pur sempre richiamate contrattualmente?

Oppure finisce per fidarsi della segnalazione degli utenti e, magari per timore di una esposizione a possibili conseguenze sul piano processuale, come avvenne per il caso Google-Vividown, finisce per censurare comunque l’utente?

Il caso è reale ed è quanto avvenuto a Daniele Sensi (“Su YouTube il censore potresti essere tu“), che rimarca l’effettiva assenza di un sostanziale controllo da parte di Google, con l’effetto di praticare una censura dal basso, determinata dalle segnalazioni di utenti distratti, a suo dire incapaci di rendersi conto, nell’immediatezza della interazione telematica, che una cosa è produrre e divulgare i contenuti per scopi razziali, xenofobi, etc., ed un’altra cosa è pubblicarli per scopo di denuncia nei confronti dell’opinione pubblica.

Si aprono discorsi interessanti, sia sulle modalità con cui deve essere effettuato il controllo sostanziale dei contenuti ritenuti abusivi o illeciti, sia sulle modalità operative con cui giungere ai meccanismi “sanzionatori”, per giungere alla rimozione dei contenuti), sia sul limite di liceità di certi meccanismi di tutela attivati dal provider (es.: è lecito disattivare l’account? E’ lecito sospendere l’accesso all’account? In quest’ultimo caso però, osserva Daniele Sensi, si finirebbe per precludere al titolare del’account le repliche ai messaggi, talvolta dai contenuti forti, di chi, distrattamente o non distrattamente, non condivide i contenuti immessi su YouTube, a prescidnere o meno dalle finalità per cui siano stati caricati).

Sono temi interessanti su cui riflettere e le decisioni da adottare a livello giuridico (e che mi riprometto di esternare quanto prima in maniera articolata nell’ambito di una pubblicazione scientifica) saranno fondamentali per lo sviluppo futuro della rete.

A mio avviso non è così scontato che sia esente da rilievi l’uploading, anche per fini di denuncia, di materiale che altrimenti sarebbe andato incontro a sicure segnalazioni di abuso. La linea di confine non è netta e non si può procedere a giudizi in senso assoluto. Il caso, però, pone questioni interessanti e contribuisce ad arricchire l’analisi delle sfumature su cui il giurista deve soffermarsi.

Vi segnalo, oltre al post di Daniele Sensi sopra richiamato, anche il breve commento di Vittorio Zambardino (“La censura deviata di YouTube“), che ha contribuito a darne maggior risalto mediatico e di cui condivido parzialmente il rilievo in ordine alla gratuità del servizio.

Condivido cioè la necessità che l’attenzione verso l’utente non cali su standard minimi, dato che, a tutto voler concedere, non possono ad esempio essere pregiudicati i diritti fondamentali e le modalità esecutive delle obbligazioni che hanno riflesso sull’esercizio di tali diritti.

Non condivido, invece, l’impostazione acritica sulla pretesa gratuità del servizio, che tende a considerare l’utente come l’unico beneficiario delle prestazioni del providers. Bisogna prestare attenzione su questo tema, perché a mio avviso il servizio non è affatto gratuito, dato che l’utente paga sonoramente, concedendo materiale che potrà essere utilizzato anche a fini commerciali, tramite il meccanismo dell’associazione pubblicitaria e altri meccanismo di e-advertising, presenti e futuri.

Insomma, la gratuità è solo apparente.

Fabio Bravo

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Google e responsabilità. La mappa delle richieste provenienti dalle autorità di tutto il mondo e la violazione della privacy con Google Buzz

Con un’interessante iniziativa, Google sta mettendo il luce, con una mappa digitale di Google Maps, le richieste provenienti dalle autorità di tutto il mondo concernenti i servizi Google e YouTube.

La mappa è intitolata “Government requestes directed to Google and YouTube”.

Come spiegato da Google,

Like other technology and communications companies, we regularly receive requests from government agencies around the world to remove content from our services, or provide information about users of our services and products. The map shows the number of requests that we received between July 1, 2009 and December 31, 2009, with certain limitations.

Ed ancora, quanto alla precisione di numeri indicati sulla mappa, Google aggiunge:

We know these numbers are imperfect and may not provide a complete picture of these government requests. For example, a single request may ask for the removal of more than one URL or for the disclosure of information for multiple users.

Per far comprendere meglio l’iniziativa, Google si affida a specifiche FAQ (Frequently Asked Questions).

La mappa è stata commentata da Elmar Burchia per il Corriere della Sera, in un articolo  che sin dal titolo spiega l’intento del colosso americano: “Le pressioni che i Governi esercitano su Google“. Altrettanto significativo è il titolo della notizia diramata dall’ANSA: “Google: un misuratore anticensura

Tra i problemi che Google è tenuta a gestire, oltre al noto caso Google-Vividown ed a quello YouTube-RTI (con riferimento al caricamento sulla piattaforma di videosharing di video coperti da diritti d’autore, primi tra tutti quelli relativi al Grande Fratello), c’è anche il problema della privacy degli utenti, per via della trasposizione automatica sul social network  Google Buzz di tutti gli utenti Google Mail, facendo suscitare la reazione, su scala internazionale, di dieci Autorità garanti per la protezione dei dati personali.

Le Autorità garanti dell’Italia, del Canada, della Francia, della Germania, dell’Irlanda, di Israele, dell’Olanda, della Nuova Zelanda, della Spagna e della Gran Bretagna, infatti, hanno richiesto ufficialmente a Google

“un rigoroso rispetto delle leggi sulla privacy in vigore nei Paesi in cui immettono nuovi prodotti on line”

Nella nota firmata congiuntamente dai Garanti, precisa l’articolo poc’anzi citato di Repubblica, si leggono parole del seguente tenore:

“si esprime profonda preoccupazione per il modo in cui Google affronta le questioni legate alla privacy, in particolare per quanto riguarda il recente lancio del social network, Google Buzz”.

“Troppo spesso (…) il diritto alla privacy dei cittadini finisce nel dimenticatoio quando Google lancia nuove applicazioni tecnologiche. Siamo rimasti profondamente turbati dalla recente introduzione dell’applicazione di social networking Google Buzz, che ha purtroppo evidenziato una grave mancanza di riguardo per regole e norme fondamentali in materia di privacy. Inoltre, questa non è la prima volta che Google non tiene in adeguata considerazione la tutela della privacy quando lancia nuovi servizi”.

Ancora, prospegue l’articolo di Repubblica,

Le dieci Autorità di protezione dei dati ricordano come attraverso Google Buzz, “Google mail (o Gmail) sia stato improvvisamente ‘trasformato’ in social network”. Assegnando a ogni utente di Google Buzz una rete di ‘amici’ ricavati dalle persone con cui l’utente risultava comunicare più spesso attraverso Gmail. Un’operazione fatta senza interpellare gli utenti ed “impedendogli di esprimere un consenso preventivo e informato”.

“Con questo comportamento – spiegano i Garanti – è stato violato un principio fondamentale e riconosciuto a livello mondiale in materia di privacy:  ossia, che spetta alle persone controllare l’uso dei propri dati personali”.

L’azione congiunta dei Garanti è un altro elemento interessante che emerge dalla vicenda, visto il carattere internazionale (direi Globale) che caratterizza la diffusione dei servizi di Google.

Ritornerò ancora su tali argomenti.

Fabio Bravo

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L'intervista al giudice Oscar Maggi dopo la sentenza sul caso Google. Minacce ricevute tramite Facebook

Ringraziando il Prof. Giovanni Ziccardi per la segnalazione, riporto di seguito l’interessante intervista effettuata da Daniele Lepido al Giudice del Tribunale Penale di Milano Dott. Oscar Maggi, all’indomani della sentenza di condanna resa sul caso Google e delle offese e minacce dal medesimo ricevute sul proprio profilo di Facebook.

Ricordate il caso del Gruppo di Facebook che esortava a fare il tiro a bersaglio con i bambini down, aperto (da soggetti poi identificati) e fatto chiudere alla vigilia del dispositivo della predetta sentenza, pronunciata in relazione al caso del video vessatorio ai danni di un ragazzo disabile, indicato come down dai media per via del fatto che nel filmato erano contenute delle offese all’associazione Vividown? Avevo all’epoca ipotizzato che l’apertura di tale Gruppo fosse collegata con l’emanazione della sentenza che si sarebbe attesa di lì a poco.

Sembra di capire che la vicenda relativa al processo ai dirigenti di Google stia alimentando un deprecabile clima di tensione, che focalizza un certo grado di ostilità verso bersagli designati, siano essi soggetti appartenenti a un’intera categoria (come i ragazzi o i bambini down) o persone determinate (come il giudice Maggi, che ha reso la sentenza).

In tale clima rischia di sfuggire il contenuto della sentenza, già distorto da numerosi affrettati commenti, resi spesso sulla base dei comunicati stampa di Google, che ha un interesse nella vicenda.

Ora che sono state rese depositate le motivazioni della (parziale) condanna, va fatto lo sforzo di comprenderle evitando giudizi aprioristici sul solo dispositivo della sentenza. Mi sembra però che questo sforzo debba essere fatto anche da parte dei giornalisti, soprattutto là dove c’è necessità di emendare informazioni fuorvianti rese prima del deposito del testo integrale.

Fabio Bravo

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Testo integrale della sentenza sul Processo a Google. Depositate le motivazioni

Sono state depositate le motivazioni della sentenza di condanna dei tre dirigenti di Google tratti a giudizio presso il Tribunale di Milano per il noto video vessatorio ai danni del ragazzo disabile, caricato da alcuni studenti sulla piattaforma di filesharing GoogleVideo/YouTube.

Vi segnalo il testo integrale della sentenza, pubblicato da L’Espresso, sul cui sito ove è possibile visionare anche alcuni interessanti documenti:

a) uno dei  messaggi con cui un privato chiede la rimozione del video;

b) il messaggio di risposta automatica di Google;

c) il messaggio indirizzato a Google dalla Divisione della Polizia Postale presso il Ministero dell’Interno:

d) i messaggi interni di Google (vedi anche questo messaggio , quest’altro e quest’altro ancora);

e) la comunicazione della notizia di reato alla Procura della Repubblica.

Sul caso Google ero intervenuto molte volte su Information Society & ICT Law, seguendo dall’inizio l’intera vicenda.

Non mancherò di commentare la sentenza.

Fabio Bravo

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Google TV. Le nuove sfide del mercato e le regole sull'integrazione tra Internet e Televisione

L’integrazione tra le diverse tecnologie, si sa, è un processo avviato da molto tempo e a passi ora piccoli ora grandi porterà a scenari incredibili.

Ad esempio, abbiamo già percepito (e recepito) bene l’integrazione tra telefono cellulare e computer, dato che ora sugli smart-phone è possibile navigare sul web e scaricare o inviare la posta elettronica, anche con connettività costante.

Altra integrazione di rilievo è tra PC e telefono, come ha dimostrato Skype. Altro sodalizio efficace è tra PC e SMS, ben riuscito grazie a Skebby, che può contare su economie di scala abbattendo i costi di invio dei messaggi.

Anche le radio e le TV si affacciano sul web, così come il web mira alla TV.

Nascono felici idee, come la IPTV, destinata ad essere fenomeno in crescita, ma che necessita di una politica di innovazione tecnologica che sposi l’idea della diffusione della banda larga.

Sinceramente ho il timore che nel nostro Paese tale politica possa essere osteggiata da alcune lobbies industriali (e forse non solo) rivelatesi molto forti, che temono un impatto concorrenziale devastante (ove la TV debba concorrere con il Web) o comunque il rischio che possa essere incrementato il vulnus ai propri introiti commerciali (ove vi sia un incremento di scambi illeciti di materiale coperto da diritto d’autore, come per l’industria dell’audiovisivo o del settore musicale).

E’ chiaro che la banda larga potrebbe comportare sia una maggior occasione di scambi in rete (com presumibile sviluppo anche dei canali peer to peer, demonizzati dall’industria discografica, cinematografica e dell’audiovisivo) sia l’ingresso di nuovi concorrenti, sia un profondo riassestamento degli equilibri concorrenziali tra gli attuali players del mercato.

Tali timori costituiscono ragione sufficiente, credo, per indurre un freno pesante allo sviluppo tecnologico, che invece, per il bene del Paese e della crescita economica delle PMI italiane e dei servizi tutti (da quelli di e-Government per il cittadino e le imprese a quelli privati, professionali e commerciali), necessita della diffusione di banda larga su tutto il territorio nazionale, in tempi rapidi.

Lo sviluppo della rete e dell’integrazione tra Internet e TV, oltre che di politiche adeguate, necessita di ripensare le regole di settore, al fine di garantire il pluralismo e la libera concorrenza, evitando una immediata trasposizione ad Internet della normativa esistente, pensata per regolamentare il fenomeno delevisivo tout court.

Proprio sulle regole della IPTV, su cui mi riservo di intervenire in altra occasione, si giocherà una partita importante su diversi fronti: quello del mercato e della concorrenza, quello dei servizi ai cittadini, quello degli introiti pubblicitari connessi alla programmazione televisiva, quello dei diritti d’autore (copyright), quello dell’innovazione nella sperimentazione di servizi nuovi, quello della responsabilità (come dimostrano i recenti casi Google/Vividown, RTI vs. Google e YouTube sui filmati del Grande Fratello, FAPAV vs. Telecom) e del risarcimento dei danni, quello della privacy, etc.

Le regole vanno pensate e studiate con attenzione.

Oltre alla IPTV si vanno a profilare tecnologie diverse (es. IPTV, Web TV, Open-IPTV, P2P TV, etc.) che mirano tutte alla integrazione tra Internet e TV.

Per  una disamina rimando alla interessante presentazione di Alberto Morello (RAI), resa in occasione del Seminario della Fondazione Ugo Bordoni  dal titolo “La televisione su Internet: WebTV, IP TV e scenari evolutivi” (da quest’ultimo link è possibile reperire l’audio e il video di tutte le relazioni del seminario, tra cui mi preme segnalare anche quella del Prof. Vincenzo Zeno Zencovich).

Tra le novità che si profilano in questo settore, si preannuncia con forza anche quella lanciata da Google (Google TV), ben descritta da Federico Cella. e da Roberto Catania. La notizia è stata diffusa dal New York Times e si profila decisamente interessante perché vede profilarsi di una partnership di rilievo tra Google (per i contenuti digitali caricari sulle proprie piattaforme come YouTube e GoogleVideo, il know-how e l’expertice sul web), Sony (per la produzione tecnologica di apparecchi televisivi e non solo), Intel (per la produzione di chip) e Logitech (per le interfaccie e le periferiche, compreso eventuali tastiere, etc.).

Seguiremo insieme, nel futuro, tale settore nevralgico dell’Information and Communication Technology Law (ICT Law).

Fabio Bravo

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La sterilizzazione dell'esonero di responsabilità dei providers

In molti articoli che ho dedicato al caso Google-Vividown avevo messo in guardia sul delicato rapporto tra normativa in materia di protezione dei dati personali e quella sul commercio elettronico, nonché, più precisamente, sul rischio di inapplicabilità del regime di esonero della responsabilità dei providers nel caso in cui si verta in materia di trattamento di dati personali (cfr., ad esempio, il mio post del 29-30.9.2009 e quello del 24-2-2010).

Il D.Lgs. 70/2003, infatti, non contiene solo norme di (parziale) esonero di responsabilità dei providers, con contemporanea previsione di talune ipotesi specifiche di colpa omissiva, ma contiene anche (all’art. 1, co. 2, lett. b) l’espressa previsione secondo cui il decreto in questione non si applica con riferimento alle questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni di cui non solo al d.lgs. 171/98, ma anche alla legge 675/96 e successive modificazioni (vedi ora il d.lgs. 196/2003, Codice in materia di protezione dei dati personali).

Avevo segnalato molte volte il rischio di una sterilizzazione del regime di esonero di responsabilità dei providers proprio in forza dell’art. 1, co. 2, lett. b), D.Lgs. 70/2003, dato che la mancata applicazione del decreto in questione finirebbe per tradursi nella impossibilità di applicare, in caso di trattamento di dati persnali, il regime di esonero contenuto agli artt. da 14 a 17 del decreto legislativo sul commercio elettronico.

Ne ho parlato anche ieri, in occasione del mio intervento al Congresso Nazionale Giuridico-Forense per l’Aggiornamento professionale degli Avvocati.

Invero, leggendo le esternazioni della Procura della Repubblica di Milano sul caso Google, come riportate dall’Espresso, mi sembra di aver colto nel segno, nel senso che nel percorso argomentativo ipotizzato sembra abbia fatto ingresso anche tale prospettazione.

Riporto il passaggio dell’articolo dell’Espresso che più mi interessa:

Secondo la tesi della Procura, l’informazione non veritiera che Google ha veicolato – fin dall’inizio del processo, fuori e dentro l’aula – consiste nel qualificarsi, in relazione al servizio Google Video, come mero intermediario, non assumendo quindi alcuna responsabilità sui contenuti. In realtà i Pubblici Ministeri sostengono come la normativa sul commercio elettronico non possa trovare applicazione al caso in esame anche perché è lo stesso D.Lvo 70/2003 (art. 1 comma 2) a prevedere che “non rientrano nel campo di applicazione del presente decreto… le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali”.

È quindi l’utilizzo dei dati personali, a fini di lucro (nella documentazione ritrovata presso la sede italiana era indicato chiaramente come “la missione di Google Video” fosse quella di “monetizzare ogni video presente nel nostro indice”) e trattati presso la sede di Google Italy a Milano, rientra nell’ambito di applicazione della normativa europea ed italiana a tutela della persona (legge privacy).

A prescindere dalle motivazioni che verranno lette in sentenza e dall’eventuale recepimento o meno dell’argomentazione in parola, mi sembra che la questione sia comunque rilevante e finirà per tormentare il delicato equilibrio degli interessi in gioco nell’ambito del commercio elettronico.

A parer io, infatti, il discorso sul rapporto tra disciplina sulla privacy e disciplina sul commercio elettronico, lo dico da molto tempo ormai, è uno dei punti critici della disciplina della responsabilità dei providers.

Andrebbe riformulato con attenzione a livello normativo, auspicabilmente anche in sede comunitaria allorché si procederà alla revisione della disciplina, per giungere ad un più elevato grado di armonizzazione tra le discipline nazionali degli Stati membri.

Vero è che c’è bisogno di una riflessione ampia su questo tema, ad iniziare dalla dottrina prima ancora che dalla giurisprudenza, ed è per questo che ne sto facendo oggetto centrale del mio percorso di ricerca universitaria.

Fabio Bravo

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La sentenza sul caso Google. L'intervista integrale a Stefano Rodotà (AUDIO)

Sono molte le parole di commento alla sentenza resa sul caso Google – Vividown.

Tra tutte mi sembrano significative le parole di Stefano Rodotà, nell’intervista (integrale) rilasciata per Repubblica.it, che può essere scoltata qui.

Vi invito ad ascoltarle attentamente. Le sfumature sono stante e gli aspetti trattati molteplici.

Nella prima parte del discorso emerge chiamaramente, come già ho avuto occasione di anticipare su questo blog, che occorrerà verificare nelle motivazioni della sentenza se v’è stato o meno l’accertamento, nel merito, in ordine alla eventuale intempestiva rimozione dei contenuti illeciti, pur a fronte della effettiva conoscenza.

Molti media sostengono infatti che la rimozione sia avvenuta tempestivamente a partire dal momento in cui v’è stata la richiesta, a Google, da parte delle pubbliche autoirtà italiane, dimenticando che il video in questione è rimasto per diversi mesi on-line, nonostante le segnalazioni pervenute a Google da parte degli utenti della rete, rimasti basiti a fronte della visione del filmato, che era stato incluso da chi ha fatto l’uploading nella categoria dei filmati “divertenti”.

Come afferma anche Rodotà, se il Tribunale di Milano fosse giunto alle sue conclusioni dopo aver accertato l’intempestiva rimozione del filmato dalla conoscenze effettiva dell’illiceità dello stesso, e dunque dopo aver riscontrato la colpa omissiva del gestore dela piattaforma di filesharing, la sentenza non sarebbe affatto rivoluzionaria, in quanto avrebbe applicato la normativa vigente, senza imporre affatto un intervento di tipo censorio.

Ovviamente, occorrerà attendenre il deposito del testo integrale della sentenza per poter arrivare a delle riflessioni critiche, adesive o meno. Nel frattempo mi sembra che le grida proclamanti lo scandalo, mosse da gran parte della stampa italiana e da quella internazionale, siano un po’ troppo affrettate e premature e rischiano di disinformare seriamente.

Non va mai dimenticato, poi, che per l’ipotesi di diffamazione v’è stata una pronuncia di assoluzione.

L’incongruenza è solo apparente, mi sembra, se si andasse a leggere (lo ripeto nuovamente) il tenore delle norme in materia di commercio elettronico (d.lgs. 70/2003 di recepimento della direttiva 2000/31/CE), dato che in tale corpo normativo è prevista una significativa esclusione all’art. 1, co. 2, ove si legge che:

Non rientrano nel campo di applicazione del presente decreto (…) le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni di cui alla legge 31 dicembre 1996, n. 675 e al decreto legislativo 13 maggio 1998, n. 171 e successive modifiche e integrazioni

I riferimenti normativi sono da intendersi ora aggiornati anche al vigente Codice in materia di protezione dei dati personali.

Come già ho avuto modo di sostenere molte volte, il rapporto tra la disciplina in materia di responsabilità dei providers di cui al d.lgs. 70/2003 e la disciplina in materia di protezione dei dati personali si presenta come una delle questioni più spinose da affrontare e che impongono una rilettura delle norme de jure condendo, anche nell’annunciato percorso di modifica della direttiva sul commercio elettronico.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Il video della lettura del dispositivo della sentenza di condanna dei dirigenti Google

Segnalo che, con riferimento al caso Google / Vividown, è stato diffuso on-line, sul sito di Repubblica.it TV, il video in cui il Giudice Monocratico del Tribunale Penale di Milano, Oscar Maggi, ha pronunciato il dispositivo della sentenza di condanna a carico di tre dirigenti di Google.

Censurabile, a mio avviso, il taglio del dispositivo da parte del filmato, visto che il dispositivo proseguiva anche con la pronuncia di assoluzione per l’altro capo di imputazione, relativo all’ipotesi di diffamazione nei confronti dell’associazione Vividown, costituitasi parte civile insieme al Comune di Milano.

Ecco il link al video della lettura del dispositivo in questione.

Per il testo della sentenza, invece, occorrerà attendere il deposito delle motivazioni in cancelleria, nei prossimi mesi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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